- Autore: Pascal D’Angelo - Pascal D’Angelo
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2024
Il volume Poesie (Radici Edizioni, 2024) contiene le poesie in lingua inglese del poeta abruzzese Pasquale D’Angelo (noto come Pascal D’Angelo), con la traduzione in italiano di Mariagiorgia Ulbar, e testimonia il prezioso lavoro di ricerca del curatore della raccolta, Massimo Tardio. Trentaquattro componimenti, che ci restituiscono intatta tutta la magia del canto di quel "Son of Italy", di cui è stata pubblicata l’ultima edizione italiana dell’autobiografia nel 2022 nella collana "Le polveri" della casa editrice Readerforblind.
La poesia di Pascal D’Angelo è un viaggio alla ricerca della luce, che si scontra con il colore sanguigno dell’angoscia, mentre i sogni sprofondano in un mare purpureo e il futuro resta oscuro (Luce); che si affaccia timida come un’alba di maggio a portare il sereno (Maggio) o sorprende il cielo mentre sorge la luna (Memoria) o mentre le mura del giorno s’alzano tra le rovine del buio (Disconnessione di metà maggio). La luce esplode in pulviscoli dorati o nasconde il mondo in universi diafani o terribilmente neri; giocando in corrispondenze armoniche con silenzi, echi e rumori e con spazi che si aprono a smisurate speranze o si chiudono atterriti. È una luce che si compiace di tonalità che spaziano dal bianco puro al grigio perla, dal rosato al porpora, al violaceo; dall’azzurro tenue al cobalto, al blu.
I versi, altamente espressivi, propongono immagini nude e crude, che si posano in una calma rarefatta e rassegnata, quando parlano di un incidente in un deposito di carbone e della morte che irrompe improvvisa per un compagno di lavoro: un padre di famiglia con il quale Pascal parlava di
gioie futili e pene di un piccolo mondo oscuro e condiviso.
I lavoratori delle sue poesie sono operai e tornano tutti a casa “lenti, tremanti, smarriti, cupi”; invecchiano prima del tempo, per guadagnarsi il pane, e tengono dentro una rabbia che non si tramuta mai in protesta, si trascinano stanchi; sembrano rassegnati, ma sono macerati dalla rabbia per le loro terribili condizioni tra alienazione, servilismo e umiliazione (I lavoratori).
I versi di Pascal D’Angelo parlano di lavoro duro e di fatica, di notti e albe, di sonni e sogni invasi dal silenzio. Il piccone e la pala sono sinonimo di rumore e fatica. Quando si smette di lavorare, quel rumore e quelle fatiche cadono nell’oblio per sempre, a meno che non si scriva un buon verso di poesia. La poesia rimane e oggi e domani può essere letta ancora. La premessa del libro (qui sinteticamente riassunta) è posta, non a caso, in evidenza dal curatore dell’antologia poetica di Pascal D’Angelo e proviene da Son of Italy, il romanzo-biografia dell’autore italo-americano. Le ultime poesie riportate nella silloge sono dediche ad alcuni defunti e sono un’occasione per parlare della morte, della fama messa in mostra dai grandi monumenti o di quella assegnata dalla parola poetica. Ogni fama però, è destinata a cadere nell’oblio e resta solo il sospiro verso l’eternità e verso Dio, nel cui sguardo anche le stelle sono effimere.
Nei versi di Pascal incombe, talvolta, la presenza del silenzio primordiale del sonno, dei sogni, di notti silenziose e talvolta illuminate dalla luna, mentre il suo corpo viene preso dalla febbre della Bellezza (Fantasio) e, mentre la mente che vaga tra i sogni in cerca di bellezza, sentiamo il mistero della vita sussurrare parole affascinanti. La vita è come quella canzone d’amore, lode dell’amata, dove i versi si caricano di essenze estive e di tremori fanciulleschi, dinanzi a una bellezza che intimidisce e si presenta come un bianco e puro fiore sul quale le api sperano di posarsi (Canzone d’amore). E l’oceano, vecchio pastore, alza al cielo la sua preghiera, perché abbia fine sulla terra quel moto senz’anima e il dolore perpetuo dell’umanità che geme (L’ultima riva). I suoi versi pullulano di similitudini e metafore ardite e nuove: una collina lontana come “madre premurosa”, le montagne, “giganti possenti”; la luna, “un gigantesco lume pallido che brucia nella moschea della notte”; il “liquido argenteo del silenzio”; “l’oceano vecchio pastore”; “la notte inchiodata a una croce di tenebre”.
I canti di Pascal si elevano, rivestiti della luce del mezzogiorno, verso le vette delle alte montagne; per lasciarsi dietro la rabbia e la paura delle tempeste, che si presentano con la loro ingombrante oscurità e si sprofondano nella quieta ombra della notte. E la montagna è soprattutto la sua Maiella, le cui alte cime interrogano i cieli muti, quella Maiella che lo vide pastore di capre, quella Maiella ai cui piedi sorge Cauze, una frazione del comune di Introdacqua (L’Aquila), paese d’origine di Pascal che a soli sedici anni – insieme al padre – il 20 aprile del 1910 ottiene il permesso di sbarcare in America, per la precisione a New York, dove resterà fino alla morte, a soli trentotto anni.
Il volume è introdotto da Una nota del curatore Massimo Tardio, originario di San Marco in Lamis in provincia di Foggia; ora in pensione, prima psichiatra nel servizio pubblico e volontario per la tutela dell’ambiente. Studioso da circa trent’anni dell’emigrazione italiana, dirige la D’Angelo’s House di Introdacqua ed è presidente della Fondazione Pascal D’Angelo, che custodisce un particolare fondo documentale sul poeta, di cui ha curato anche la mostra permanente. Segue un’accurata disamina della vita e delle opere del nostro autore: La vita e le opere, che riassumerò brevemente. Si parte dalle difficoltà di una vita onesta, ma operosa del padre; i debiti, la difficoltà di ripagarli completamente dopo essere emigrato in vari Paesi europei e due volte in America e la decisione di partire con il figlio verso New York. Pascal prima lavorò come water boy, poi come the pick and shovel man, l’uomo con piccone e pala, a spaccare pietre come gli altri lavoratori schiavi, sfruttati e ingannati di un padrone boss e vittime di organizzazioni illegali. Alla partenza del padre, Pascal rimase, anche quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale; frequentò una biblioteca dove scoprì Shelley, che divenne il suo poeta preferito e imparò l’inglese con un piccolo dizionario Webster. Poi, si dedicò anche ad altre lingue, quali francese, spagnolo e italiano. Cominciò a scrivere poesie e cercò inutilmente di farle pubblicare sui giornali newyorchesi e italoamericani. Finalmente, nel 1922, un critico letterario americano Carl Van Doren si accorse di lui e pubblicò alcune sue poesie sul “The Nations”. In poche settimane divenne famoso come “the poet from the slums” sulle maggiori riviste americane e su vari quotidiani di lingua inglese e in Italia attraverso la rivista “Il Carroccio” e i quotidiani italiani di New York. Nel 1924 pubblicò il suo libro autobiografico Son of Italy, con la grande casa editrice MacMillan di New York, che fu un successo editoriale negli Usa; ma, ciò nonostante, non ebbe una vita agiata. Dopo varie vicissitudini, malato, solo, non soccorso in tempo, morì per le complicanze di una diverticolite acuta il 13 marzo 1932. La sua tomba è ancora oggi meta di amici e studiosi.
Le trentaquattro poesie si susseguono in ordine sparso, non cronologico (per ognuna è indicata la bibliografia di riferimento e la data di pubblicazione) subito dopo una breve Nota della traduttrice. Alla fine del volume i ringraziamenti, note biobibliografiche su curatore e traduttrice e una bella foto del poeta del dicembre 1925.
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