Come isole nel mare
- Autore: Nuria Pérez
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Nord
- Anno di pubblicazione: 2025
Una tazzina Copeland Spode attraversa due secoli. Passa di mano in mano, da Londra a Madrid, da una nave nell’Atlantico agli scaffali del Museo Sorolla. È rubata, perduta, ritrovata, distrutta. Attorno a questo frammento di porcellana blu, Nuria Pérez costruisce Come isole nel mare, (Editrice Nord, 2025), romanzo che intreccia tre destini femminili separati dal tempo ma uniti in profondità.
Mary nell’Ottocento, Adela nella Londra contemporanea, Marta nella Madrid di oggi: tre donne che cercano salvezza, ciascuna a modo suo. E tre modi diversi di raccontare la colpa, la memoria, l’eredità femminile che si trasmette come un segreto mai del tutto detto. Il romanzo funziona proprio per questa struttura a specchio: non è un intreccio narrativo classico, ma una risonanza. Le tre voci non si incontrano mai davvero, eppure dialogano attraverso gli oggetti, i gesti, le ossessioni condivise. La tazzina diventa simbolo, certo, ma anche dispositivo narrativo: è il filo che tiene insieme ciò che altrimenti sarebbe solo giustapposizione.
Mary si getta in mare per liberarsi da una colpa infantile amplificata dalla violenza di un prete. Il suo capitolo è il più oscuro, costruito su un ritmo lento che mima la processione dei condannati sulla nave-purgatorio. Pérez indugia sui dettagli – la stecca di cannella nel latte, il nome urlato prima di morire – e costruisce una scena che ha la densità pittorica di certi quadri di Turner. Forse anche troppo: a tratti si ha la sensazione che la scrittura si compiaccia della propria eleganza, che rallenti per il gusto di far vedere quanto sa essere bella.
Adela è il personaggio più complesso, quello che rischia di più. Scrittrice di successo in crisi matrimoniale, scivola nella follia con una lucidità inquietante. La scena della bottiglia di profumo riempita di urina è disturbante e perfetta: è vendetta, certo, ma anche metafora di una realtà che non può più essere purificata. Qui Pérez azzarda di più, abbandona il lirismo e si sporca le mani. È la parte migliore del libro, quella dove la lingua si fa nervosa, frammentata, specchio di una mente che si disgrega. Quando Adela lascia cadere la tazzina al Sorolla e la vede andare in frantumi, il gesto ha la forza di un’epifania – ma stavolta guadagnata, non dichiarata.
Marta chiude il cerchio con un capitolo che rischia il sentimentale ma si salva per un soffio. L’ossessione per i numeri, i codici cifrati, il linguaggio segreto con il misterioso "V.": tutto converge verso una rivelazione che è anche una resa. La corsa finale sotto la pioggia potrebbe essere kitsch, invece commuove. Forse perché dopo tanto controllo, tanto dolore misurato, quella perdita di equilibrio suona vera.
Nuria Pérez ha scritto un romanzo ambizioso, che vuole tenere insieme molte cose: storia, psicoanalisi, arte, fede, linguaggio. I riferimenti colti (Woolf, soprattutto) sono pertinenti (forse prevedibili) ma validi per la narrazione. La struttura tripartita, certamente funzionale, rischia la simmetria eccessiva: ogni donna ha la sua colpa, il suo oggetto-feticcio, la sua forma di redenzione. Eppure il romanzo funziona proprio per accumulo simbolico. L’acqua che sommerge e purifica, il fuoco che distrugge e illumina, la porcellana che si frantuma per liberare. La Pérez costruisce un sistema di corrispondenze tra epoche: ogni donna ha il suo elemento, il suo oggetto-feticcio, il suo numero. Mary ha il mare e la stecca di cannella, piccolo gesto di tenerezza che dovrebbe redimerla. Adela ha il fuoco e la bottiglia avvelenata, simbolo di una bellezza contaminata. Marta ha i codici cifrati e l’ossessione per l’ordine, la ricerca di un linguaggio che possa mettere in parole ciò che sfugge al caos.
Non sono solo dettagli narrativi: sono strumenti di lettura, chiavi interpretative che l’autrice dissemina nel testo per chi sa cercarle. A volte il gioco diventa forse troppo esplicito – come se Pérez temesse che il lettore non colga il senso –, ma nella maggior parte dei casi la rete simbolica sostiene la narrazione senza appesantirla, anzi: le dà respiro, profondità, una dimensione quasi pittorica. Il libro tiene. Tiene proprio per quella "geografia sommersa" che promette sin dal titolo. Le tre donne non sono tre storie parallele: sono tre possibilità di una stessa domanda. Si può essere salvati? E da cosa, da chi? La risposta di Pérez è che la salvezza non viene da fuori – non da un dio, non da un uomo – ma dal riconoscimento di sé. Mary che urla il proprio nome prima di annegare, Adela che distrugge l’illusione, Marta che smette di contare e si affida: sono tre modi di dire la stessa cosa. Tornare a sé, anche se significa perdersi.
L’intera storia, il suo spessore e drammaticità è retta da una scrittura capace di creare atmosfere e in questo la Pérez è sapiente. Sa dosare silenzi, modularli, rallentarli e dilatarli. Il passaggio da un secolo all’altro avviene senza scossoni, come se il tempo fosse davvero un mare e le tre donne tre isole della stessa corrente. Parole, frasi, espressioni e metafore di intersecano mescolandosi senza mai appesantire la narrazione o lo stile. La sua è un lingua sapiente.
Alla fine di tutto restano tre donne che hanno cercato il proprio nome: una nell’acqua, una nello specchio infranto, una nei numeri che non tornano mai. E resta, anche, una domanda che attraversa i secoli: come si fa a salvarsi quando il mondo ti ha già giudicata?
Nuria Pérez non ha la riposta. Il suo non è certo un libro perfetto e assolutore di questa domanda. Ma certamente è un libro (come l’autrice) che "ha/hanno il coraggio" di guardare dove altri distolgono lo sguardo. Non offre consolazioni facili. Offre riconoscimento, poiché la stessa Pérez scrive:
la salvezza non è essere trovati, ma ritrovarsi.
È per questo che il romanzo è necessario.
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