- Autore: Pascal D’Angelo - Pascal D’Angelo
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2022
Son of Italy (Readerforblind, 2022, a cura di Maura Chiulli, trad. di Sonia Pendola) è il racconto vero e grondante sangue e sudore di una parte della breve e intensa esistenza di Pascal D’Angelo, conosciuto come “the poet from the slums”; il poeta che per vivere spaccava pietre, l’uomo con piccone e pala che scriveva in una lingua non sua, che imparò con un piccolo dizionario Webster e leggendo Shelley nell’America degli inizi del XX secolo, sogno di vita dorata di tanti italiani.
Il primo ricordo presente nel suo romanzo autobiografico (che arriva fino al 1922) risale all’infanzia ed è un quadretto affettuoso, che lo ritrae a circa quattro anni mentre – esortato dalla nonna – sale in soffitta per prendere le cipolle da arrostire sotto le braci della conca che usavano a mo’ di stufa. Pochi altri ricordi d’infanzia delineano già i primi passi di un piccolo sognatore, che sperimenta la ferocia dei rapporti umani nei rapporti con i coetanei, frequenta la scuola dai sette ai dodici anni, inizia a lavorare nei campi e come pastore e imprime nell’anima la bellezza di quell’Abruzzo, che poi canterà nelle sue poesie.
Pasquale, anche quando diventerà Pascal, si sentirà sempre un figlio orgoglioso della maestosa Maiella ai cui piedi sorge il suo borgo natio: Cauze, frazione del comune di Introdacqua (L’Aquila), "un gruzzolo di case in pietra a poca distanza da Sulmona" fatto di dolore, affanno, fame e superstizione che cela poveri uomini e donne sotto le spoglie di streghe, maghi e vampiri che riempiono i racconti fantastici dei paesani e popolano gli incubi dei bambini.
Quando non c’è via di scampo alla miseria, nonostante le fatiche, i sacrifici e il lavoro duro si decide di partire per l’America:
Un tempo non c’era scampo; oggi la via d’uscita esiste. In passato, per guadagnare qualche soldo in più, dalle nostre alture gli uomini si spingevano fin nel Lazio in cerca di lavoro come braccianti in quelle terre paludose. E laggiù si ammalavano di malaria e tornavano a casa ridotti allo spettro di se stessi. Ma oggi, ai ricchi latifondisti, all’incubo della siccità e alla minaccia della carestia, c’era una via d’uscita. E si chiamava America, luogo di terre sconfinate da cui talvolta la gente ritornava con favolosi racconti e migliaia di lire – tesori a cui le orecchie dei contadini non erano avvezze.
Le condizioni della famiglia, che vive in una piccola casa dal tetto sconnesso, non sono certo agiate e quando anche suo padre decide di partire per l’America nel 1910 Pascal, che ha diciassette anni, parte con lui. Non tornerà più, neppure quando lo farà il genitore, deluso dagli scarsi guadagni e dalla vita grama.
Passato “l’esame di ammissione” a Ellis Island, Pascal con suo padre e un gruppo di compaesani è accompagnato dal caposquadra di riferimento in stazione, per raggiungere la destinazione finale, Hillsdale, dove avrebbero costruito la strada statale, un posto desolato in mezzo a una foresta di alberi giganteschi:
E alla luce del crepuscolo che ne filtrava attraverso le chiome mi sentii piccolo e indifeso … quasi sperduto.
Qui conoscono altri italiani che diventano la loro famiglia e, soprattutto, Pascal fa la conoscenza di pala e piccone e si rende ben presto conto dello sfruttamento e delle condizioni di estremo degrado in cui dovranno vivere e lavorare come bestie da soma, senza parlare una parola d’inglese. E gli anni passano e il lavoro duro di spaccare pietre continua senza sosta in varie località, nello stato di New York, poi in Virginia, in New Jersey e nel Maryland.
In realtà, Pascal si rende davvero conto di essere a New York solo dopo quattro anni dal suo arrivo, quando si reca a Shady Side, una grande zona industriale piena di fabbriche e baracche di operai. Prende il traghetto, raggiunge New York e comincia a camminare per Manhattan Street nella magia di quel mondo proibito:
Quello scenario colossale era lì, davanti ai nostri occhi più spettacolare di qualunque cosa avessi mai visto prima. Quasi quanto la magia del ponte di Brooklyn sospeso a mezz’aria sopra il fiume, così come lo vidi più tardi dal finestrino di un treno lungo il Manhattan Bridge. Quell’enorme strada m’incantava. In tutta la sua lunghezza appariva tappezzata da un brulichio incessante di uomini e donne. Dove andava tutta quella gente? E perché stavano tutti in silenzio? Qualcuno aveva forse fatto loro un incantesimo? E come erano pallidi, pensai, smunti come germogli sradicati dalla troppa pioggia.
La vita da allora sarà ancora più dura; a lungo Pascal e suo padre sopravviveranno nei bassifondi, poi accetteranno un lavoro sottopagato e massacrante nel West Virginia, vivranno in un tugurio, perderanno uno dei loro compagni, infilzato sotto un argano che sollevava grossi macigni. Pascal non riuscirà a far comprendere al padre il motivo della sua scelta di restare, quando lui prenderà la via del ritorno:
Scossi il capo. In quegli anni vissuti in America dentro di me era germogliato qualcosa. Qualcosa aveva messo le radici in mezzo allo splendore insidioso di quella terra. Lì avevo tanto sofferto, lì tanta sofferenza era ancora pronta ad attendermi. Come avrei potuto io abbandonare questa grande America senza prima cercare un’opportunità per conoscerla veramente?
Di nuovo scossi il capo. Debole, tuttavia insistente, c’era in me il sospetto che da qualche parte, in questa terra sconfinata, un varco si sarebbe aperto e una luce in fondo al tunnel mi avrebbe indicato la via d’uscita.
Seguiranno per tanti anni ancora topaie, lavoro disumano, capisquadra tiranni e sofferenze a non finire, dalle quali Pascal impara a ridere, a non prendersela per le angherie gratuite:
Mi ero rassegnato a vivere dello stretto necessario. Cibo e lavoro.
Trovato lavoro a Shady Side, si arrangia a vivere in uno scassatissimo vagone merci e conosce anche un messicano, che leggeva per ore un settimanale spagnolo. Si interessa a quelle pagine e comincia a leggere anche lui, poi compra quasi ogni settimana un giornale in inglese e dopo numerosi tentativi comincia a capirci qualcosa, a apprendere sempre più termini, a scoprirne il significato.
Ogni termine appreso lo scrivevo a grandi lettere sulle pareti ammuffite del vagone. Ebbi così in breve tempo la mia lezione d’inglese intorno a me, continuamente sotto gli occhi.
Un giorno, un amico lo porta a teatro dove vede anche una breve farsa in italiano, e convintosi di poter scrivere di meglio comincia a scrivere in inglese una storia strana e divertente, e poi spiritosaggini e barzellette che lo rendono noto a molti operai suoi conoscenti. Il salto di qualità avviene quando compra un piccolo dizionario Webster e ne impara i termini a memoria, ma non riesce nel suo primo progetto di scrittura a causa del lavoro di spaccapietre, pesante e disumano, che gli lascia a stento il tempo per riposare prima di ricominciare.
Nel 1919 riesce a vedere l’Aida in uno spettacolo all’aperto e si innamora della musica a tal punto da volere diventare musicista, ma i tentativi espletati con un mandolino e una chitarra gli fanno comprendere che le difficoltà per imparare la musica sono insormontabili e torna alla scrittura. Scoperta una biblioteca dalle parti di Edgewater, si innamora di Shelley, comincia a divorare ogni genere di poesia e a scrivere poesie (alcune poi le inserirà spiegando le circostanze della composizione proprio in questa autobiografia):
Una mattina di novembre del 1919 presi una rapida decisione. […] dovevo dare una chance al mio futuro. Era tempo di smetterla coi sogni e le speranze. […] andai a trovare il mio amico Saverio.
«Saverio» esordii, «lascio questo posto. Vado a vivere in città, a scrivere poesie».
«Pascal» commentò lui «farai la fame».
«Che fame sia».
[…] Nel giro di poco tempo le nostre vite sarebbero state spazzate via, perché dunque non dare voce all’anima nel frattempo?.
Arriva a New York, affitta una lurida camera nei bassifondi lungo il litorale di Brooklyn e si immerge nella scrittura di versi per settimane, spedisce quelli che ritiene i migliori a una rivista e aspetta; fa lo stesso spedendo ad altre riviste, ma le risposte sono tutte negative. Trovato lavoro in un cantiere navale per un po’ abbandona i sogni di gloria, ma leggendo un’orribile poesia pubblicata su un giornale si rende conto che non può abbandonare le sue speranze, si licenzia e cerca inutilmente di far pubblicare le sue poesie.
Si accontenta di uno stanzino senza stufa, attraversato da liquami maleodoranti che ristagnano sotto il suo letto, infestato di scarafaggi.
Intanto continuavo a andare in biblioteca – mio unico rifugio – e scrivevo. Se anche il mio corpo doveva sottostare a quella realtà spaventosa, per la mia anima potevo almeno edificare un mondo sublime.
Passano corsi i giorni e arriva la fine dell’anno. Va avanti così, economizzando sui pochi spiccioli rimasti mangiando solo banane marce e pane secco; poi, partecipa ad un concorso letterario indetto dal giornale “The Nation”, ma non ricevendo risposta, a gennaio del 1922, scrive una lunga e toccante lettera all’editore.
E il miracolo accadde. All’improvviso il mio nome fu sulla bocca di tutti.
Finalmente le sue poesie furono pubblicate su influenti settimanali e ottenne riconoscimenti e consensi non solo in America, ma anche in Europa. Son of Italy fu pubblicato 1924 dalla casa editrice MacMillan di New York, con la prefazione di Carl Van Dorenè, l’editore al quale Pascal aveva chiesto di ascoltare il suo grido.
Son of Italy è un canto d’amore appassionato e incondizionato per la vita, è la prova più evidente della grandezza spirituale di un uomo che, pur vivendo a lungo un’esistenza al limite della sopravvivenza, si innamorò della bellezza dell’universo, la riconobbe come parte insopprimibile della sua essenza e si impegnò con una tenacia e una caparbietà fuori dal comune per cercarla e riprodurla nei suoi scritti.
Pascal D’angelo vive ancora nei suoi versi e continua a irradiare il suo Canto di luce:
Su un celeste pulpito sta il sole, avvolto di meriggi
come un anacoreta che predica la sua fede splendente allo spazio in ascolto.
E io di quel sole sono una parola smarrita,
un raggio che trafigge il vuoto senza fine e cade nell’abisso
nella vana e disperata ricerca di sciogliersi dalle catene del
suo splendore.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Son of Italy
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