- Autore: Autori vari
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Di fronte agli orrori della Storia, i cortocircuiti del linguaggio sono armi pericolosissime; seminano incomprensione e tratteggiano falsi miti, collaborano alla rimodulazione della verità, isolano o mettono a tacere le vittime e concedono impunità che non si possono più accettare. Diventa così fondamentale confrontarsi e studiare le macchinazioni che insozzano tutte le narrazioni, a partire da quelle della stampa, e munirsi di un occhio ancora più critico sui meccanismi che ne stanno alla base.
La preziosa casa editrice Tamu/Tangerin ha da pochi giorni portato in libreria un vademecum di capitale importanza, Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni, che raccoglie dieci approfondimenti sul genocidio palestinese e sull’uso improprio della terminologia a esso collegata, proposto alle lettrici e ai lettori italiani nella traduzione di Nicolò Petruzzella ed Elena Vozzi.
“Spiegare non vuol dire assolvere”, scrive Judith Butler nel suo testo. A quanto pare c’è più che mai bisogno di ribadirlo, in tutta la sua lampante ovvietà. E unendo l’altrettanto sacrosanta verità che “in questo conflitto è in gioco l’essenza stessa della democrazia”, come scrive Valentina Pisanty, ne viene fuori un’urgenza: immergersi nelle pieghe (e piaghe) della barbarie che da troppi mesi, oramai, insanguina la terra palestinese per carpire come la comunicazione, i messaggi, i post, le news, le dichiarazioni pubbliche, i resoconti, i comunicati stampa e le proposte di legge di questa nostra parte di mondo siano chiamati in causa nel doppio ruolo di complici e baluardi di civiltà.
Il volume è la traduzione dell’omonimo testo apparso in Francia nel 2024, e la sua provenienza ne determina fortemente il punto di vista. Sono numerose infatti le coordinate d’oltralpe, ricchi i riferimenti ai partiti e alle rispettive posizioni degli esponenti politici francesi, eppure è possibile percepire come il dibattito sul binomio sionismo-antisemitismo assuma le stesse forme in tutti i paesi europei; lo dimostrano i focus sulla situazione in Germania e Regno Unito e l’unica aggiunta al testo originale della già citata Vaneltina Pisanty, focalizzata sul nostro paese.
La chiamata in causa della violenza e la multiforme sua risposta entrano in veri e propri vicoli ciechi del linguaggio umano, le cui radici affondano però nella storia del concetto europeo di antisemitismo. Destre e sinistre, dagli anni sessanta in poi, hanno dovuto far fronte al più grande orrore del Novecento; il genocidio palestinese ha da sempre, ma dopo il 7 ottobre ancora di più, acuito questa ferita. Ne consegue che la posizione nella scacchiera politica e civile sia diventata un campo di battaglia, e che le responsabilità europee abbiano ingarbugliato termini e lessico. Non sono pochi i problemi che ne risultano, e che fanno tartagliare il nostro linguaggio.
C’è, fra le tante, una pericolosa ambiguità. Ne parla Judith Butler, in riferimento a certe incursioni assai gravi nei dibattiti universitari condotte a protezione della comunità israeliana.
La richiesta di un cessate il fuoco esprime proprio il desiderio di smettere di far subire violenza ad altri esseri umani. Oggi sono i palestinesi e le palestinesi ad avere bisogno di sicurezza, di protezione. E la comunità internazionale non è stata in grado di garantirgliele. Queste persone hanno bisogno di essere tratte in salvo da un pericolo reale, concreto: non essere uccise, mutilate, né essere costrette ad assistere al massacro delle proprie famiglie. Pertanto mi pare davvero grottesco far intervenire la polizia per tutelare la sicurezza di una studentessa o di uno studente ebreo che, in quanto sionista o sostenitore di Israele, si sente minacciato da chi auspica la fine del genocidio a Gaza. Perché qualunque cosa accada, quello studente o quella studentessa sono già assolutamente al sicuro.
C’è invece assoluta assenza di ambiguità nella portata umana di tutti gli ebrei che hanno alzato e continuano ad alzare la voce contro gli orrori di oggi, nostalgici (anche se in molti non erano ancora nati) dell’epoca in cui le comunità ebraica e musulmana abitavano quelle terre in assoluta condivisione. Scrive Ariella Aïsha Azoulay:
La decolonizzazione della Palestina dal regime coloniale non è soltanto
un progetto palestinese, è anche un progetto ebraico.
Molte e molti di noi, ebree ed ebrei della diaspora, si impegnano in questo progetto,
e nella ricerca di una via per liberarci dal sionismo – una lotta che implica anche
il recupero dei mondi ebrei ancestrali che esistevano prima del sionismo
e che sopravvivranno ben oltre la sua scomparsa.
Occorre poi mettere a tacere le mistificazioni storiche, che generano solo ingiustizia. Preziosissime in questo le pagine di Houria Bouteldja:
I palestinesi, che di tutta quest’incommensurabile tragedia sono gli attori più innocenti, pagano un prezzo intollerabile. Sono stati colonizzati dal gruppo designato a risolvere la crisi morale dell’Occidente, e qualunque loro atto di resistenza viene considerato alla stregua di un crimine. […] Liberare i palestinesi dalla questione ebraica significa non soltanto difendere il loro diritto alla resistenza in ogni forma, ma anche ammettere una volta per tutte che ciò che caratterizza un israeliano non è il suo ebraismo […] ma l’essere un occupante. Liberare i palestinesi significa, infine, togliere dalle loro spalle e da quelle degli ebrei il fardello delle colpe dell’uomo bianco, costringendo quest’ultimo a confrontarsi con sé stesso, da solo. In altre parole: tornare a essere umano.
Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni illumina e spiega, denuncia ma soprattutto propone. Ogni frase è un calderone bollente nel quale siamo chiamati a immergersi; ogni anfratto è da rivoltare e spiegare, ché siamo necessariamente chiamati a farlo. Lo dice quantomai chiaramente Frédéric Lordon:
Persone che restano passive, spesso complici, a volte persino negando un crimine tanto enorme che si sta consumando sotto i loro occhi e sotto gli occhi del mondo intero, ebbene, persone simili non possono più pretendere niente. L’intero pianeta guarda Gaza morire, e l’intero pianeta guarda l’Occidente che resta a guardare. E niente di tutto ciò gli sfugge.
[…] quel che è certo è che la storia ci aspetta tutti e tutte al varco. La Storia: è con lei che l’Occidente ha appuntamento a Gaza. E se, com’è lecito pensare, sarà l’appuntamento che ne sancirà la decadenza e la destituzione, allora verrà presto un tempo in cui potremo dire che il mondo si è ribaltato a Gaza.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni
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