- Autore: Mauro Portello
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
A latitudini ultra-capitalistiche, le cosiddette società civili hanno le ore contate e gli esegeti della fine abbondano, così come eccedono gli approcci saggistici che preconizzano o dettagliano la deriva. Stando alla misura denotata dai suoi articoli, Mauro Portello non è annoverabile nella nutrita camarilla degli apocalittici. Che rifletta sui tratti ipnotici delle felicità obbligatorie cui siamo sottomessi o sulle ricadute narcisistiche dei “vecchi potenti”, i toni che utilizza si configurano come pungenti ma in nessun caso orbati da sanfedismo. Sarà (anche) per questo che le sue anamnesi socio-culturali risultano incidenti più delle troppe analisi furoreggianti. L’esaustivo compendio degli articoli dell’autore sulla rivista “Doppiozero” - Los Angeles di Barcellona. Esercizi di sensibilità indisciplinata (Meltemi, 2026) - ne è epitome esemplare. Sia la sensibilità (osservativa) sia l’indisciplina (la refrattarietà alle forme uniche di condotta e di pensiero) sono infatti peculiari dell’impronta saggistica dell’autore. Requisiti peraltro tanto rari quanto indispensabili per affrancarsi da un’ovvietà sempre più pervicace e ottundente.
Proprio l’attenzione alle ampie dinamiche costitutive l’ontologia sociale e intellettuale del nuovo millennio, fa il paio nel volume, con il fastidio maturato verso formule di lettura precostituite. Col richiamo di scorta di un vastissimo novero di estratti bibliografici, taglio e passo dei rilievi portelliani si rivelano insomma scevri da stereotipie, architetture semantiche di taglio “jazz” (l’aggettivo è di Portello) che se da una parte assicurano lo “slancio” della prosa, dall’altro non prescindono dallo spessore.
L’attacco con cui si inaugura la prima delle sei “sezioni” in cui è divisa la raccolta (Cose etiche, pp. 25-71) evidenzia segnatamente alcuni degli intenti con cui essa è stata concepita e pubblicata.
La deferenza è da servi, da sottomessi, da schiavi, da sfruttati, da subordinati, da mediocri, da serie B. non si può ambire a diventare deferenti, sarebbe un errore di prospettiva, per così dire, una mancanza di lucidità sulla società tutta. Per chi si alzava la mattina a demolire il mondo – cioè per molto, moltissimi baby boomers come me – questo era un assioma, non un dogma, perché i dogmi sono qualcosa che sa di religione, cosa, che semplicemente, andava negata. Lasciamo stare come è andata, per favore. Qui intendo semplicemente indicare quanto feroce fosse il piglio politico-culturale che per decenni ha posseduto almeno una generazione del secondo dopoguerra.
Succube degli idola alienanti di un benessere di facciata (dovrebbe ormai essere chiaro a tutti. O no?), la parte occidentale del pianeta è cambiata in peggio, noi siamo cambiati in peggio; e le fumose teorizzazioni mediatiche per uscire dall’impasse stanno più o meno che a zero. In merito al dilemma leniniano sul "che fare?", Portello agevola una tesi controcorrente: piuttosto che “da studiosi o scienziati” - sostiene - sarebbe opportuno che la nostra relazione con il mondo arrivasse a evolversi assecondando “un rapporto clinico, prima che scientifico” con esso. Parafraso, spero in modo non arbitrario: piuttosto che reiterarne la damnatio memoriae, di questa fine dei tempi dilazionata, sarebbe forse più opportuno individuarne la genesi. Quindi attraverso il ritorno a un pensiero sensibile e indisciplinato (per rifarmi al sottotitolo del volume) percepirne le ricadute. Individuali e sociali. E da lì ripartire.
In merito allo sguardo lato (collettivo) che attraversa il volume, la coinvolta presentazione di Marco Belpolito, annota fra l’altro quanto segue:
Leggendo via via questa corposa opera ci si accorge che il punto di osservazione non è affatto basso, piuttosto è all’altezza della vita dell’autore, ispirata da motivi e da interessi certamente d’indole personale, ma non per questo legati alla sua individualità: c’è qualcosa di collettivo nel suo modo di guardare la realtà. A questo Portello aggiunge sensibilità e competenza, e una prosa brillante e scattante, oltre a letture ampie e pertinenti.
Con l’intento esclusivo di sintetizzare, agevolando la fruibilità del discorso, mi limito ai titoli delle micro-aree argomentative attraverso le quali i focus portelliani vengono a estrinsecarsi nel libro. Nell’ordine: Cose etiche, Età della vita, Cose sociali, Dell’autenticità delle emozioni, Cose letterarie e Livelli culturali.
Los Angeles di Barcellona è dunque un testo di riflessioni estese, disvelatore ed educativo, forse anche suo malgrado. Una raccolta saggistica che, fissando l’attualità, denuncia, inquieta, ma evitando il dies irae. Per Mauro Portello si tratta piuttosto di alimentare uno sguardo ulteriore - più consapevole, meno silenziabile - sugli ambiti sociali, politici, culturali, in cui ci troviamo a essere, e a operare quasi sempre da spettatori passivi. In virtù di ciò complici del declino.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Los Angeles di Barcellona. Esercizi di sensibilità indisciplinata
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