- Autore: Antonio Vesco
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
La mafia non è la mafia. L’invito di questo libro […] è a guardare al fenomeno oltre al fenomeno, per coglierlo nel suo significato culturale e simbolico, al di là tanto delle sue concrete e violente realizzazioni quotidiane quanto della sua definizione giuridico-formale.
Così Antonio Vesco, in un capitolo dal titolo che non se ne potrebbero avere di più parlanti (Se tutto è politica, figuriamoci la mafia), presenta il suo nuovo libro Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa, in libreria da qualche settimana grazie all’editore Tamu/Tangerin, che lo ha dato alle stampe nella collana dedicata al Mezzogiorno italiano “Scritture meridiane”. Un libro non semplice ma necessario, che ha, fra i tanti, almeno due pregi: saper declinare la complessa e completa scienza antropologica, anche nella sua accezione etnografica, al dibattito centrale della mafia e coinvolgere, nell’analisi su quest’ultima e sulle sue contemporanee forme di esistenza e rappresentazione, tutti gli agenti implicati, dal giornalismo al linguaggio comune fino all’ente contrapposto e complementare dell’antimafia.
A poche righe di distanza dal passo sopra riportato, l’autore scrive:
Le mafie appaiono come entità eterne, profondamente radicate come sono nell’immaginario del paese, incessantemente riprodotte attraverso i media e il discorso pubblico. Le diverse mafie italiane sono immaginate almeno quanto sono concretamente operative. E vengono immaginate da un’intera popolazione che, per fare i conti con la propria identità, addossa al Mezzogiorno il Male che esse rappresentano. Alimentando al contempo l’orgoglio e il senso di colpa nazionali, il desiderio di redenzione collettiva e quello di distinzione morale da territori più “colpevoli” di altri. La mafia è quindi più di un fenomeno criminale e di una questione politica: è un dispositivo simbolico.
Un piccolo paragrafo che ha in sé due aspetti di base dello studio di Vesco. Da una parte, i termini “appaiono” e “immaginario” ci aiutano a comprendere come intorno ai movimenti mafiosi il linguaggio, quello specialistico così come quello di tutti i giorni, abbia creato una distorsione dannosa, instaurando prepotentemente immensi stereotipi (la mafia è antistato, virus, mentalità) difficili da scardinare. Dalle stragi degli anni Novanta ai più recenti sviluppi, come l’arresto il 16 gennaio 2023 di Matteo Messina Denaro, tutta la narrazione di giornalisti e giudici, presentatori tv ed esponenti dell’antimafia si è sempre più impantanata in un manicheismo che ha spesso confuso morale e legalità, così come ha appioppato termini a dir poco banalotti a politici ed estesi territori meridionali, distorcendo la realtà in un inquadramento non solo semplicistico, ma dannoso. Per capirlo meglio, è utile (ed è questo il secondo aspetto di base dell’indagine dell’autore) riconoscere e ristabilire la costruzione di questo “dispositivo simbolico” attuando le semplici regole dell’antropologia.
Compito assai arduo; perché la messa in pratica dello “sguardo partecipante” malinowskiano prevede una certa distanza fra l’etnografo e la comunità osservata. Antonio Vesco, originario di Alcamo, proviene invece da quella stessa terra presa in analisi. Eppure, con uno sguardo ben collaudato dai suoi anni di preziose ricerche e un andamento assai vicino al reportage d’inchiesta, l’autore prende in analisi alcune manifestazioni della mafia in due territori complementari e distanti, il trapanese e la provincia di Catania, per indagare a fondo le reali manifestazioni, i concreti movimenti, i legami e in definitiva l’ampia e complessa struttura della rete intessuta fra mafia e realtà politiche locali.
Da questa osservazione, e dai numerosissimi studi precedenti di cui è costellato il testo, viene fuori il
ruolo determinante giocato dalle istituzioni e dai diversi attori economici […] nella strutturazione di un sistema di potere che include anche soggetti mafiosi in senso stretto, ma nell’ambito del quale questi ultimi non occupano necessariamente una posizione dominante o sovraordinata.
Per dirla in altre parole:
Per comprendere il consenso che circonda oggi il sistema di potere politico-mafioso nell’isola e nel resto del paese, dobbiamo allora guardare all’egemonia di quei soggetti che siamo abituati a collocare all’esterno dell’organizzazione mafiosa in senso stretto. A quegli imprenditori, a quei politici, a quei professionisti, a quei funzionari pubblici che appaiono rispettabili e non soltanto ai siciliani.
Al di là di tutto questo, che costituisce a mio avviso il nucleo più caldo e l’aspetto più essenziale del testo, bisogna soffermarsi a ogni sua pagina per capirne tutta la sua portata. Ché sono tante e sfaccettate le visioni che ci apre davanti: la costruzione identitaria, l’orientalismo che ha subito e continua a subire il Sud Italia, la distorsione dannosa che implica lo stigma, i meccanismi subdoli di una rappresentazione pubblica priva di fondo e di spessore. Fino, come accennavo prima, alla stessa decostruzione salutare dell’antimafia: una visione parziale e sghemba della mafia implica un’uguale attitudine in chi tenta, ogni giorno e con coraggio, di combatterla e denunciarla. Antonio Vesco ha dato vita a uno studio complesso e completo, a un testo militante tanto quanto accademico, ponendo una pietra miliare nell’ampia letteratura dedicata all’argomento.
Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa
Disponibile su Amazon.it
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa
Lascia il tuo commento