Al Salone del Libro di Torino venerdì 15 maggio alle 16.00 in Sala Avorio — Lingotto ha avuto luogo un incontro dedicato alla rivoluzione femminista e queer che sta trasformando il cinema e la serialità sudcoreani che ha visto Caterina Liverani, critica cinematografica e collaboratrice del Florence Korea Film Fest, in dialogo con Maria Shiela Miani.
Liverani ha pubblicato a marzo 2026 per le plurali editrice Lady Cinema va in Corea. Guida femminista al K-cinema, un saggio che ripercorre dieci anni di cinema sudcoreano visto attraverso lo sguardo delle donne che lo stanno riscrivendo dall’interno.
L’abbiamo intervistata per i lettori di Sololibri.
- Il libro si apre con una confessione: la fuga dalla sala durante Lady Vendetta. È raro che un saggio inizi con un fallimento. Perché ha scelto di non nasconderlo?
In realtà, perché è andata proprio così. Non ero assolutamente preparata a quello che quel film stava per mostrarmi, ma bisogna contestualizzare ricordando che si trattava del 2005. Non era un periodo in cui noi giovani cinefili avevamo accesso alle possibilità di visione che ci sono adesso. I film li vedevamo al cinema e le serie TV che seguivamo erano perlo più statunitensi o italiane. Guardo con simpatia a quella ragazzina che lasciò la sala durante la visione. Oltretutto, si trattava, credo, del quarto film della giornata, perché mi trovavo alla Mostra del Cinema di Venezia. Non è così insolito che alcune proiezioni vengano lasciate a metà per la stanchezza. Poi c’era una scena in cui veniva ucciso un cane e purtroppo io ne avevo appena perso uno. Insomma, un insieme di cose. Però mi è capitato altre volte nella vita che alcune situazioni che prima mi respingevano, poi mi hanno attratta profondamente.
- Lady Cinema va in Corea nasce come estensione di Lady Cinema di Valentina Torrini. Come si scrive ‘dentro’ un progetto editoriale altrui mantenendo una voce propria?
Il libro di Valentina per me è stato fondamentale e non soltanto perché è una delle mie amiche più care (in realtà quando ho letto il libro la conoscevo poco ancora, il nostro rapporto è cresciuto negli anni molto prima del progetto Lady Cinema va in Corea). Il lavoro di Valentina mi ha aiutato anche molto perché fornisce degli strumenti generali per interpretare il cinema nell’ottica femminista ad ampio raggio. Alcune riflessioni nel mio libro non ci sarebbero state senza il suo lavoro semplicemente perché io non le conoscevo, come ad esempio il test di Bechdel. Personalmente mi auguro che nascano altre Lady Cinema, ognuna per un paese diverso.
- Il libro è diviso in due parti: una più storica, una più militante. Una scelta iniziale oppure si è realizzata scrivendo il saggio?
Bisogna considerare che questo è il primo libro che io scrivo interamente, in precedenza avevo solo partecipato a progetti editoriali realizzati da vari autori. È quindi stata l’indicazione preziosa che mi hanno dato sia Valentina che l’altra mia editor Clara Stella a illuminarmi la strada. Io raccoglievo informazioni per scrivere un libro sulla Corea da anni e i miei appunti si erano accumulati e confusi. Avendo concordato prima lo schema generale del libro tutto è andato al suo posto in maniera abbastanza naturale. Ci tengo anche a ringraziarle ancora per la pazienza che hanno avuto con me, in tutto il procedimento. È bellissimo vedere il tuo lavoro prendere vita aiutato da tante persone, tante donne in questo caso.
- Park Nam-ok apre la genealogia femminile del cinema coreano. Perché era così importante partire da lei — da un film unico, dimenticato e commercialmente poco appetibile?
È stata una delle cose che ho imparato anche io, grazie al libro. Sinceramente non la conoscevo ma cercando informazioni in rete su un’altra regista è venuto fuori questo nome e non potete capire la mia meraviglia quando ho trovato il film The Widow, l’unico che questa regista ha realizzato in vita sua negli anni Cinquanta, su YouTube. Che esperienza poter vedere così facilmente qualcosa di così prezioso! In un certo senso ritorno a quello che dicevo a proposito del mio incontro con Lady Vendetta. Io ho studiato cinema all’università, anche se mi sono laureata in Teatro, e in quegli anni, i primi del 2000, vedere qualsiasi cosa era complicatissimo. Dovevi visitare le mediateche o aspettare che dei negozi specializzati recuperassero DVD e VHS rari. Probabilmente il mio libro è figlio anche della facilità di accesso a contenuti così particolari negli anni che viviamo.
- La figura di Lim Sang-choon ricorda la nostra Elena Ferrante. Come è stato scrivere di qualcuno che ha scelto di non rendersi reale?
Proprio come nel caso della nostra Elena Ferrante non ci sono tante informazioni su di lei se non i titoli dei drama che ha realizzato. In realtà mi affascina molto l’idea di non sapere chi sia effettivamente un autore, ti aiuta a non avere pregiudizi. Che sia una strategia di marketing o la scelta di una persona particolarmente privata, lo trovo estremamente interessante. Probabilmente per uno scrittore è la possibilità di essere il più libero possibile. Quello che conta però è come la presenza di sceneggiatrici sia aumentata negli ultimi anni in quella che è l’industria dei drama, anche quella più accessibile al pubblico di tutto il mondo, molto più del cinema.
- Inaspettata (ma fino a un certo punto) la parte dedicata a Michela Murgia. Come è riuscita a creare un ritratto che non appare celebrativo ma restituisce solo il profilo di una donna che amava la cultura coreana e quindi anche il suo cinema, senza cadere in retoriche e falsi miti?
La figura di Michela Murgia per me è davvero importante. Le sue parole mi hanno fatto spesso sentire meno sola nella mia scelta, ad esempio, di non avere figli e di essermi creata una mia famiglia fatta di legami di cuore. È ancora così prezioso e presente il suo lavoro e la sua vita riecheggia in tante nostre battaglie quotidiane. Pensiamo a quanto è liberatorio e controcorrente per una intellettuale di quella caratura urlare a gran voce la sua passione per il K-pop in anni in cui ancora non era così conosciuto e riconosciuto come adesso. A proposito di Michela Murgia è stata anche fondamentale la consulenza con l’autrice della prefazione al libro, Hee Sun Moon, che è stata una buona amica di Michela fino alla fine e che mi ha raccontato tanto di lei, non solo in riferimento alla sua passione per la Corea.
- Il libro cita molti titoli, ma non è una filmografia commentata. Come ha scelto cosa includere e cosa lasciare fuori? E per i titoli ‘lasciati fuori’ potrebbe esserci un Lady Cinema va in Corea II?
Nel libro ho cercato di inserire semplicemente tutti i film che avevo avuto la possibilità di vedere in questi dieci anni di lavoro, ovviamente diretti da donne. Da lì poi facendo ricerche sono venuti fuori altri film più vecchi come The Widow di cui parlavamo prima. Va detto anche che non è un lavoro difficile perché non è che ci siano così tanti film diretti da donne, e questo non solo per la cinematografia coreana. Certo che potrebbe esserci un prosieguo di questo lavoro, non fosse altro che per la parte dei drama che vengono prodotti a un ritmo febbrile in cui tanto la presenza femminile dietro la macchina da presa quanto davanti ad essa continuano ad evolversi, restituendoci l’immagine di una donna coreana profondamente diversa da quella di solo pochi anni fa.
- C’è un libro della letteratura coreana che vorrebbe vedere sullo schermo?
Assolutamente sì. Ho letto un libro stupendo quest’estate che si intitola A proposito di mia figlia di Kim Hye-jin. È la storia di una donna di mezza età che non riesce inizialmente ad accettare l’omosessualità di sua figlia. Come spesso mi capita quando leggo un libro di cui non esiste una trasposizione cinematografica (o semplicemente io non l’ho vista) mi piace immaginare gli attori e le attrici che interpreterebbero i personaggi sulla pagina. E per quel libro avrei già qualche idea sul casting! Magari succede, lo spero. Intanto lo consiglio a tutti, non solo a chi è interessato alla società coreana, ma anche per come descrive con assenza di giudizio severo la difficoltà di comprendersi tra generazioni diverse.
Recensione del libro
Lady Cinema va in Corea. Guida femminista al K-cinema
di Caterina Liverani
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Rivoluzione femminista e K-Cinema: intervista a Caterina Liverani, in libreria con “Lady Cinema va in Corea”
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