La celebre frase latina quis contra nos è un motto molto conosciuto dai cattolici praticanti, da chi, per fede o per curiosità intellettuale, frequenta i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, ma anche da coloro che conoscono almeno un po’ il latino e i suoi modi di dire.
Se il significato profondo e originario del proverbio quis contra nos si ritrova nelle lettere di San Paolo, per comprenderlo appieno dobbiamo anche ricordare che questa locuzione, anche grazie alle sue varianti, ha assunto nel corso dei secoli valenze più metaforiche e figurate.
Se ci chiedessimo poi chi ha detto quis contra nos, o chi era solito utilizzare questo modo di dire, la mente non può non correre al poeta Gabriele D’Annunzio che non solo riportò in auge questa massima, riformulandola, ma la utilizzò come emblema di un celebre episodio storico di cui fu promotore e protagonista.
Il significato di Quis contra nos?
Traducendo letteralmente Quis contra nos, l’equivalente italiano suonerebbe come:
«Chi è contro di noi?»
Il significato della domanda, però, si comprende meglio richiamando l’intera frase in cui l’espressione compare per la prima volta, nella Lettera ai Romani di Paolo di Tarso (VIII, 31):
«Si Deus pro nobis, quis contra nos?»
«Se Dio è dalla nostra parte, chi oserebbe schierarsi contro di noi?»
Complessivamente la massima esprime, dunque, la fiducia che Paolo di Tarso e i cristiani tutti riponevano in Dio e nel suo aiuto: si sentivano affiancati e protetti da una divinità, da un potere così infinito da sbaragliare tutti gli avversari. Si intuisce, così, anche il senso profondo della domanda che Paolo pone e si pone: chi sarebbe tanto folle e scellerato da contrapporsi allo stesso Dio? La risposta è talmente chiara da far apparire la domanda retorica.
Nel corso dei secoli il significato del modo di dire quis contra nos è stato modulato, dal momento che nell’intera interrogativa citata sopra si è spesso sostituito a Dio un altro sostantivo. In definitiva, però, anche se viene meno la presenza divina, al posto del quale si richiama una personalità umana, il senso ultimo della domanda rimane lo stesso: chi potrebbe mettersi contro di noi, se abbiamo l’appoggio e il sostegno di una qualcuno così tanto influente e autorevole?
La personalità in questione potrebbe rappresentare un potere politico, economico, militare, secondo i differenti contesti, ma, a prescindere da questo, chi pone la domanda avanza un argomento solido per darsi coraggio e sbaragliare il campo da ogni timore e da ogni titubanza, rinfranca il proprio animo, ponendosi idealmente accanto un nume tutelare.
Una domanda di questo tenore produce, poi, un chiaro effetto sugli astanti: rende palese e manifesta la protezione di un grande uomo, di un personaggio altolocato, di qualcuno che gioca un ruolo di primo piano, qualunque sia il campo di gioco. Ciò potrebbe da un lato confortare, infondere coraggio e accrescere l’autostima di chi sta dietro al noi finale, ovvero degli alleati di chi ha posto la domanda, contribuendo così ad aumentare le possibilità che un’impresa riesca o che l’obiettivo per il quale il gruppo si sta impegnando venga raggiunto.
D’altro canto, se tra coloro che ascoltano questa domanda o assistono al discorso in cui viene citata, troviamo anche dei traditori, dei doppiogiochisti, delle persone che, sotto mentite spoglie, tengono per il campo avversario o sono dei nemici, allora la domanda avrà un sicuro effetto deterrente.
Quis contra nos: chi l’ha detto?
Abbiamo già chiarito che la paternità di questa celebre frase è da attribuire a Paolo di Tarso sebbene, poi, sia stata ripresa già nel Cinquecento da alcuni stampatori francesi che la utilizzarono come proprio motto e la misero in esergo ai volumi che avevano realizzato.
È però soprattutto grazie a Gabriele D’Annunzio che la nostra locuzione, all’inizio del Novecento, ottenne nuovo lustro. A questo proposito dobbiamo, innanzitutto, premettere che il poeta decise di fare un lieve editing al testo e riformulò il motto in:
Si spiritus pro nobis, quis contra nos?
D’Annunzio era, infatti, sicuramente meno interessato a Dio rispetto a San Paolo. C’è da chiedersi, tuttavia, chi potrebbe celarsi dietro questo spiritus chiamato in causa dal poeta. Come sarà più chiaro dagli eventi che citeremo sotto, le ipotesi più accreditate sono due:
- D’Annunzio avrebbe potuto riferirsi allo spirito del tempo, come a dire che le sue azioni e le sue imprese erano giustificate da una necessità storica e che i tempi erano mature per compierle;
- se consideriamo che il poeta usava questa frase anche per darsi coraggio e per incitare i suoi commilitoni quando gli eventi non deponevano a loro favore, allora, avrebbe potuto riferirsi anche al suo stesso spirito, o allo spirito di corpo che accomunava lui e i suoi sodali;
L’impresa di Fiume: chi la voleva e chi ne decretò la fine
Fu in occasione dell’impresa di Fiume che Gabriele D’Annunzio riesumò e rettificò il celebre modo di dire quis contra nos, un evento utopico ed eccezionale che riassume in sé le contraddizioni di un’epoca e le questioni che neanche una guerra era riuscita a risolvere.
Già dai tempi di Dante il Carnaro, ovvero il territorio che circonda la città di Fiume (oggi Rijeka, in Croazia) era considerato il limite estremo dell’Italia. Dopo la fine della Repubblica di Venezia passò all’Impero Austro-Ungarico (più precisamente al Regno d’Ungheria), sotto il quale però mantenne una grande autonomia, dal momento che la maggioranza della popolazione (oltre il 60%) si sentiva italiana e parlava la lingua italiana.
Fu con la fine della Grande Guerra e l’indizione della Conferenza di pace di Parigi (iniziata nel Gennaio 1919) che la città di Fiume divenne oggetto di contese: mentre Vittorio Emanuele Orlando, facendo appello alla prevalenza dell’etnia italiana, la voleva annessa all’Italia, il nuovo Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (la futura Jugoslavia) rivendicava per sé non solo il Carnaro ma anche l’Istria, la Dalmazia e la Venezia Giulia. Per evitare recriminazioni e ingerenze da parte della Russia, il grande protettore degli slavi, Wilson decise di farne una città-stato libera e il nostro presidente del Consiglio abbandonò la conferenza in segno di protesta.
Si instaurò allora un nuovo governo guidato da Francesco Saverio Nitti che firmò dei trattati di pace che però non accennavano ai confini orientali. Pochi giorni dopo, il 12 settembre 1919, Gabriele D’Annunzio alla guida di circa 2600 uomini, in gran parte reduci che sentivano bruciare la rabbia per quella vittoria mutilata, occupò la città di Fiume e ne proclamò l’annessione al Regno d’Italia. Molto si è discusso sui sostegni di cui godette il poeta – dalla Massoneria, ai potentati economici e finanziari, fino ai Fasci di Combattimento di Mussolini – mentre fu da subito chiaro che il pavido governo italiano non era disposto a riconoscere la ribellione e a foraggiare gli insorti. Fu per questo che poco meno di un anno dopo il poeta dichiarò prima la Reggenza Italiana del Carnaro e, poco dopo, costituì Fiume come stato libero (8 settembre 1920), instaurando così la brevissima dittatura che annovera tra i suoi prodotti più originali quella Carta del Carnaro che ne disegnava l’architettura utopica, vitalistica e visionaria.
Con lo spirito superomistico che lo distingueva, il poeta pose il motto quis contra nos nel cartiglio che arricchiva lo stemma della Reggenza, sopra di esso campeggiava un serpente che si morde la coda al cui interno trovavano posto sette stelle a sette punte, che disegnavano la costellazione dell’Orsa maggiore.
Ci pensò Giolitti, tornato in sella per la sua ultima corsa, a sistemare la questione: se D’Annunzio fu condotto a più miti consigli dalla forza dell’esercito che dopo un breve attacco ai legionari trattò con lui per la resa, grazie al trattato di Rapallo Fiume rimaneva stato libero e indipendente, riconosciuto sia dall’Italia che dagli slavi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Quis contra nos: significato e chi l’ha detto
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