Dopo il successo internazionale dovuto al suo pluripremiato romanzo d’esordio, Come l’arancio amaro, la scrittrice siciliana Milena Palminteri, ormai dedita alla scrittura dopo una vita di lavoro negli archivi notarili, pubblica il suo nuovo romanzo La ali in una stanza (Bompiani, 2026), che ho letto con curiosità e grande piacere, ambientato a Palermo, a partire dal 1913. L’autrice ci accompagna nel corso di tutto il ’900 alla vita palermitana vissuta dalla famiglia Iacona che, protagonista di infinite storie, mescola la propria con quella della città di Pan-Hormos, “tutto porto” come suonava il nome in greco antico.
“Le ali in una stanza”: decenni di storia palermitana
Nella lunga storia che giunge fin quasi ai nostri giorni, la scrittrice ha lavorato molto intensamente, ricostruendo vicende e personaggi veri ad altri di fantasia, mescolando fatti autobiografici con la ricostruzione fantastica di intrecci amorosi e episodi drammatici della storia cittadina che comunque fanno rivivere alcuni dei momenti più significativi di stagioni, nel bene e nel male, che hanno caratterizzato la storia di questa importante parte della nostra identità nazionale. Personalità importanti, quali l’architetto Ernesto Basile e il professor Maurizio Ascoli, diventano personaggi centrali del romanzo e intorno a loro si svolgono nodi fondamentali della narrazione di Palminteri.
Nell’incipit del romanzo assistiamo al dramma dell’erede di casa Jacona, il piccolo Ernesto, colpito da una febbre violentissima; al suo capezzale, disperate, la madre Irene, la zia Ninì, il dottor Ninuzzo Pagliaro, medico e amico intimo della famiglia, e infine il padre, don Giulio, chiamato dalla cameriera Liboria all’hotel Kemonia, la sua proprietà e il suo vanto. Pagliaro intuisce la gravità della malattia del piccolo, chiede che si allontani subito il fratellino Vittorio, teme che si tratti di un virus sconosciuto che ha fatto la sua comparsa in città, quello della poliomielite, contro il quale non si conosce rimedio. Le fosche previsioni si avverano, Ernesto è contagiato ma sopravvive, portandosi per tutta la vita la conseguenza della polio sul suo corpo.
Ed è da qui che parte la vicenda, che pochi anni prima aveva visto la nascita del primogenito di casa Jacona, che Irene, irretita dal fascino dell’architetto Ernesto Basile, aveva voluto chiamare con il nome del più celebre architetto, designer, decoratore, creatore di ambienti di straordinaria bellezza - ricordiamo Villa Igiea, il capolavoro voluto dalla potente famiglia Florio, simbolo della loro ricchezza e del loro successo sociale ed economico. Seguendo il corso del tempo, rileggiamo le pagine di tanta storia italiana: la Prima Guerra Mondiale, che vede Giulio, che ha sposato Irene, vivere ore drammatiche in trincea, tornando ferito nell’anno da quella inutile strage. Al suo rientro per una breve licenza trova il figlio appena nato già battezzato, mentre lui è accorso al capezzale del padre, don Alfonso, che spira davanti a lui. Ernesto è il nome di Basile, non quello di suo padre, e forse Giulio non ha ancora capito cosa è successo nel cuore di sua moglie.
Ci sarà poi il fascismo, che Vittorio abbraccia; l’operazione al Rizzoli di Bologna, per alleviare la deformità del piede di Ernesto, che si iscrive a medicina divenendo un bravo medico, assistente del professor Ascoli, noto ricercatore ebreo, mentre l’Italia nel ‘38 vara le leggi razziali. Nel romanzo Milena Palminteri ci racconta il sacco di Palermo nel dopoguerra, l’avvento di una mafia sempre più agguerrita e decisa a distruggere la Conca d’Oro, il miracolo del paesaggio palermitano.
Il dialetto, i dolci e le figure femminili
Il linguaggio che usa l’autrice è una contaminazione tra un italiano letterario, scorrevole, elegante, e una serie di forme dialettali, alcune difficili da comprendere, tanto da doversi servire di un glossario posto a fine volume, come pure compare la ricetta dei biscotti regina, che tutti i personaggi hanno gradito nel corso della narrazione: li aveva graditi anche la regina Maria Carolina d’Asburgo, regina di Napoli, durante il suo forzato esilio a Palermo. I sontuosi buffet della cucina siciliana fanno capolino durante alcuni episodi salienti della vita della famiglia Iacona, tra litigi drammatici, matrimoni di felicità solo apparente e grandi sofferenze mai rivelate.
Le donne di questo libro, Irene, Ninì, Liria, sono altrettanti prototipi dell’evoluzione della condizione femminile nel corso del tempo, che la scrittrice tratteggia con empatia e finezza di descrizioni, fisiche e psicologiche. Le ali che compaiono nel titolo sono una metafora e, a partire dalla splendida voliera ospitata nel mitico hotel Kemonia, alludono alla possibilità di elevarsi, di volare appunto sempre più in alto, superando le miserie di una terra così ricca di contraddizioni, pur nello splendore della sua natura, dei suoi cibi, dei suoi profumi, delle sue architetture tanto eleganti quanto effimere.
Recensione del libro
Le ali in una stanza
di Milena Palminteri
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tra i libri più attesi dell’autunno: il grande ritorno di Milena Palminteri con un’emozionante saga palermitana
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