- Autore: Domenico Trischitta
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788894788556
Con la sua mountain bike affrontò la salita che conduce alla vasca dei cigni, esitò un attimo e girò a sinistra, direzione piazza san Domenico. Si soffermò su una marcia dura per provare la sua resistenza di quarantenne. Niente da fare. [...]
In quel recinto viveva Tony l’elefante, il pachiderma malinconico che tentò più volte di suicidarsi. Oltrepasso lo slargo con le fontanelle, giro a destra imprimendo rabbia alla mia andatura stanca. Mi siedo su una panchina e fumo una sigaretta, ripenso al grosso animale e a mio padre che me lo fece conoscere. [...]
Incrociò dei ragazzini sui pattini, li evitò come in uno slalom e affrontò la discesa, passò i grossi alberi con le radici aeree, bevve alla fontanella situata di fronte alla postazione dei vigili urbani. Un uomo in divisa lo guardò annoiato.
Catania, Villa Bellini. Gli esterni giorno sono di Domenico Trischitta. I suoi romanzi sono visivi: abitano lo sfondo prevalente di una Catania vintage. La città amniotica dove sono venuto sù e a cui il mio animo rimane intimamente saldato. Mi chiedo se è per questo che la narrativa di Trischitta mi asseconda sentimenti riconducibili allo spleen. Messa in altro modo: c’è solo il movente nostalgico alla base del mio interesse per i romanzi di Trischitta? Risposta secca: no. L’impronta metafisica – una metafisica catanese – che permea le sue opere concorre, di fatto, insieme ad altre ragioni. Prima delle quali, il tratto espositivo. Domenico Trischitta è un pifferaio magico: scrive e cattura il lettore come pochissimi - oggi - in Italia. La sua prosa risuona dell’aforistica incidente di Sgalambro: una prosa che arriva dritta al sodo senza perdere in eleganza. Un miracolo, considerato che i romanzi dello scrittore catanese si focalizzano su ambiti e geografie interiori. Il suo ultimo ed elegante 1999 (FuoriAsse Edizioni, 2025) credo confermi quanto espresso sin qui.
Per tanti (troppi) lettori è indispensabile la trama, ma il valore aggiunto delle micro-storie – nella storia principale – di 1999 sta nei sotto-testi. Afferenti a stazioni di vita di prima mano – partenze, ritorni, viaggi, incontri, città, scrittura, speranze, rinascite, ricadute, donne avute-amate-perse –: 1999 è forse il romanzo più personale di Domenico Trischitta, il più bergmaniano (Il posto delle fragole), costruito intorno a frame – di sogni, di rimorsi, di pensieri associativi – e proprio per questo e d’altro canto in transito. Il transito perenne cui è costretto chi asseconda la vita, chi decide di assaporarla e soffrirla fino in fondo. Nemmeno il titolo è scelto a caso. 1999, un anno epocale, di passaggio. In bilico tra due millenni, due secoli, due anni. Nemesi di uno scrittore (l’autore stesso?) in bilico a sua volta. Sospeso-rappreso fra passato/presente, pubblico/privato, essere/dover-essere. Anche il suo io-diviso si declina per dettagli ontologici, prima e terza persona narrativa: dentro/fuori, soggettivo/oggettivo. Consustanziali a presenze/assenze, primattori/comprimari, proiezioni consce/inconsce del protagonista. I convenuti di pietra di una fine d’anno ideale per tirare le somme. I bilanci definitivi di un matrimonio in crisi. Di un lavoro altrettanto. Di un mondo altrettanto. Cento volte di più. In 1999 il refolo irredento della denuncia sociale soffia sottotraccia all’intreccio portante.
Anche nella periferica Catania, i bambini degli anni Settanta – divenuti in un fiat wild boys degli Ottanta - guardavamo al 2000 come a un futuro da fantascienza, una fantascienza di fatto avveratasi soltanto nella sua espressione degenere: la distopia. Il passaggio dal vecchio al nuovo inaugurato la notte dell’uno gennaio millenovecentonovantanove è stato meno eclatante di ciò che aspettavamo (niente ufo a spasso per i cieli, niente pace & amore sempiterni, nessun potere al popolo e nemmeno al ceto medio, se è per questo). Si è trattato piuttosto di un make-up. Peggiorativo, come se non bastasse: vecchie ingiustizie sociali aggiornate ai diktat neoliberisti: il salario sempre più sudato, la morte al lavoro e i nuovi poveri in crescita sostanziale, le stazioni delle grandi città porti canale perenni di tossici, drop-out, sogni di gloria o disperazione in transito per treni. Le vecchie paure diventate angosce - climatiche, sanitarie, belliciste, prospettiche, relazionali -. L’altra faccia della mistificazione capitalista del benessere alla portata di tutti e all’infinito.
1999 è anche per ciò un romanzo dolente. Il racconto di una disillusione e al contempo di una presa di coscienza. Proprio quello che manca a larga parte della popolazione-zombi del pianeta: la forza e/o il coraggio della presa di coscienza. Che fine hanno fatto le fedi, i valori, le lotte, la consapevolezza, persino i fervori dei “cattivi maestri”, dell’ultima generazione (del ’900) che ha creduto e puntato su un mondo migliore? E in tutto questo rompete le righe generale, cosa ha fatto la letteratura per alzare la voce, continuare a raccontare lo sfascio in una forma che non fosse sterilmente ombelicale? Domenico Trischitta ci prova a esplicitare tutto ciò - quanto meno attraverso i morsi della coscienza, dolorosi quanto quelli delle sue rêverie - , e ancora una volta da par suo. Mediante parole senza infingimenti, seppure pregne di un lirismo intrinseco che le connota come imprescindibili. Parole come quelle che seguono. Parole fra le tante della medesima specie, che avrei potuto deputare come rappresentative di un romanzo, in ultima analisi, ragguardevole. Per forma e contenuti.
Sono più povero di un barbone, di quelli che se ne stanno seduti sui marciapiedi ad elemosinare un panino o una sigaretta. Io ho le tasse da pagare, la luce, l’acqua, il telefono, le banche, l’iva, le multe ed i miei errori. Faccio i conti, ogni giorno, con la morte, i figli, la moglie… la depressione, la gioventù che mi abbandona, le donne che ho avuto, mia madre che è morta e con Dio [...] E come potrei essere felice se fossi davvero un mendicante, un viandante puttaniere che si aggira per le strade di Barcellona, un ragazzo sbandato con il sacco a pelo che dorme nei giardini di Vienna, un rockettaro patetico che è andato fino a Monaco per vedere Dylan. Cancellare dalla mente moglie e figli, invece mi sono imbattuto nei romanzi dio Fante e Carver e mi ricordo che i bambini hanno bisogno del latte, ogni giorno, e alla fine sarò ripagato per la mia vita di merda.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: 1999
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