Maggio, che porti le speranze e i fiori (nota anche semplicemente come Maggio) è una lirica di intonazione bucolica composta dal poeta versiliese del primo ’900 Enrico Pea (1881-1958), che funge da introduzione alle Fole, una raccolta di racconti in prosa del 1910.
Breve e intenso, il componimento presenta alcune delle tematiche principali trattate dall’autore toscano nelle sue opere, come l’elemento popolare, il rapporto con la natura e la vena malinconica. Per quanto, in linea generale, Maggio, che porti le speranze e i fiori sia una poesia luminosa e positiva, non è difficile notarne la conclusione amara, come per altro è nello stile di Pea.
Analizziamo il testo e scopriamone il significato profondo.
“Maggio, che porti le speranze e i fiori”: testo della poesia
Maggio, che porti le speranze e i fiori
per fare ghirlandette alla Regina;
che porti le farfalle luminose,
che porti il pane, frutto di stagione,
mattini rugiadosi, notti chiare
perché nel cielo migrino le stelle;
Maggio, che sai le fole di mill’anni,
dimmi, conosci dove alberghi pace?
“Maggio, che porti le speranze e i fiori”: l’atmosfera luminosa e la rinascita primaverile della natura
Quando si legge Maggio, che porti le speranze e i fiori, ci si trova immediatamente immersi in un’atmosfera di grande luminosità, sebbene verso la conclusione essa vada a scemare.
L’incipit, tuttavia, è leggero e splendente: Pea si rivolge direttamente al quinto mese dell’anno, che subisce pertanto una personificazione, e pone in essere un lungo preambolo cui seguirà la domanda finale (senza risposta).
Le immagini fortemente sensoriali richiamano alcune fra le principali caratteristiche di Maggio, ovvero le "ghirlandette" di fiori, le farfalle, la rugiada del mattino e il chiarore delle notti, ma c’è anche un esplicito richiamo al pane, alimento per eccellenza e fonte basilare di nutrimento. In questo contesto da sogno, maggio è l’entità benefica che porta speranza, doni e bellezza; la primavera, oltre che climatica, è anche metaforica, poiché non investe solo la natura, che si risveglia dal torpore invernale, ma anche la vita delle persone, attraversata dal bisogno di cambiare, da un irrefrenabile desiderio di novità.
La Versilia e la conclusione esistenzialistica
Enrico Pea è un autore che sente forte il legame con le proprie origini, che prepotentemente entrano nelle sue opere. Qui il richiamo alla terra natale si riscontra nella locuzione "fole di mill’anni", con cui l’autore intende il ricco patrimonio di favole popolari tipiche della Versilia, da quelle dell’antica tradizione orale alle leggende dei contadini; un particolare, questo, che non si limita a Maggio, che porti le speranze e i fiori, bensì riguarda l’intera raccolta Fole.
Avvicinandosi alla conclusione, dopo il tripudio di fiori e di farfalle, di pane e di stelle, ecco che la lirica mette da parte l’incantata luminosità precedente e si fa più cupa: l’ottavo e ultimo endecasillabo consiste in una domanda esistenziale che non può trovare risposta, "dimmi, conosci dove alberghi pace?", un quesito che riflette un bisogno di serenità personale o universale o entrambe.
Sempre in Pea la natura, con le sue bellezze, offre un rifugio alla malinconia, ma non può cancellare la consapevolezza della precarietà di ogni cosa. Termina così questo originale idillio bucolico dal retrogusto amaro e dal ritmo cantilenante; la somiglianza con un’antica ninna nanna o una filastrocca testimonia una volta di più l’attaccamento di Pea alla cultura popolare e contadina.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Maggio, che porti le speranze e i fiori”: la primavera agrodolce nella poesia di Enrico Pea
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