Veronica Gambara è la poetessa rinascimentale che si è guadagnata niente meno che l’ammirazione di Giacomo Leopardi, che ne stimava l’acuto pessimismo e la vena intimista. Proprio così: questa donna colta, raffinata e sensibile, è stata una delle grandi signore italiane del ’500 e in campo artistico ci ha lasciato poesie che nei secoli hanno ottenuto la considerazione e le lodi della critica.
Originaria del bresciano, appartenente a una nobile famiglia politicamente ed economicamente influente, dotata di una solida educazione umanistica, alla morte del marito la Gambara riuscì a mettersi in luce anche come amministratrice del feudo di Correggio, ruolo che resse con abilità ed equilibrio.
Nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, approfondiamo la conoscenza di questa straordinaria dama del XVI secolo.
Veronica Gambara: la vita
Figlia del conte Gianfrancesco e di Alda Pio di Savoia da Carpi, Veronica Gambara nacque nel castello di Pratalboino (oggi Pralboino, Brescia) il 30 novembre 1485, in una famiglia aristocratica e colta.
Fin da ragazzina Veronica, dato l’alto lignaggio, ebbe la possibilità di studiare e assicurarsi una solida formazione umanistica, cimentandosi, fra l’altro, nel latino, nel greco, nella teologia e nella filosofia. I primi componimenti arrivarono già nell’adolescenza e mostrarono fin da subito i tocchi di originalità della futura poetessa, capace di rispettare il verso petrarchesco arricchendolo però di spunti del tutto personali e intimistici.
Ancora giovanissima, nel 1505 la Gambara avviò un’intensa corrispondenza di lettere e sonetti con il letterato Pietro Bembo, amico del padre; questa e altre amicizie con personaggi di cultura rafforzarono notevolmente la preparazione umanistica della nobildonna.
Intanto il tempo passava, la ragazza cresceva e a un certo punto giunse il momento di sposarsi. Ovviamente, visto il rango della giovane, era indispensabile che il marito fosse adeguato a lei per prestigio e ricchezze; la scelta, infine, ricadde su Giberto X, signore di Correggio, già vedovo di Violante Pico, nipote di Giovanni Pico della Mirandola e padre di Costanza. Le nozze civili si celebrarono a Brescia nell’ottobre del 1508, quelle religiose ad Amalfi l’anno successivo.
Si trattò, come sempre avveniva a quel tempo nelle famiglie altolocate, di un matrimonio combinato, ma dove ben prestò sbocciò l’amore vero: Veronica, che era talmente in gamba da riuscire a instaurare rapporti buoni praticamente con chiunque avesse a che fare con lei, si innamorò, ricambiata, del consorte e l’unione tra i due, allietata dalla nascita di Ippolito (1510) e Gerolamo (1511), fu felice. Al marito, la poetessa dedicò il celebre madrigale Occhi lucenti, e belli.
Dunque la Gambara si stabilì con gioia nel piccolo feudo di Correggio, che ben presto divenne un esclusivo circolo letterario frequentato dalle più eminenti personalità della cultura, fra cui il pittore Tiziano, il letterato Pietro Bembo e il poeta e scrittore Ludovico Ariosto.
Quando nel 1518 la donna rimase vedova, governò da sola il possedimento dimostrando ottime doti politiche e grande equilibrio nell’amministrazione; non smise di occuparsi degli affari di Stato neanche quando, negli anni ’40, il feudo passò ufficialmente al figlio primogenito Ippolito. Allo stesso modo, Veronica non abbandonò mai la poesia, la sua più grande passione, che la impegnò fino alla morte, avvenuta il 13 giugno 1550.
Veronica Gambara: le opere
Veronica Gambara ci ha lasciato un corpus di 80 poesie di impronta petrarchesca (una scelta usuale all’epoca) e una raccolta epistolare.
Le Rime comprendono sonetti, madrigali, stanze e una ballata. Le tematiche trattate sono numerose e molto diverse tra loro, spaziando dall’amore per il marito Giberto, di cui tesse le lodi sia quando è in vita che dopo la morte, a poemi di carattere pastorale, da versi di stampo morale, politico e civile ad altri che celebrano figure illustri dopo la loro scomparsa, dall’omaggio in occasione di matrimoni e feste ufficiali fino ai versi ammirati per la bellezza del territorio di Correggio. Appartiene al corpus anche un’ode saffica in latino.
Il petrarchismo si riscontra, ad esempio, nell’insistenza a discutere di occhi, a testimonianza dell’accoglimento da parte della Gambara dell’aspetto più intimistico e spirituale della tematica amorosa, e nell’argomento della contemplazione della natura, nonché dell’effetto che essa suscita sull’animo umano.
I sonetti composti per la morte di Bembo (63-65), dove immagina il Paradiso che festeggia l’arrivo del poeta, e quelli a carattere sacro (55-58), attestano il sentimento religioso autentico della Gambara, che dopo la scomparsa del marito si acuì e si esplicitò in letture e studi teologici.
Le lettere che formano il famoso epistolario della Gambara sono importanti sia dal punto di vista artistico che storico, in quanto testimoniano da un lato il talento dell’autrice, dall’altro i rapporti che essa strinse con personalità eminenti del Rinascimento, come Isabella d’Este, Vittoria Colonna e Pietro Aretino, oltre al già citato Bembo.
Riguardo lo stile, la prosa risulta talmente brillante e raffinata che alcuni critici reputano l’epistolario un’opera più coinvolgente delle stesse poesie. Seppur oggettivamente eleganti, tuttavia, le epistole denotano al tempo stesso una indiscutibile ed evidente concretezza, caratteristica che ben riflette l’indole della Gambara, la quale si destreggiò egregiamente fra amore per la poesia e doveri istituzionali.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Veronica Gambara: vita e opere della poetessa amata da Leopardi
Lascia il tuo commento