Francesco De Gregori durante il TOUR 2022, il 18 novembre 2022 presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. - Credito: Domenico Cippitelli / LiveMedi — Foto di livephotosport / depositphotos.com
Viva l’Italia (Rca 1979) è l’album musicalmente più “americano” di Francesco De Gregori, giunto a misurarsi col sound stelle e strisce e l’anti-mitizzazione di una nazione immutabile: perennemente precaria, contraddittoria, in crisi, in chiaroscuro. L’Italietta in cui, insomma, si tira sempre a campare, i gruppi armati a sparare, lo Stato a reagire duro coi blitz ripetuti dell’antiterrorismo e il processo teorematico conosciuto come “processo 7 Aprile”.
La canzone intitolata Viva l’Italia arriva poco oltre metà disco. Un inno nazionale sui generis, privo di eroismo e agiografia. Una ballata a luci e ombre, odi et amo al tempo stesso. L’ambivalenza (apparente?) di un “Viva l’Italia” reiterato a ogni strofa - reflusso di patriottismo velenoso? ode resistenziale? litania esorcistica per contrastare i fantasmi del secondo Novecento italiano? - rilevata da successivi spunti di segno contrario. I possibili affreschi da cartolina (“L’Italia del valzer, l’Italia del caffè”) da evocazioni antinomiche. Come quella del “12 dicembre” 1969, data nera della Repubblica Italiana. La ballata coglie nel segno: il prologo ideale de La storia di diversi anni dopo, stessa inquadratura d’insieme e i tratti politico e umanista chiamati a una convivenza non forzata. Nella fattispecie: la storia della nazione in poche righe e una manciata di accordi.
Viva l’Italia: testo della canzone di Francesco De Gregori
Viva l’Italia, l’Italia liberata,
l’Italia del valzer, l’Italia del caffè.
L’Italia derubata e colpita al cuore,
viva l’Italia, l’Italia che non muore.Viva l’Italia, presa a tradimento,
l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare,
l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare,
l’Italia metà giardino e metà galera,
viva l’Italia, l’Italia tutta intera.Viva l’Italia, l’Italia che lavora,
l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora,
l’Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l’Italia, l’Italia sulla luna.Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,
l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l’Italia, l’Italia che resiste.
Viva l’Italia: contesto e analisi del testo della canzone
L’album Viva l’Italia si attesta come ultimo capitolo degli anni Settanta degregoriani, un album-ponte, spartiacque tra passato e presente, tra presente e futuro. Otto tracce attraversate dal filo rosso del viaggio, vissuto-sognato-subito, ma non ancora del tutto naufragante, come nell’apologo del Titanic a seguire (Rca, 1982). Capo d’Africa inaugura il disco con un desiderio di fuga. Non è un caso: il sogno (italiano) di smettere e di ricominciare daccapo. Un viaggio per mare “con la lira che si allontana”, una presa di distanza liberatoria, fra le altre - attraversamenti terracquei, evasioni e ritorni a città che mordono, proteggono e minacciano - confluenti al discorso principale accennato dalla title-track: è a Viva l’Italia che l’intero disco si riconduce, l’epitome macchiaiola di una cronistoria aggiornata all’anno 1979.
Coerente al canone tematico-formale espresso sin qui da De Gregori, Viva l’Italia inquadra la nazione in campo lungo, senza retorica, senza affetto e senza malanimo. Una ballata coinvolta ma a ciglia asciutte, l’affresco contrastato (ma nel complesso premuroso) di una nazione dai connotati spezzati e incoerenti: “L’Italia metà giardino e metà galera”; “L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare”; “l’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora”.
Le pagine chiare e le pagine scure di Rimmel vergate stavolta in funzione sociale, attraverso strofe rapsodiche, versi frammentati, libere associazioni: la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo (“l’Italia liberata”); i malgoverni, il malaffare e la speculazione edilizia controindicazioni del cosiddetto boom economico (“l’Italia derubata e colpita al cuore”, “l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento”); lo stragismo e l’eversione armata degli anni Settanta (“l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura”, “l’Italia del 12 dicembre”).
È il ritratto doriangrayano di una Nazione sempre identica, che non invecchia e, semmai invecchiasse, invecchierebbe male e in modo occulto. Un’Italia-eterna “metà giardino e metà galera” restituita attraverso opposizioni e/o bivalenze di senso, tra denuncia e malinconia, stereotipie nazionali (ancora “L’Italia del valzer e l’Italia del caffè”, “l’Italia metà dovere e metà fortuna”) e vita vera (“l’Italia che lavora, l’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora”). Tra colpevoli abbandoni politici [“L’Italia dimenticata” delle periferie esistenziali (ndr)] e rimozioni per dolore e/o vergogna (“l’Italia da dimenticare”).
L’ultima strofa è estrema, funzionale, rievocativa di una pagina fra le più tragiche - ed emblematiche - dell’imperfetta democrazia italiana: quella della strage di Piazza Fontana che nel 1969 aprì la stura agli anni di piombo. Una (ri)evocazione luttuosa, che lasciando affiorare lo sgomento lascia al contempo spazio, alla determinazione, alla resilienza (“L’Italia che resiste”), alla voglia di farcela comunque.
Ho sempre vissuto come atto di lesa maestà la traduzione in dettaglio delle strofe degregoriane. Ritengo la semantica di De Gregori capace di suonare-significare in sè. Tentare di spiegarne i simboli di cui si sostanzia significa in qualche modo svilirla, sottrarle tanto della poetica e dell’evocatività di cui è capace e che la connotano. Dire troppo e troppo poco al tempo stesso.
Nel nostro caso basti sapere che Viva l’Italia è la traccia emblema di un disco incentrato sul moto a luogo (personale e geografico), un rimando allo statuto dialettico di una nazione incompiuta, piuttosto che al patriottismo o alla scoperta denuncia dei suoi difetti. Viva l’Italia non è un apologo retorico e nemmeno una canzone di denuncia, piuttosto il ritratto per anafore di un Paese imperfetto: il canto e controcanto lucido di un’Italia topica seppure duale, costantemente in bilico tra pressapochismo ed eroismo, fortuna e lavoro, cialtroneria, violenza e forza di resistere. In grado lo stesso di guardare avanti [“l’Italia che non muore” anche se “colpita al cuore”; “l’Italia che resiste (…) nella notte triste degli anni di piombo, anche loro perenni, mai finiti del tutto (ndr)]. Una secca e suggestiva fisiognomica nazionale, declinata con rabbia-amore-coraggio-malinconia. Risvolti di cui Francesco De Gregori tiene il computo a distanza di sicurezza da frasi a effetto o di circostanza, nel modo funzionalmente evocativo che gli è proprio. Un modus che procede per contrapposizione di termini e significati, adeso e disgiunto a testo e sotto-testo, ermetismo e nitore. Sovvertitore della forma-canzone com’era prima che De Gregori la indirizzasse verso un’estetica diversa. Più densa. Più lata. Più alta.
Le ultime parole su Viva l’Italia sono le sue, pronunciate diverse lune dopo il 1979 in cui l’ha scritta e pubblicata. Che vadano assunte alla lettera o meno, restano comunque ininfluenti per arrivare al senso ultimo di una ballata politica tra le più incisive – rarefatte e raffinate - della canzone italiana, che peraltro si racconta benissimo da sé:
“C’era il terrorismo in quegli anni, la canzone riflette il periodo tremendo degli anni Settanta. Nelle mie intenzioni non era un inno ma un tributo a un paese che aveva dimostrato comunque di avere anticorpi per reagire a tutto questo. Viva l’Italia anche allora suonava un po’ strano. […] Il nazionalismo era legato alla cultura di destra, e quindi il fatto che io - di opposta estrazione politica - facessi Viva l’Italia poteva suonare ironico. In realtà era un atto d’amore per questo paese. Io pensavo a quest’Italia che scendeva in piazza a opporsi a chi invece questa Italia la voleva chiudere dentro le case. Penso alle manifestazioni dopo le stragi, dopo le bombe come Piazza Fontana.”
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Viva l’Italia”, l’inno anti-retorico di Francesco De Gregori: testo e significato
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