Lady Cinema va in Corea. Guida femminista al K-cinema (2026) è il nuovo titolo della collana “Le bussole” di le plurali editrice, casa editrice indipendente e femminista che costruisce strumenti di orientamento culturale con uno sguardo intersezionale. A firmarlo è Caterina Liverani, critica cinematografica, membro SNCCI e collaboratrice del Florence Korea Film Fest da oltre un decennio.
Il libro non nasce isolato: si innesta su Lady Cinema di Valentina Torrini (2021), di cui rappresenta un’estensione geografica e culturale verso la Corea del Sud. Non un sequel: uno spostamento di sguardo. E quello sguardo, Liverani lo ha conquistato a fatica.
C’è una scena, nell’introduzione del testo, che vale più di molte pagine di critica: Caterina Liverani che abbandona la sala a metà proiezione di “Lady Vendetta” di Park Chan-wook, alla Mostra del Cinema di Venezia del 2005. Non per noia, ma per eccesso sia visivo che di messaggio: quel film era caos quando lei cercava ordine, dissonanza quando aveva bisogno di linearità. Un rifiuto che le è rimasto addosso per anni come un’occasione sprecata. Dieci anni dopo Caterina Liverani rientra nel cinema coreano dalla porta laterale di un festival fiorentino, in sostituzione di un collega. Quello che segue è un percorso fatto di anni di proiezioni, festival, incontri, perfino una cena con Director Park Chan-wook che confluisce nel libro che oggi leggiamo. Il risultato è un saggio che non spiega il K-cinema: lo attraversa.
La prima parte ricostruisce la storia del cinema sudcoreano come genealogia di presenze, più che come cronologia di successi. Il punto di partenza è Park Nam-ok, prima donna a dirigere un film in Corea del Sud: il suo “The Widow” (1954), girato con il set allestito nel giardino di casa e la figlia neonata sulla schiena, fu un flop commerciale in un Paese che preferiva storie in cui la donna “peccatrice” fosse redenta, non autodeterminata. Il confronto che Liverani costruisce tra “The Widow” e “Madame Freedom” è uno dei momenti criticamente più lucidi del libro: due sguardi opposti sulle stesse figure femminili, due destini al botteghino tutt’altro che casuali.
Da lì la storia procede attraverso la k-wave degli anni Novanta e Duemila — dominata da registi uomini come Bong Joon-ho (“Parasite”), Park Chan-wook (“Oldboy”), Lee Chang-dong (“Burning”) — fino alle autrici che, nel cinema indipendente, hanno trovato lo spazio che il mainstream continuava a negare. Yim Soon-rye, Kim Bora, Chun Sun-young: nomi che il pubblico italiano fatica ancora a riconoscere, ma che Liverani restituisce con la precisione di chi li ha incontrati, seguiti e ascoltati nei corridoi del Florence Korea Film Fest e del Busan International Film Festival.
C’è, però, un dato che il libro non nasconde: il cinema coreano attraversa oggi una fase di trasformazione profonda. Le grandi produzioni si sono ridotte, gli attori cercano strade alternative, e la serialità ha progressivamente assorbito risorse e pubblico. È proprio in questo spazio (i drama, le piattaforme, le nuove forme di racconto) che le donne stanno iniziando a fare la differenza, soprattutto nella scrittura. Kim Eun-sook (“The Glory”), Park Ji-eun (“Crash Landing on You”), Moon Ji-won (“Avvocata Woo”), e la più enigmatica di tutte, Lim Sang-choon, che firma le sue sceneggiature con uno pseudonimo e non è mai apparsa in pubblico: una Elena Ferrante coreana, come la definisce Liverani, e l’accostamento è tutt’altro che forzato per il sentire delle sue protagoniste. Donne indipendenti certe della propria forza come della loro debolezza.
La seconda parte del libro cambia registro e si fa più esplicitamente politica. Qui entrano in gioco i femminismi coreani — dal movimento 4B a Escape the Corset, fino alle proteste contro la diffusione di immagini non consensuali — e le rappresentazioni che cinema e serialità hanno iniziato a produrre: corpi non conformi, identità queer, salute mentale trattata come materia narrativa e non più come stigma. Non è una semplice rassegna di contenuti progressisti; è un’analisi di come la scrittura femminile stia modificando dall’interno i codici di un’industria storicamente patriarcale.
Intenso, infine, è il "capitolo - omaggio" dedicato a Michela Murgia, che chiude il libro con una nota inattesa e necessaria. Murgia non ha mai visitato la Corea del Sud (la malattia glielo ha impedito), ma è stata tra le prime intellettuali italiane a riconoscerne il valore culturale anche nelle sue forme più popolari. La sua masterclass del 2023 all’Università per Stranieri di Siena, la playlist k-serotonina, la difesa pubblica dei BTS: elementi che nel libro non funzionano come appendice, ma come chiave di lettura.
Da tutto questo emerge con chiarezza che la Corea non è solo un fenomeno culturale, ma un Paese che ha imparato a occupare lo spazio simbolico globale con una precisione quasi strategica. La Liverani lo scrive chiaramente nelle conclusioni: questo libro nasce da dieci anni di studio del cinema coreano. E si sente. Si avverte nella struttura del saggio la differenza tra chi scrive di qualcosa che ha letto e chi scrive di qualcosa che ha attraversato — festival dopo festival, incontro dopo incontro, visione dopo visione.
Come recita il proverbio coreano che chiude il libro: 시작이 반이다. L’inizio è già metà del percorso. Il resto lo fa lo sguardo.
- Autore: Caterina Liverani
- Genere: Arte, Teatro e Spettacolo
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Lady Cinema va in Corea. Guida femminista al K-cinema
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