- Autore: Jacopo Franchi
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2019
Se pensiamo ai social media, è difficile individuare un aspetto della quotidianità che sfugga al loro spettro: sono infatti equiparabili a una "bolla" invisibile che avvolge la società contemporanea nel suo insieme. Essi condizionano la percezione che l’utente ha di sé e del mondo esterno, assumendo una forte valenza socio-antropologica. Una realtà virtuale che guadagna sempre più terreno e merita dunque un’analisi attenta: è questo l’obiettivo del saggio Solitudini connesse. Sprofondare nei social media (Agenzia X, 2019) di Jacopo Franchi.
Il popolo dei social è quanto di più variegato si possa immaginare: è infatti composto trasversalmente da persone di età e provenienze geografiche differenti, con diverso background culturale, sociale, economico.
Ad accomunare questa platea eterogenea c’è l’esperienza digitale basata sull’algoritmo, definito da Jacopo Franchi:
signore assoluto dei social media [...] in grado di interpretare i nostri gusti più velocemente e puntualmente di qualsiasi amico o partner di una vita.
È così: basta un clic per trovarsi catapultati in uno spazio parallelo fatto di contenuti "magicamente" in linea con i nostri interessi, come fosse un abito su misura. Un luogo immateriale, silenzioso, privo di odori e sapori in cui il nostro io reale offline viene sostituito da quello che l’autore definisce "doppio digitale", cioè una copia rivisitata di noi stessi. Attraverso post, storie e quant’altro viene esibito solo ciò che vogliamo far vedere all’esterno, avendo cura di nascondere i difetti, i dubbi, le fragilità. In un contesto come la rete dove scarseggiano le sfumature, diventa una priorità apparire di bell’aspetto, sorridenti e realizzati. L’imperfezione, pur essendo intrinseca nell’essere umano, viene sacrificata sull’altare della "vetrina virtuale".
Ma c’è di più. Su questo "palco online" si ha la libertà di mostrarsi a piacimento per poi, con altrettanta disinvoltura, decidere di piombare nell’invisibilità e spiare gli altri senza essere visti. Tuttavia, nessuna delle due azioni - apparire e scomparire in un batter d’occhio - è realizzabile nella vita quotidiana. Pertanto, realtà come Facebook, Instagram, Twitter e simili assumono il ruolo di "comoda capsula protettiva verso il mondo esterno" a cui diventa sempre più difficile rinunciare.
Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i social sono il modo più sicuro per rimirarsi dentro questo specchio senza sentirsi in soggezione.
Questo vale per tutti, in modo particolare per i timidi e gli insicuri. Postando le nostre foto, storie e quant’altro, desideriamo lasciare nell’etere un segno del nostro passaggio terreno: un’impronta di noi che rincorre l’illusione dell’immortalità. Ed ecco che veniamo al punto centrale: le "solitudini connesse", citando il titolo del libro che evidenzia la contraddittorietà di queste piattaforme digitali. Da una parte, esse offrono la possibilità di interagire con gli altri e condividere foto, notizie, interessi e molto altro; sono quindi uno strumento di informazione, intrattenimento, socializzazione, integrazione. Inoltre, il loro utilizzo è spesso accompagnato da un senso di euforia e benessere (basti pensare alla dopamina sprigionata dai like ricevuti, o alla vanità stuzzicata dai propri selfie). Ma esiste anche il rovescio della medaglia. Anzitutto, il dilagante modello di comunicazione "istantanea" tende ad appiattire i contenuti, a scapito dell’approfondimento e dello spirito critico. Tutto accade qui e ora. Il web ci trasmette la sensazione di poter superare i nostri limiti corporei, calandoci in una dimensione spazio-temporale completamente diversa rispetto a quella della vita reale. In un quadro del genere, dove le distanze risultano annullate, l’attesa e perfino la noia sono diventati concetti sempre più rari. Inoltre, questi mezzi di comunicazione possono esercitare una forte pressione sociale, trasmettendo all’utente il timore di non reggere il confronto con gli altri, oppure l’ansia di essere ignorato, criticato, giudicato dall’hater di turno. Ne consegue un senso di insicurezza, rabbia, paura, disincanto. Nonostante tutto, disconnettersi resta per la maggioranza delle persone qualcosa di inconcepibile.
Queste sono solo alcune delle riflessioni sollevate all’interno del saggio. Quando si osserva un fenomeno poliedrico e in continua evoluzione come quello dei social network, quel che conta non è stabilire se essi rappresentino il bene o il male, ma portarne alla luce con obiettività tutte le sfumature, evitando il più possibile di incorrere in stereotipi e pregiudizi. Questo libro raggiunge appieno lo scopo, avvalendosi di un linguaggio semplice ed efficace.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Solitudini connesse. Sprofondare nei social media
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