Un’unica grande battaglia per la giustizia, 13 poliziotti, 13 protagonisti, 13 anni di lotta senza quartiere, sempre in prima linea contro Cosa Nostra: un racconto mozzafiato delle operazioni di polizia che hanno colpito la mafia.
Stiamo parlando di Operazione mafia (Newton Compton Editore, 2025, pp. 304, 12,90 euro) scritto dal Gruppo Sco 1.0, coordinato da Ivan Brentari. Il Gruppo Sco 1.0 dei tredici investigatori/scrittori è composto da: Arcadio Atzei, Giulio Beneduce, Eligio Ciarla, Maurizio Gioia, Andrea Il Grande, Giorgio Magna, Livio Meco, Sergio Nardis, Maurizio Ortolan, Raffaele Panichi, Pasquale Pellino, Claudio Russo e Patrizia Torretta. Il libro è dedicato a uno dei tredici investigatori/scrittori, Arcadio Atzei, deceduto per una grave malattia poco prima della pubblicazione, ma che ha lavorato alacremente a questo progetto fino a quando le forze gliel’hanno concesso.
Inchieste che hanno scoperto il volto di Cosa Nostra raccontate come in un romanzo dai poliziotti in prima fila nella lotta antimafia. Abbiamo dialogato con due di loro, i Sostituti Commissari coordinatori Claudio Russo e Andrea Il Grande.
Ricordiamo che tutti i proventi ricavati dalle vendite di questo libro saranno devoluti dal Gruppo Sco 1.0 a sostegno del Fondo Assistenza della Polizia di Stato.
L’intervista a Claudio Russo
- Nel 1984 Tommaso Buscetta inizia a parlare, da quel momento nulla è più come prima?
Tommaso Buscetta arrivò a Roma nel luglio 1984. Era stato estradato dal Brasile, dove l’avevano tratto in arresto, perché colpito in Italia da un provvedimento restrittivo. Comprendendo che la sua vita sarebbe stata in pericolo in un carcere italiano, tenta il suicidio con un potente veleno. In quel momento era in corso in Sicilia la seconda guerra di Mafia, e Buscetta apparteneva alla fazione perdente, quella di Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. A Palermo, i Corleonesi che si contrapponevano alla vecchia mafia, gli avevano già fatto scomparire nel nulla i due figli, Antonio e Benedetto. Fu allora che, convinto dal giudice Falcone, decise di varcare il confine che separava il mondo criminale da quello della giustizia.
Quando giunse a Roma, accompagnato in aereo dal vicequestore Gianni De Gennaro, venne protetto in un luogo sicuro e subito cominciò a confessare la sua appartenenza alla mafia. Furono rivelazioni sorprendenti. Si riuscì così a guardare la mafia dall’interno e si scoprì che quella che tutti chiamavano genericamente mafia aveva in realtà una denominazione specifica: “Cosa Nostra”. Parlò della sua composizione: uomini d’onore, famiglie, mandamenti e commissioni provinciali. All’apice la commissione regionale, la cosiddetta cupola.
Buscetta era un uomo intelligente, in quel momento evitò di parlare del coinvolgimento di alcuni politici negli affari illeciti di Cosa Nostra, perché aveva capito che il Paese non era ancora pronto a sopportare che un’organizzazione criminale avesse legami con la politica.
- Nel 1989 nasce lo Sco. Ce ne vuole parlare?
Lo Sco è nato ufficialmente alla fine del 1989, istituito sull’onda dei successi investigativi del Nucleo Centrale Anticrimine, che, solo pochi anni prima, era una Divisione del Servizio Anticrimine della Direzione Centrale della Polizia Criminale. De Gennaro fondò quel Nucleo insieme ai vicequestori Antonio Manganelli e Alessandro Pansa, i tre dirigenti che negli anni successivi hanno raggiunto i vertici del Dipartimento della Pubblica Sicurezza avvicendandosi come Capi della Polizia.
I tredici protagonisti del Gruppo Sco 1.0 hanno tutti fatto parte del N.C.A., che poi si è trasformato in Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Nel libro Operazione Mafia gli investigatori dello Sco ricordano alcune delle più brillanti attività investigative, che hanno già ricevuto un risalto mediatico al momento in cui sono state portate a termine. Un lavoro silenzioso di giovani donne e uomini che con coraggio e dedizione hanno affrontato le sfide di quel momento storico. Tantissime indagini, ma anche la cattura di molti latitanti pericolosi, che sono stati consegnati alla giustizia: Koh Bak Kin, il trafficante di Singapore che forniva l’eroina ai mafiosi siciliani, il boss napoletano Michele Zaza che aveva giurato fedeltà a Cosa Nostra e, poi, Francolino Spadaro, Pietro Vernengo, i fratelli Nino e Salvo Madonia del temibile mandamento mafioso di Resuttana, il pericoloso killer Giuseppe Lucchese, il capomafia di Caltanissetta Piddu Madonia, i fratelli Vernengo. Infine, Nitto Santapaola e i suoi principali accoliti nella provincia di Catania. Tutti latitanti di altissimo profilo criminale.
Nel mezzo di queste rilevanti strategie di contrasto alla criminalità mafiosa, anche le operazioni internazionali antidroga Barretta, Iron Tower e Seaport in cui risultano coinvolte le famiglie mafiose di Cosa Nostra americana.
- Che ricordi conserva di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino?
Quando fu assassinato il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa da esponenti mafiosi di Cosa Nostra, ero da poco entrato in Polizia. Mi colpì moltissimo quell’attentato in cui rimasero uccisi anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Ne ho un ricordo indelebile. Nelle immagini televisive che mandarono in onda subito dopo, quasi accanto alle macchine crivellate di proiettili sparati dal commando mafioso, comparve un cartello sul quale era stato scritto: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. In effetti, fu un evento terribile. Dalla Chiesa aveva la fama di essere un uomo integro, coraggioso e con profondo senso dello Stato. Quel cartello mi è rimasto impresso nella mente. Forse, furono proprio quei morti a spingermi verso il Centro Criminalpol di Roma, l’ufficio investigativo diretto da De Gennaro.
Invece, con i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo Sco aveva rapporti diretti. Soprattutto con Falcone. Tante inchieste importanti sono state autorizzate proprio da lui. È stato doloroso sopportarne la scomparsa. E non parlo solamente di noi investigatori, ma mi riferisco a tutte quelle persone oneste, che si riconoscono nelle loro battaglie condotte senza retorica, con coraggio e determinazione. Falcone e Borsellino rappresentavano le icone della giustizia e della legalità, incarnando con la loro vita e il loro sacrificio i valori più alti dello Stato di diritto. Hanno insegnato a un’intera generazione che la legalità è una scelta quotidiana, non un concetto astratto. Mi addolora il pensiero che, quando furono barbaramente assassinati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano rispettivamente solo 53 e 52 anni, con una lunga vita ancora da vivere. Invece, quell’inaudita violenza li ha distratti dall’amore delle proprie famiglie.
Purtroppo, però, non sono stati i soli a morire per mano di quella efferata consorteria criminale. La lista è lunga, troppo lunga. Quella campagna eversiva condotta da Cosa Nostra nel 1992 aveva solo trovato il suo epilogo dopo un processo lento e minaccioso, che aveva avuto inizio molti anni prima con l’eliminazione fisica di tanti altri uomini delle Istituzioni.
Se la Magistratura e le Forze di polizia sono stati i principali protagonisti di quella campagna di guerra scatenata da Cosa Nostra, non bisogna dimenticare il pesante tributo di sangue pagato dalla società civile. Tanti giornalisti assassinati, che hanno dovuto subire il pesante condizionamento di un vero e proprio contropotere eversivo. E, infine, gente comune capitata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
L’intervista ad Andrea Il Grande
- Le vostre famiglie conoscevano la pericolosità del vostro lavoro?
Generalmente le famiglie delle forze dell’ordine, che lavorano contro la mafia o altre organizzazioni di tipo mafioso, spesso sono consapevoli dei rischi che comporta questo tipo di lavoro e rappresentano un valido sostegno emotivo per un poliziotto, ma sanno anche che i loro cari, che hanno scelto di combattere la mafia, sono stimolati da un forte senso del dovere e che il loro lavoro possa fare la differenza nella lotta contro la criminalità di tipo mafioso.
Personalmente posso dire che la mia famiglia è stata sempre consapevole del compito che svolgevo, seppur all’oscuro dei dettagli e delle operazioni in cui ero coinvolto, appoggiandomi e dando un valore aggiunto al mio lavoro.
- Il libro racconta quella parte di Storia che raramente arriva in superficie, dove al centro c’è sempre la figura del poliziotto?
Questo libro è nato per dar voce a 13 investigatori e a chi ha vissuto in prima persona un momento storico della lotta alla mafia, mettendo al centro della narrazione l’investigatore, la sua solitudine come conseguenza del lavoro, la sua disciplina, il suo desiderio di giustizia, il suo silenzio lontano dalla famiglia, le ore trascorse a pedinare i mafiosi o presunti tali, fronteggiare situazioni al limite del traumatico e dello stress, a prendere decisioni che possono essere errate e vanificare mesi o addirittura anni di indagine.
All’interno del libro si trovano le interviste agli autori, momenti di riflessione strettamente personali, di analisi soggettiva, che non pretendono di rappresentare la verità assoluta, né il pensiero di tutti. Sono frammenti di coscienza, punti di vista, sguardi da dentro.
- La mafia non fa più notizia, non uccide più. Come si è riciclata?
A partire dagli anni ‘90, dopo le note stragi “Falcone e Borsellino”, la mafia ha cambiato strategia passando da azioni eclatanti a metodi più sofisticati per mantenere il potere e influenzare la società; oggi opera principalmente come un’impresa, infiltrandosi nei mercati e influenzando il voto. Utilizza la corruzione, l’intimidazione e la minaccia per raggiungere i suoi obiettivi, riducendo la violenza visibile, penetrando l’economia legale, creando così un’area grigia dove i confini tra il legale e l’illegale sono indefiniti.
Questo gli consente di differenziare gli affari ed esercitare il potere in modo più invisibile. Ha stabilito legami con professionisti e colletti bianchi, che aiutano a nascondere le attività illecite e a esercitare il potere in modo più raffinato, riducendone la visibilità ma non la pericolosità, orientando la politica e l’economia locale.
- Nel corso degli anni quanto è cambiato l’atteggiamento dei siciliani nei confronti del fenomeno mafioso?
Con le stragi degli anni ‘90 - l’evoluzione della società siciliana, le innumerevoli operazioni delle forze dell’ordine per contrastare la mafia e l’arresto dei capi storici, che in parte hanno indebolito le capacita dell’organizzazione - i siciliani hanno iniziato a riconoscere la pericolosità della mafia e il danno che causa alla società, diversamente dal passato, quando era vista come un’organizzazione che garantiva ordine e sicurezza in cambio di consenso popolare. Inoltre, le innumerevoli iniziative di sensibilizzazione e educazione hanno contribuito a cambiare la percezione della mafia tra i giovani e la società civile, portando a una maggiore consapevolezza nella necessità di contrastare la mafia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Claudio Russo e Andrea Il Grande, due degli autori di “Operazione mafia”
Libro davvero sperimentale e riuscitissimo. È un romanzo, ma ci sono squarci temporali che si aprono su interviste ai protagonisti. Un libro che intrattiene ma che insegna anche molto della storia della mafia e della storia d’Italia.