La passione dell’indifferenza. Agamben, Freud, Proust
- Autore: Andrea Nicolini
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Accade, in ogni storia d’amore, che improvvisamente ciò che sembrava il centro del mondo torni a essere una presenza distante, diafana, impenetrabile. L’altro è ancora lì — vivo, concreto, tangibile — eppure non ci vede più. È fisicamente presente, ma è diventato indifferente. È in questo squarcio, tra presenza e perdita, che si apre la ferita più profonda dell’esperienza amorosa: non la perdita dell’oggetto in quanto tale, ma la fine della sua ricettività, del suo rispondere al nostro desiderio. Ed è da qui che prende avvio La passione dell’indifferenza. Agamben, Freud, Proust di Andrea Nicolini (Orthotes, 2025), un saggio che si muove con rigore tra psicoanalisi e filosofia, intrecciando Freud, Agamben e Proust per proporre una tesi tanto radicale quanto controintuitiva: l’indifferenza non è il contrario dell’amore, ma il suo presupposto ontologico.
Il punto di partenza è Freud. Nicolini riprende l’analisi dell’ambivalenza affettiva per mostrare come odio e amore non siano semplicemente opposti, ma strutturalmente intrecciati. Freud suggerisce che l’odio è più antico dell’amore: prima ancora di investire un oggetto come fonte di piacere, l’Io lo percepisce come qualcosa che lo frustra, lo limita, lo resiste. L’odio sarebbe così il primo legame con l’esterno. Ma Nicolini compie un passo ulteriore. Se l’odio precede temporalmente l’amore, entrambi presuppongono qualcosa di più originario: uno stato di indifferenziazione primaria, il narcisismo in cui soggetto e oggetto non sono ancora distinti. L’indifferenza non è dunque un affetto tra gli altri, né una semplice apatia: è la condizione trascendentale che rende possibile ogni relazione oggettuale. Non si oppone all’amore o all’odio presi singolarmente, ma alla loro stessa ambivalenza. È il fondo silenzioso su cui questi movimenti si articolano.
In questa prospettiva, l’abbandono assume un significato diverso. Quando veniamo lasciati, non perdiamo soltanto una persona: sparisce anche l’immagine che avevamo proiettato su di lei, quel simulacro idealizzato che rendeva possibile il nostro investimento libidico. L’altro continua a esistere, ma non corrisponde più all’immagine che lo sosteneva. Da qui prende forma il dolore.
L’intreccio con Giorgio Agamben diventa decisivo. Riprendendo la tradizione dell’amor cortese, Agamben interpreta l’amore come rapporto con il fantasma: ciò che si ama non è l’oggetto nella sua pura materialità, ma l’immagine che in esso si sostanzia, il nome che lo eccede. Il desiderio si nutre di questa distanza. Con la modernità, tuttavia, la fantasia viene relegata al regno dell’irreale; il fantasma perde statuto ontologico e diventa inappropriabile. L’oggetto resta, ma ciò che lo rendeva desiderabile si sottrae. L’insoddisfazione diventa strutturale.
In questo quadro, Proust offre la scena più nitida. Nell’episodio di Mademoiselle Vinteuil, la crudeltà non coincide con il gesto trasgressivo ma con l’indifferenza che lo domina. Proust costringe il lettore a riconoscere che la forma più radicale di violenza non è l’odio dichiarato, ma il non essere più visti, il non contare più nulla nello sguardo dell’altro. La letteratura mostra, con precisione quasi clinica, ciò che Freud teorizza e Agamben concettualizza: l’indifferenza come ombra costitutiva dell’amore.
Il merito del libro di Nicolini sta in questo movimento a tre voci. Non giustappone riferimenti: costruisce un dispositivo interpretativo coerente. La psicoanalisi fornisce la dinamica pulsionale, la filosofia chiarisce il fondamento ontologico, la letteratura rende visibile il vissuto. L’indifferenza emerge come principio strutturale: ciò che rende possibile ogni legame e, al tempo stesso, ne segna il limite.
La passione dell’indifferenza è un saggio denso che richiede attenzione e lentezza. In cambio offre uno sguardo più netto su un’esperienza comune e spesso rimossa. Forse l’amore non nasce da una pienezza originaria, ma da una frattura. E forse ciò che più temiamo non è l’odio — che resta una forma di relazione — ma il ritorno a quel fondo neutro da cui ogni passione prende forma e in cui può, silenziosamente, ricadere.
La passione dell'indifferenza. Agamben, Freud, Proust
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