Pubblicato da Besa muci nel 2024, Racconti thailandesi (titolo originale People of Esarn, 1987) porta finalmente al pubblico italiano una raccolta divenuta un punto di riferimento della narrativa thailandese contemporanea. Pira Sudham scelse di scrivere quest’opera in inglese, la sua lingua di adozione (e noi la leggiamo nella traduzione di Giuseppe Striccoli, mentre il volume è curato da Giuseppe Striccoli e Silvia Padroni), compiendo un percorso che accomuna molti scrittori migranti: raccontare la propria terra attraverso una lingua acquisita altrove (si veda anche Jhumpa Lahiri Perché l’italiano?). Non si tratta di una rinuncia alla propria identità linguistica, ma della ricerca di una distanza narrativa che permetta di osservare il luogo d’origine con uno sguardo insieme intimo e universale.
Un affresco umano della complessità della società thailandese
Ciò che rende i racconti di Sudham originali non è soltanto l’attenzione riservata alla gente comune. Contadini, madri, bambini, monaci, lavoratori emigrati, vittime dello sguardo giudicante della società come prostitute o uomini con diverso orientamento sessuale: tutti diventano i protagonisti di un affresco umano che restituisce la complessità della società thailandese, in particolare di quella proveniente dall’Isaan, la regione nord-orientale di cui è originario l’autore. La forza della raccolta risiede soprattutto nel suo sguardo che nasce dall’appartenenza, ma anche dalla distanza. Dopo aver lasciato il suo villaggio, lo scrittore ha vissuto a lungo in diversi Paesi e continenti, sperimentando in prima persona cosa significhi essere migrante, prima di fare ritorno nella propria terra.
Questa esperienza conferisce ai racconti una profondità particolare. Sudham osserva il suo mondo con l’affetto di chi vi appartiene e, allo stesso tempo, con la consapevolezza di chi ha conosciuto altre culture e altri modi di vivere, ma anche il dolore del distacco e della solitudine. Il suo è uno sguardo capace di cogliere le conseguenze più intime della povertà, delle disuguaglianze e della migrazione. L’autore racconta queste vicende senza stereotipi né giudizi morali, mostrando come dietro ogni scelta migratoria si intreccino aspirazioni, sacrifici, solitudine e desiderio di riscatto.
Quasi tutti i racconti sono scritti in prima persona, ma quella voce cambia continuamente identità. Sudham entra nei pensieri di uomini, donne, giovani e meno giovani, prestando loro la propria voce fino a comporre un vero e proprio coro. Solo nell’ultimo racconto la prima persona coincide con quella dell’autore, che svela la propria vicenda biografica. Si comprende allora che tutte le voci precedenti erano anche frammenti della sua esperienza e della sua memoria.
La migrazione come rito di passaggio
Attraverso questo mosaico umano, Sudham torna ripetutamente su un interrogativo che caratterizza l’intera raccolta: che cosa si perde quando si lascia la propria terra? I suoi racconti non idealizzano la vita nei villaggi dell’Isaan, segnati dalla siccità e dalla miseria, ma mostrano come l’appartenenza a una comunità rappresenti una forma di ricchezza che non può essere misurata in termini economici.
Rimanete nei vostri villaggi – dico a qualcuno di loro – state meglio lì, nonostante la povertà e la siccità. Solo dopo riconosco che non serve a niente parlare così. Tutti noi siamo vittime del nostro karma, del nostro fato. Tuttavia vorrei che stessero nei loro villaggi, perché so che lì, tra la propria gente, nel loro ambiente naturale, hanno ancora una certa dignità, a dispetto della loro miseria. Qui diventano mendicanti, facchini o, quando va bene, servi.
La migrazione diventa un autentico rito di passaggio i cui protagonisti, eroi della propria esistenza e del proprio regno interiore, compiono un viaggio geografico e interiore per integrare la propria immagine con quella del vero Sé. Il ritorno, quando avviene, non cancella la frattura, ma la cura in un delicato lavoro di tessitura di recupero delle maglie allentate e dei fili sciolti. Non si ritorna mai identici a come si era partiti.
Villaggio, fango, appartenenza e scrittura
Il villaggio diventa così molto più di uno sfondo narrativo: è il genius loci dell’intera raccolta, un luogo simbolico e interiore che continua ad abitare i personaggi anche quando se ne allontanano. È una presenza psichica, una patria dell’anima. Da una prospettiva junghiana, il villaggio assume il valore dell’archetipo della casa interiore, delle radici e della memoria collettiva.
A questo spazio è indissolubilmente legata un’altra immagine ricorrente: il fango. Il fango invade le strade, le case, i campi, accompagna la vita quotidiana degli abitanti dell’Isaan e sembra lasciare un marchio che continua ad aderire ai personaggi anche dopo la partenza. È certamente il segno della povertà e delle difficoltà materiali, ma possiede anche un forte valore simbolico. Il fango, infatti, custodisce una possibilità di nutrimento e rinascita, proprio come accade al fiore di loto che affonda le radici nella palude per sbocciare incontaminato. Il fango rappresenta la materia primordiale da cui può nascere una nuova coscienza. In questa prospettiva la miseria non viene celebrata, ma riconosciuta come il terreno da cui può germogliare una resilienza profonda.
Queste parole non esprimono un rifiuto della migrazione né una nostalgia romantica del mondo contadino. Sudham conosce troppo bene l’impulso che spinge inesorabilmente l’essere umano a partire per cadere in una visione idealizzata del ritorno. Piuttosto, invita il lettore a riflettere sul costo identitario che ogni migrazione comporta. Lasciare il proprio villaggio significa spesso perdere non solo una casa, ma anche una rete di relazioni, un linguaggio condiviso, un senso di riconoscimento reciproco. È questa appartenenza invisibile a conferire dignità alle persone, anche quando vivono nella povertà.
La riflessione di Sudham richiama ciò che la psicologia transculturale definisce lutto migratorio: una perdita che non riguarda soltanto i luoghi, ma gli affetti, le abitudini, la lingua, il ruolo sociale e l’immagine di sé. In alcune persone questa condizione può assumere la forma della Sindrome di Ulisse, caratterizzata da uno stress tipico della condizione migratoria dovuto all’accumularsi delle separazioni e delle rinunce. Nei racconti di Sudham questa sofferenza emerge con chiarezza nei suoi personaggi non sono semplicemente emigrati: sono uomini e donne sospesi tra mondi diversi, impegnati ogni giorno a ricostruire un’identità che il viaggio, la miseria e la nostalgia hanno inevitabilmente trasformato.
L’ultimo racconto autobiografico illumina retrospettivamente l’intera raccolta. È qui che Sudham rivela come la scrittura sia nata dalla sua stessa esperienza di perdita e di lontananza.
Per scrivere è necessario sapere come utilizzare la solitudine e il dolore, come trasformarli in forza, in un’ancora di salvezza.
La scrittura diventa il luogo in cui il lutto migratorio può essere trasformato in memoria condivisa; il dolore viene reso consapevole, elaborato e restituito agli altri sotto forma di narrazione universale. La letteratura assume una funzione profondamente riparativa: permette di ricostruire simbolicamente quella casa interiore che la migrazione sembrava aver disperso. E la lettura, a sua volta, ne attraversa lo specchio e permette al lettore attento e sensibile di rielaborare le sue stesse ferite (si veda anche La libroterapia).
Besa muci: un editore di migrazioni e frontiere culturali
La casa editrice Besa muci porta all’attenzione dei lettori italofoni autori e autrici le cui voci rischierebbero di rimanere marginali. Le sue pubblicazioni dedicano particolare attenzione ai temi della migrazione, delle identità plurali, delle frontiere culturali e dell’appartenenza. In questo percorso si inseriscono anche opere di scrittori come Ismete Selmanaj-Leba e Daniele Comberiati, che, seppur con prospettive differenti, condividono un’analoga sensibilità verso le trasformazioni dell’identità e della memoria. Proprio per il valore culturale dell’opera, è un peccato che il volume presenti qua e là alcune sviste ortografiche e qualche scelta traduttiva a mio avviso imprecisa, dettagli che meriterebbero un’ulteriore revisione editoriale.
Racconti thailandesi rappresenta una raccolta di grande intensità umana. Attraverso una pluralità di voci, Pira Sudham ci ricorda che ogni migrazione è insieme un viaggio nel mondo e un viaggio dentro sé stessi, e che le radici non sono un ostacolo al cambiamento, ma il luogo simbolico da cui ogni trasformazione autentica continua a trarre nutrimento.
Recensione del libro
Racconti thailandesi
di Pira Sudham
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Leggere i “Racconti thailandesi” di Pira Sudham attraverso la lente della migrazione
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