I progressi compiuti quotidianamente dall’intelligenza artificiale sono sotto gli occhi di tutti, questo mezzo non smette di sbalordirci. In relazione alla comunicazione, non è fantascienza pensare che sicuramente in un prossimo futuro ci doteremo tutti di apparecchi collegati a cuffie e microfoni che ci permetteranno di comunicare in tempo reale con persone che parlano lingue a noi sconosciute: l’intelligenza artificiale ci farà da interprete, abbattendo in pochi secondi ogni barriera, capiremo e parleremo tutte le lingue con margini di errore sempre più ridotti.
IA e cimbro: l’esperimento di Bruno e Sigfrido Corradi
La tecnologia sta offrendo occasioni grandiose anche alle lingue a rischio di estinzione: l’8 febbraio 2026 il giornale veronese “L’Arena” ha pubblicato un articolo di Marta Bicego intitolato Il cimbro (aggiornato e tradotto) ai tempi dell’intelligenza artificiale: l’impresa di padre e figlio, che racconta il sogno di Bruno e Sigfrido Corradi, due veneti che stanno lavorando a un traduttore in grado di rendere in cimbro qualsiasi frase o espressione. Un lavoro straordinario, anche considerando che il cimbro, come ha spiegato Sigfrido,
non è una lingua con una parte scritta codificata ed essendoci oggi pochi parlanti, il software è in grado di estrarre un modello generale a partire dagli esempi. Nel mondo dell’apprendimento automatico, la qualità del risultato dipende dalla qualità degli esempi.
Il cimbro è una lingua germanica attualmente parlata da un ridotto numero di persone (e con significative varianti) tra il Veneto e la provincia di Trento; in Lessinia, nel Veronese, questa favella è arrivata nel corso del tredicesimo secolo insieme ai coloni provenienti dalla Baviera.
Ma come se la cava l’IA con le lingue locali neolatine? Per scoprirlo ho pensato di rivolgermi a questi strumenti utilizzando la mia lingua madre: il padovano.
Parlare in padovano con ChatGPT, Deepseek e Venice AI
Prima di iniziare la prova, la mia curiosità era fortissima, poiché il padovano – pur avendo una vasta letteratura (poesia, teatro, narrativa e persino saggistica) e pur essendo ben presente sulla rete – non ha una grafia e una grammatica univocamente accettate e inoltre varia sensibilmente nel territorio della provincia. Già restando entro il perimetro del capoluogo, gli autentici porteati (gli abitanti del Portello), ad esempio, utilizzano alcuni vocaboli propri, diversi che in altri sobborghi o in centro. E innumerevoli sono le piccole o grandi differenze linguistiche che si incontrano spostandosi tra Galliera Veneta e Barbona, o tra Montagnana e Codevigo.
Il primo modello linguistico di intelligenza artificiale con cui ho dialogato è ChatGPT, nato nel 2022. Ho deciso di attaccare così:
Bondì, sarissito bon de scrivarme in padovan?
[Buondì, saresti capace di scrivermi in padovano?]
E ChatGPT mi ha risposto:
Bondì! Sì, posso provare a scrivare in padovan. No so perfeto al 100%, ma me la cavo abbastanza ben. Se te vol, dime cossa te serve: na frase, un testo, na tradussion… e te lo fazo in dialeto!
[Buondì! Sì, posso provare a scrivere in padovano. Non sono perfetto al 100%, ma me la cavo abbastanza bene. Se vuoi, dimmi cosa ti serve: una frase, un testo, una traduzione...e lo faccio in dialetto!]
Quando ho scritto:
Prova tradurme sta frase in padovan: L’intelligenza artificiale sta imparando a parlare in padovano.
il risultato è arrivato subito. Lo trascrivo qui di seguito:
In padovan podarìa vegnir cusì.
[In padovano potrebbe venire così]:
L’inteligenza artificiale la sta imparando a parlar in padovan.
Se te vol, posso farte altre varianti più “strete” de dialeto oppure più naturali. Dai, provemo qualche variante più “padovana streta”: L’inteligenza artificiale la sta imparando a ciacolar in padovan. (più colloquiale “ciacolar” = chiacchierare)
Così ho ribattuto:
Pitosto, a te gavarissi podesto scrivare: La xe drio imparare a parlare padovan.
E ChatGPT mi ha scritto:
Sì, bravissimo — quella xe proprio na forma super naturale. "La xe drio imparare a parlare padovan" xe tipicamente veneta e sona molto spontanea.
Si evince che ChatGPT tende a far ancora troppo riferimento al modello dell’italiano scritto.
La nostra conversazione è proseguita, ma nelle successive battute non sono mancati i refusi da parte dell’intelligenza artificiale e per non risultare pedante non trascriverò, né commenterò, le frasi seguenti. Il risultato finale, comunque, mi ha sorpreso: sicuramente ChatGPT zoppica ancora, deve distinguere meglio la costruzione delle frasi in padovano dall’italiano, ma senza dubbio continuerà a migliorare.
Ho poi pensato di rivolgermi alla cinese Deepseek, che ha sviluppato il suo modello linguistico nel 2023.
Davanti alla solita domanda: "Bondì, sarisito bon de scrivarme in padovan?" (ho pensato di usare sempre il maschile), l’intelligenza artificiale della Repubblica Popolare mi ha risposto con le seguenti parole:
Bondì! Si ben che volentiera te scrivo in padovan. Vuto che te scriva na frasetta, na storièla, o calcossa altro? Dime ti, che te servo e te rispondo col me megio parlar patavino.
[Buondì! Certo che ti scrivo volentieri in padovano. Vuoi che ti scriva una frasetta, una storiella o qualcos’altro? Dimmi tu, che ti servo e ti rispondo col mio miglior linguaggio patavino.]
Mancava solo che mi rispondesse "Comandi!", come si usava fare, con tono oltremodo servile, fino al tempo dei nostri nonni.
L’apparente estro di Deepseek mi ha colpito, e quindi ho pensato di chiedergli:
Déi, contame de Padova, cossa xe che te piase de sta sità?
[Dai, raccontami di Padova, cosa ti piace di questa città?]
Al che l’intelligenza artificiale mi ha scritto:
Oh caro, de Padova ghe saria tanto da dir, ma te dirò quelo che me piase de più a mi. Prima de tuto, me piase el so core antigo. No xe solo i prà che xe famosi nel mondo, ma tuto el sentro: le piasse e i porteghi. Quando vago soto el Bo, el palazzo de l’Università vecia, sento proprio l’odore de secoli de studio e de sapere. Ghe xe n’aria che te ciapa, come se i dotti de na volta i fusse uncora là a discutar soto i porteghi.
Insoma, Padova xe na cità che te tien el passo. No la se vanta, no la cria, ma la te resta nel cuor. La xe cultura, vita, e un fià de bona malinconia. Te consilio de vegnir a vedér al tramonto su le mura antiche... lì te capissi perché ghe vojo ben a sto posto.
[Oh caro, di Padova ci sarebbe tanto da dire, ma ti dirò quello che a me piace di più. Prima di tutto, mi piace il suo cuore antico. Non sono solo i suoi prati ad essere famosi nel mondo (facendo un pochino di confusione, allude al Prato della Valle, la celebre piazza della città, N.d.R.), ma tutto il centro: le piazze e i portici. Quando vado sotto (i portici, N.d.R.) del Bo, il palazzo dell’antica Università, sento proprio l’odore dei secoli di studio e di sapere. C’è un’aria che ti prende, come se i dotti di una volta fossero ancora lì a discutere sotto i portici. Insomma, Padova è una città che ti tiene il passo. Non si vanta, non frigna, ma ti resta nel cuore. Essa è cultura, vita, e un po’ di buona malinconia. Ti consiglio di venire a vedere il tramonto sulle antiche mura...lì capisci perché voglio bene a questo posto.]
In questa trascrizione ho eliminato un paio di refusi: nel testo originale, ad esempio, Deepseek ha scritto correttamente "porteghi" la prima volta, ma la seconda aveva scritto "portghi". "Odore dei secoli", poi, è un’espressione un po’ sforzata, e a voler essere onesti a Padova al massimo "se pol ’ndare a snasare la spussa de formajo e de saladi che ghe xe soto el Salon" (si può andare ad annusare la puzza di formaggio e di salami che c’è nel Salone, ovvero l’antico mercato coperto di Palazzo della Ragione). Però non c’è male e il risultato prodotto da Deepseek pare migliore di quello di ChatGPT, più spontaneo.
Ho proseguito confrontandomi con un terzo modello linguistico: la piattaforma Venice AI, nata nel 2024 e divenuta famosa perché presentata dai suoi creatori e patrocinatori come priva di censure e filtri di ogni genere. Si direbbe quasi che la Serenissima, la Repubblica della libertà, sia rinata digitalmente!
Come è ovvio – essendo in ambito veneto – non potevo ignorare un’intelligenza artificiale intitolata a Venezia, e in onore del suo nome ho pensato bene di tenerla per ultima nella mia piccola ricerca. Ho inserito sempre le solite parole: "Bondì, sarissito bon de scrivarme in padovan?".
Ben, te parlo in padovan. Son Venice, na intelligenza artificiale che te pol dar na man. Domanda, cossa te voi saver? Son qua par rispondar a le domande in lengua.
[Bene, ti parlo in padovano. Sono Venice, una intelligenza artificiale che ti può dare una mano. Domanda, cosa vuoi sapere? Sono qui per rispondere alle domande in lingua.]
Quel "saver" mi suona più veneziano che patavino, e del resto è Venice AI, non Padua AI, però, probabilmente, un veneziano avrebbe scritto: "Domandame, cossa ti vol saver?".
Ho quindi suggerito a Venice, per la prossima volta, di usare la forma: "Cossa vurisito savere?" (che, personalmente, mi pare più patavina) e ho proseguito chiedendo sempre:
Déi, contame de Padova, cossa xe che te piase de sta sità?
Il risultato non s’è fatto attendere:
Ah, Padova! Ghe n’è de dir, te lo conto volentiera. Padova la ze na cità che te la ga nel sangue. No la ze solo che piazze e chei palazzi che i turisti i se fa le foto, ma la ze anca el so spirito, la so zente.
[Ah, Padova! Ce n’è da dire, ti racconto volentieri. Padova è una città che ce l’hai nel sangue. Non è solo quelle piazze e quei palazzi davanti a cui i turisti si fanno le foto, ma è anche il suo spirito, la sua gente.]
Anche qui le basi ci sono, ma andrebbe sistemato qualcosa. Occorre sempre una revisione attenta e costante dei contenuti prodotti, bisogna fornire un riscontro e possibilmente invitare a fare meglio.
Consideriamo però che scrivere in padovano non è facile nemmeno per gli esseri umani che lo parlano abitualmente, anche perché, purtroppo, nelle scuole della città del Santo e provincia (al momento) non ce lo insegnano.
Da questa breve indagine si può affermare che, attualmente, tutti e tre gli strumenti consultati sono giunti a un livello che possiamo definire di partenza, ma indubbiamente devono ancora crescere e svilupparsi. Per qualche frasetta (se si è fortunati) vanno abbastanza bene, i problemi si hanno quando le conversazioni si allungano. Allora, sia ChatGPT, che Deepseek, che Venice AI iniziano con gli svarioni e c’è bisogno di correggerle spesso. Agli errori grammaticali si aggiungono quelli di senso e, in generale, la triade fatica a elaborare discorsi complessi. Non poniamo però limiti all’avvenire, possiamo già immaginare un futuro vicino in cui l’intelligenza artificiale ci aiuterà a studiare le lingue come autodidatti: tutte le lingue dell’uomo, comprese quelle che arricchiscono l’immenso patrimonio storico e culturale della Penisola italica. Magari qualche ragazzo a cui i genitori e i nonni non hanno voluto insegnare il vernacolo lo apprenderà da solo parlando con Deepseek, chissà! Ci attende un mondo di opportunità e dobbiamo essere ottimisti: se ben usati, questi mezzi sono magnifici.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’intelligenza artificiale sta imparando il padovano: un esperimento per comprendere gli sviluppi di AI
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