- Autore: Alberto Gagliardo
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: DeriveApprodi editore
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788865486030
Le chiamavano canzoni di lotta. Nei primi ani Settanta, interpretavano in musica il “tutto è politica”, credo delle frange giovanili di protesta e di sinistra post sessantottine. Un gruppo beat rock milanese, gli Stormy Six, specie nella formazione aggregata dal 1973, è stato tra i più rappresentativi e più attenti a cantare in musica le Resistenze internazionali. Non a caso, perciò, un ricercatore di storia partigiana, Alberto Gagliardo, ha centrato sui compagni musicisti il saggio in cui ha riletto il significato della Resistenza per le generazioni italiane successive e si è addentrato nel terreno d’incontro tra la musica, l’ideologia e la politica: Come l’acciaio resiste la città. Viaggio nella Liberazione con gli Stormy Six. È apparso per i tipi DeriveApprodi (Bologna, marzo 2025, collana “I libri di DeriveApprodi”, 156 pagine), con la prefazione dello storico Mimmo Franzinelli e la postfazione del musicologo Franco Fabbri, che della band meneghina ha fatto parte e ha scritto canzoni, come La Fabbrica (di cui in seguito).
Ho assistito ad alcuni loro concerti - facendo anche servizio d’ordine per intere giornate -, li ricordo molto bene (erano i nostri Intillimani) e conservo anche in vinile l’LP con la canzone Stalingrado, che ha ispirato il titolo e fa da colonna sonora ideale di questo volume di storia, società e musica.
Fame e macerie sotto i mortai. Come l’acciaio resiste la città...
Mi è noto anche l’autore, per l’ottimo lavoro che svolge da storico a Cesena. Trapiantato in Romagna dall’Abruzzo, di poco ultrasessantenne, maturità classica nella sua Lanciano, laurea in lettere a Firenze, ha insegnato italiano e latino in provincia di Varese, prima di trasferirsi dal 1998 nel Liceo scientifico cesenate “Righi”. Dal 2016, è distaccato presso gli Istituti per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea di Forlì-Cesena e di Rimini.
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate. Ride una donna di granito su mille barricate...
Questa primavera, abbiamo celebrato gli ottant’anni della Liberazione dal nazifascismo e hanno compiuto cinquant’anni quella canzone e l’album in cui era contenuta, il long play “Un biglietto del tram”, uscito nel 1975, “primo, vero, decisamente originale e con forti contenuti militanti degli Stormy Six”, probabilmente il più bell’esempio di musica politica mai prodotto in Italia. Gagliardo ricorda che quando la band di ragazzi milanesi pubblicò quel disco “epico”, si era appena a trent’anni dal 25 aprile 1945 e questo lo rendeva più vivo e attuale. Oggi consente di scoprire cosa la Resistenza rappresentasse per settori delle culture giovanili di allora, tanto più che distava solo una manciata di anni. Da qui l’intento delle pagine di Alberto, non tanto di evocare direttamente la Liberazione e i suoi valori, quanto di farlo
di sguincio, da una prospettiva inconsueta e, perché no, inaspettata. Non per sminuirne il significato, anzi tutt’altro: per cercare di salvarla da sé stessa e dai suoi esegeti ufficiali, i difensori unici della sua ortodossia e sacralità, sottraendola al rischio mortale della retorica delle frasi fatte, dei luoghi comuni.
Ecco, perciò, come riviveva la Liberazione nello sguardo di giovani che nel 1975, in un’Italia insanguinata dall’eversione stragista che si richiamava ai fantasmi sconfitti tre decenni prima, trovavano nei valori della lotta resistenziale l’ispirazione per non farla annegare nell’autocelebrazione ripetitiva, che già si manifestava.
L’orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffè, l’inverno mette il gelo nelle ossa...
Gagliardo ricostruisce una storia della musica politica giovanile nella seconda metà del Novecento, partendo dagli anni “prima della rivolta: il 1965”, quando si levò prepotente un fermento musicale che rendeva superate la tradizione melodica (voci mielate, stucchevoli) e le pose statuarie della canzona italiana di maniera, irrompendo soprattutto dalle radio, solo a onde medie allora, con suoni, ritmi, strumenti e interpreti singoli o in gruppo, con capelli lunghi, abbigliamenti anticonformisti e atteggiamenti scatenati, dapprima alternativi poi da autentica rivoluzione dei costumi.
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa. D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città...
Esemplare l’evoluzione della band, nella ricostruzione realizzata da Alberto di un percorso “dal beat alla canzone politica”, non raro a quei tempi. La virata verso la musica impegnata coinvolse tanti di quella generazione. E dire che i primi Stormy Six erano stati scelti come gruppo di spalla per il concerto dei Rolling Stones del 1967 a Milano (anche Al Bano fu di contorno nell’occasione).
Non si pensi a un consenso indiscriminato tra i giovani di sinistra. Gli Stormy Six erano contestati dagli extraparlamentari più duri e puri. Li accusavano di “fare i soldi” vendendo dischi. In realtà, affrontarono la canzone politica con una sensibilità musicale del tutto nuova (altra causa di critiche dei custodi della linea culturale movimentista), dialogando forse per primi con sonorità, tecnologie, strategie produttive delle pop e rock band: “se oggi tutto questo è la piena normalità anche per i gruppi più militanti, lo stesso non poteva dirsi nel 1975”.
Ultimo gruppo generazionale tra i musicisti che si sono confrontati con la memoria della Resistenza (compresi nomi storici come De Gregori e Guccini), gli Stormy Six continuano a essere presenti attraverso la memoria (cover e citazioni) di alcuni brani, specialmente di quel disco, “Un biglietto del tram”: Stalingrado, Dante Di Nanni e La fabbrica, che ricorda i primi scioperi antifascisti operai nella zona industriale di Torino, in piena guerra:
Il cinque di marzo del Quarantatrè, nel fango le armate del duce e del re, gli alpini che muoiono traditi lungo il Don...
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Come l’acciaio resiste la città. Viaggio nella Liberazione con gli Stormy Six
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