Stanley Kubrick. L’arancia meccanica
- Autore: Giorgio Cremonini
- Genere: Arte, Teatro e Spettacolo
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Edizioni Lindau
- Anno di pubblicazione: 2026
Il film, benché sia uno di quelli che cercano d’incidere sul nostro comportamento, non ha la forza di convinzione dei racconti filosofici e svela qualcosa di abbastanza equivoco. Indulge al barocco e al provocante, corrompe con scene stravaganti e spesso turpi il significato morale che intende prospettare.
(Gino Visentini, Il mondo, 28.09.1972)
La razionalità borghese allarma Kubrick, ma al contempo la suggestione che emana l’irrazionalismo non lo risparmia. Non ci stupiamo che ciò si verifichi, poiché le esemplificazioni alla maniera di Burgess e di Kubrick hanno il difetto di essere troppo astratte [...] per assolvere una generalizzazione che faccia i conti con la storia e con rapporti più dialettici.
(Mino Argentieri, Rinascita, 6.10.1972)
Due stralci italiani con cui la critica dell’epoca accolse Arancia meccanica, il film forse più divisivo di Stanley Kubrick. Per individuarne appieno le meta-significanze implicite all’ultra-violenza evidenziata, sarebbe forse utile riandare agli spazi primigeni dell’Alba dell’uomo che inaugura 2001 Odissea nello spazio. Dall’umanoide delle caverne che infierisce su un suo simile brandendo un osso di animale al 1972 della scultura fallica con cui Alex inferte il colpo di grazia a una donna in precedenza violentata, si estende il denominatore brutale che connota il genere umano secondo Stanley Kubrick. Il filo conduttore tematico che ne segna trasversalmente lo specifico: l’ossessione per la bomba del Dottor Stranamore; la guerra per la guerra di Orizzonti di gloria e Full metal jacket; la violenza domestica di Shining; la violenza ritualistica di Eyes wide shut (perché no?), scaturiscono in fondo da una pulsione di morte endemica alla progenie sapiens (?). Se per un verso l’ultra-violenza di cui si fa artefice Alex in Arancia meccanica risulta – malgrado l’iperrealismo con cui viene filmata – insopportabile, dall’altro la “cura Ludovico” cui viene sottoposto per fini rieducativi risulta esserlo parimenti: nell’universo confliggente ordito da Stanley Kubrick nessuno è innocente fino in fondo (né Stato né individuo) in quanto condizionato dell’imxprinting ultra-violento che era in origine della scimmia di 2001.
La terza edizione di Stanley Kubrick. L’arancia meccanica di Giorgio Cremonini (Lindau, 2026) esula dall’esclusiva lettura socio-politica del film (gli anni di Arancia meccanica sono gli anni della corrente antipsichiatrica, di Lang e del suo Io-diviso, di Qualcuno volò sul nido del cuculo, romanzo e film) soffermandosi più ad ampio raggio sulla semantica visiva attraverso cui la parabola sociopatica di Alex & Drughi viene a estrinsecarsi.
Più ancora che nel romanzo di Anthony Burgess da cui è tratto, nell’Arancia meccanica di Stanley Kubrick sono iperrealismo ed estetica pop a connotare, infatti, persino le scene di violenza. Prescindere da questa accezione, cioè dll’elemento visionario (paradossale, destrutturante) attraverso cui si declina il film potrebbe dunque fuorviare: pure se prefigura una società dedita alla violenza (in special modo giovanile) Arancia meccanica non fascistizza il discorso, poi che anche il sistema - attraverso controllo e repressione (Foucault) – si connota a sua volta come portatore di violenza, per via del subdolo condizionamento del libero pensiero.
Come spesso i film di Stanley Kubrick, anche Arancia meccanica è un film preconizzante: anticipa la violenza sottesa all’intrusivo pedagogismo del Sistema (la cifra precipua della nostra attualità capitalizzata) al punto da sollecitare nello spettatore sentimenti quasi empatici verso un personaggio senza dubbio spregevole come Alex. Come sottolineato da Giorgio Cremonini alle pagine 94-95 del suo saggio:
Riconoscere l’ineliminabilità della violenza dall’universo di Kubrick e dal mondo (la scimmia di 2001 è già un animale omicida) significa superare la falsa antitesi che molti hanno voluto vedere nel film: se sia preferibile cioè la violenza ‘naturale’, animalesca di Alexander De Large prima della “cura Ludovico” o, viceversa, la violenza ‘sottile’ e programmatica dei meccanismi inibitori, specchio di una società altrettanto brutale.
Concetto rimarcato in una sua vecchia dichiarazione dallo stesso Kubrick:
Uno dei problemi sociali più difficili da risolvere oggi è sapere come l’autorità possa conservarsi senza diventare repressiva. [...] La domanda è: come è possibile, se è ancora possibile, realizzare un equilibrio? Io non conosco la risposta.
In questa sospensione di giudizio, in questo socratico sapere di non sapere kubrickiano, in fondo intrinseco al senso ultimo di Arancia meccanica, risiede la straordinaria attualità contenutistica del film.
L’analisi che ne dà Giorgio Cremonini in questo saggio è quanto di più esaustivo possa capitarvi di reperire in giro sull’argomento. Un’indagine accuratissima sulla fenomenologia di una pellicola topica del cinema anni ’70, e resa tristemente attuale da una conflittualità (sociale/statale) cresciuta frattanto in modo spaventoso.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Stanley Kubrick. L’arancia meccanica


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