Siamo alle porte dell’attesa seconda fase della nuova edizione del Premio Strega, il premio letterario più prestigioso del panorama letterario italiano, giunto quest’anno all’80esima edizione. È stata già resa nota la dozzina e tra meno di 24 ore la giuria indicherà la cinquina finalista.
Il Premio Strega non è soltanto un riconoscimento letterario, ma ci si può leggere tra le righe, è il caso di dirlo, anche un contesto socio-culturale pregno di elementi simbolici.
In generale, attorno a un evento simile si possono ravvisare aspetti interessanti che mettono in risalto caratteristiche del tessuto storico, sociale e culturale in cui il premio stesso nasce e si sviluppa. In particolare attorno al Premio Strega si intrecciano anche elementi che rimandano a dimensioni mitologiche e archetipiche, oltre che sociali e storiche, trasformando la competizione in un vero e proprio rituale della trama letteraria italiana.
Le streghe dello Strega
Il premio nasce nel 1947 per iniziativa di Maria Bellonci e Guido Alberti, legato all’azienda produttrice del liquore Strega. Come non ravvisare in questo connubio l’elemento alchemico come sostrato mitologico e archetipico dell’evento? Un evento che unisce la magia della scrittura con quella della produzione di un liquore a base di erbe e spezie, una ricetta in parte segreta che non può non evocare atmosfere misteriose e fiabesche. Il liquore nasce a Benevento, città delle streghe, e fa leva proprio su questo sostrato immaginifico che la città offre.
Ai tempi delle invasioni longobarde pare che la città di Benevento sia stata teatro di riti pagani, tra i quali il culto degli alberi, cui l’avvento del cristianesimo ha attribuito una reinterpretazione in chiave stregonesca. La leggenda narra di riunioni notturne di streghe intorno a un noce, presso le rive del fiume Sabato, che probabilmente ha dato origine al nome del rituale Sabba. La figura della strega evoca simbolicamente conoscenza segreta, trasformazione, saperi occulti, ignoti ai più, poteri perlopiù malefici, nel tentativo di demistificazione e depotenziamento degli stessi.
A Benevento le streghe sono chiamate Janare (ricordiamo anche le Janas sarde), forse da ianua, porta, proprio per la loro capacità di penetrare le porte chiuse, di notte, e creare scompiglio, mescolanza, caos. Sono dunque figure del folklore in grado di attraversare la materia, di attraversare il buio, e non ultimo di levarsi in volo sfidando le leggi fisiche. Le streghe sono custodi di un sapere antico, ancestrale e per questo sono considerate pericolose, perché in grado di varcare le soglie e spingersi nell’ignoto portando un vento destabilizzatore.
Il liquore, proprio come una pozione magica, con il suo tasso alcolico dovuto alla fermentazione delle erbe, dunque alla trasformazione della materia, porta scompiglio alle menti di chi ne beve, un subbuglio dionisiaco che annebbia ma anche chiarisce, appanna la ragione e illumina lo sguardo interiore. La mescolanza di erbe e ingredienti segreti crea un composto che subisce un processo di distillazione prima di essere pronto alla consumazione. Il colore giallastro dato dallo zafferano ne ricorda la funzione rituale che trova molti punti in comune con il procedimento del Premio e la natura stessa del gesto della scrittura.
L’alchimia del Premio Strega
Sin dall’antichità, l’alchimia è stata praticata da popoli e figure diverse: medici, filosofi, studiosi, monaci, scienziati e artigiani, tutti alla ricerca di una formula per trasformare i metalli grezzi in oro e trovare così la pietra filosofale. Una ricerca carica di mistero, di immaginazione, di materia e spiritualità insieme. Il processo avveniva in quello che era chiamato atanor, un forno sempre acceso a temperatura costante e diversa a seconda delle fasi, un calderone, un utero in cui il calore, il tempo e la pazienza permettono al processo di compiersi.
Le fasi alchemiche sono quattro:
- la nigredo, la fase buia, del caos, del marasma, della materia grezza che necessita di purificazione;
- l’albedo, la fase bianca, lunare, che elimina le impurità;
- la terza fase, detta citrinitas, di colore giallo, l’illuminazione, la distillazione degli elementi eletti;
- infine la rubedo, la fase rossa, in cui il giallo si intensifica e diventa fuoco, energia pura.
Non è affascinante il parallelo con le fasi del Premio Strega? Dal marasma dei libri pubblicati, si compie una prima purificazione, in cui i libri proposti vengono selezionati; la citrinitas rappresenta la cinquina in cui il libro brilla, si illumina, ma non è che alla proclamazione del vincitore che il libro diventa pietra filosofale, prende vita ed energia propria che lo lancerà nell’aura eroica.
Si può ravvisare anche un parallelo con l’atto della scrittura stessa: dal brainstorming delle idee nella fase di nigredo alla purificazione del nucleo creativo, verso la fase di illuminazione e brillantezza fino allo stadio di compiutezza, che permette all’opera di emanare un’energia propria e distaccarsi dal suo creatore. Le varie fasi sono frutto, sì, di un’intuizione iniziale, ma anche e soprattutto di un processo di cesellatura e di elaborazione, di lucidatura e osservazione sia del dettaglio che dell’insieme, con uno sguardo ravvicinato e distante, ma soprattutto con una costanza nel tempo verso il compimento finale.
L’evento della scrittura diventa in questa prospettiva un atanor in cui si elaborano fasi di trasformazione dalla materia grezza all’ottenimento dell’oro (per approfondimenti si veda anche la recensione del libro L’evento della scrittura di Sara Durantini).
Il cerchio degli iniziati e la Matrona
Un ulteriore aspetto che accosta la struttura del Premio Strega a un rito di interesse antropologico è quello del corpo votante degli Amici della domenica. Questo si configura come una comunità ristretta (relativamente parlando, considerato il numero sempre crescente dei suoi membri oggi arrivato a circa quattrocento, dai cinquantacinque iniziali) ma influente, che richiama archetipicamente il consiglio, il tribunale o il circolo esoterico. Qui si decide il destino dei libri attraverso un meccanismo che richiama il rito di passaggio, in cui l’autore viene ammesso o escluso da una forma di canonizzazione.
Al centro di questo sistema si staglia la figura della matrona, Maria Bellonci, che può essere letta attraverso l’archetipo della Grande Madre: una presenza sibillina, oracolo e al tempo stesso mediatrice atta a custodire una certa idea di letteratura. La sua funzione non è solo organizzativa, ma simbolica: garantisce continuità e autorevolezza, tuttavia ambigua come la Grande Madre può donare la vita ma anche divorare.
L’iperbole del genius loci e sua simbologia
Anche lo spazio ha un ruolo interessante. Nato nel salotto letterario di Maria Bellonci, matrona del cenacolo letterario del secondo dopoguerra, conserva quello spazio intimo e al contempo ristretto, dal sapore iniziatico, della cerchia degli eletti. Del resto il Premio Strega nasce originariamente con l’intento di proporre al panorama letterario modelli nuovi, diversi, dando opportunità ad artisti fuori dalla cerchia degli intellettuali canonici, il riconoscimento, nonché l’autonomia finanziaria che il premio prevede, per portare avanti la loro arte (per approfondimenti si veda l’intervista a Simonetti).
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“Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario.” Intervista a Gianluigi Simonetti
La proclamazione finale dal ‘53 a oggi è quasi sempre avvenuta nel Ninfeo di Villa Giulia a Roma, un luogo che richiama la classicità e la dimensione rituale. L’acqua, l’architettura rinascimentale, l’aura: tutto contribuisce a trasformare l’evento in una cerimonia di incoronazione che si avvicina a una celebrazione sacrale della letteratura. Interessante notare che prima del ‘53 la premiazione si è svolta sempre a Roma, in ambienti legati al salotto di Maria Bellonci, pur restando in ambiente strettamente letterario. La scelta del Ninfeo ha portato il premio a una dimensione pubblica e di larga scala.
Il 2026, celebrando l’ottantesima edizione del premio, vedrà la proclamazione spostarsi in ambiente più istituzionale: il Campidoglio. Pertanto l’evoluzione è emblematica: da cenacolo dal carattere iniziatico a evento pubblico semi-sacrale fino a spazio civico-politico. E oggi, oltre la poesia di un percorso culturale che nasce per celebrare l’originalità e l’autonomia creativa, il premio è andato ben al di là dei suoi intenti iniziali facendo da eco e da specchio alle trasformazioni letterarie e sociali nell’arco di ottanta anni di storia.
Infatti premi letterari del Novecento, lo Strega come ad esempio il Goncourt,
nascono proprio per difendere il carattere sacro dell’arte. [...] Con la progressiva mediatizzazione [...] del campo letterario [...] il premio si mette al servizio della letteratura industriale che era nato per contrastare.
(G. Simonetti, “Caccia allo Strega”, Nottetempo 2023, pp. 31-32)
Il genius loci della proclamazione, di cui si disquisiva poc’anzi, nella sua iperbole ne è la dimostrazione.
Resta il carattere rituale di un premio, lo Strega, con un nome emblematico che evoca il mistero e la sacralità dell’atto letterario. Pur sapendolo immerso in logiche di mercato ed editoriali di ultima generazione, nel Premio Strega non cessiamo di cercarvi (forse invano?) una guida, nel marasma della nigredo del panorama letterario contemporaneo, nello sforzo di non perdere di vista quella luce calda che illumina l’essenza dell’atto della scrittura.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ottant’anni di Premio Strega: l’alchimia di un premio letterario dal sapore di erbe antiche, tra storia e mito
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