Simone Ghelli è nato a Cecina, in provincia di Livorno, nel 1975. Si è laureato in Storia del cinema a Siena, poi ha proseguito col dottorato Dams a Roma Tre.
Ha scritto Bianco su Bianco per Castelvecchi, la novella Ronnie Banti ha perso la scommessa per Divergenze edizioni e Non risponde mai nessuno per Miraggi. L’intervista è sul suo ultimo romanzo Il professore è mancato, storie di professori che insegnano nelle scuole medie, pubblicato da AUGH! Edizioni nel 2025.
L’intervista a Simone Ghelli
- È stata una sua idea o dell’editore la copertina Marlowe/Grisham. Molto bella ma forse esagerata...
La copertina è nata da una mia suggestione. Mi piaceva l’idea di un professore che se ne va da solo, un’immagine che rievocasse l’atmosfera dei quadri di Hopper. Sono consapevole del fatto che possa sembrare fuorviante, ma se pensi al titolo diciamo che ho giocato un po’ col genere noir, anche se nel libro non ci sono indagini né omicidi.
- Lei è Lucio, il professore che si fa delle domande sul presente e futuro della scuola? Se è lei, è comunque finzione o no?
Le riflessioni che fa Lucio sono in gran parte le mie, ma non c’è dubbio che si tratti sempre di finzione. Ho cercato di tenermi il più vicino possibile ai pensieri maturati in questi anni di insegnamento, che sono il frutto di un continuo aggiustamento.
Chi lavora a scuola sa che, a differenza di un tempo, oggi siamo chiamati a mettere costantemente alla prova i nostri strumenti, che in sé non sono né buoni né cattivi. Per me vale un po’ lo stesso discorso della scrittura: quello che mi chiedo è se il mio lavoro funzioni o meno. Non voglio dire con questo che il docente riesca sempre a trovare la quadra; anzi, sono più le volte che fallisce, o meglio che sente di fallire. Questo è il sentimento che accompagna Lucio nella sua quotidianità ed è sicuramente una cosa che ci accomuna.
- La parola più usata per i problemi della scuola media inferiore è burocrazia. Chi fa l’impiegato scolastico non è costretto a dare retta a regolamenti e a scartoffie?
Senza dubbio negli ultimi anni la burocrazia a scuola si è presa sempre più tempo. In sé questo non sarebbe un male se, dall’altra parte, non riducesse il tempo per altre attività per così dire più informali, come il confronto tra noi docenti sulle metodologie adottate. A scuola andiamo sempre di corsa tra un’aula e l’altra, magari con in mano la copia di un piano di studio personalizzato (PDP) o qualche autorizzazione da far firmare ai colleghi. Spesso questa burocrazia finisce poi dimenticata da qualche parte, diventando l’emblema di quello scollamento tra l’ideale e la realtà che mi sembra un’altra costante della scuola di oggi.
Perché il problema, alla fine di tutto, è che il docente deve far tornare i conti affinché la scuola come istituzione abbia meno rogne possibili da gestire; perciò quello che sta scritto sulle carte - penso ad esempio agli obiettivi da raggiungere e alle competenze da acquisire - fa la fine di quei bei propositi che uno scrive per l’anno nuovo e poi rimangono chiusi nel cassetto. So che dico una cosa piuttosto forte, ma la mia esperienza, nelle tante scuole in cui ho insegnato, ha registrato questa costante; e l’esempio più lampante sono gli scrutini, che spesso si trasformano in una specie di mercato dei voti, alla faccia di tutte quelle ore passate precedentemente a compilare le famose scartoffie. Questo scollamento è all’origine del pregiudizio sulla burocrazia in generale, che ovviamente ha anche i suoi vantaggi - ad esempio tutelare i docenti stessi.
- I colleghi di Lucio, per la maggior parte, hanno accettato di essere professori ma hanno altre ambizioni? Di scuola si muore?
Ho conosciuto nel corso del tempo docenti che hanno accantonato altre ambizioni, alcuni dei quali si sono ritrovati a vivere la scuola con una frustrazione che poi riversano inevitabilmente sui propri studenti. Io stesso ho il dottorato di ricerca e sognavo di lavorare all’università, ma visto come sono andate poi le cose mi ritengo persino fortunato. Non cambierei il mio lavoro con nessun altro, e lo dico con cognizione di causa visto che prima di arrivare alla cattedra ho fatto diversi altri mestieri.
Questa è un’altra caratteristica che mi accomuna al protagonista del romanzo. Di conseguenza direi che di scuola non si muoia affatto. Al contrario, per me la scuola è un luogo pieno di vita e contraddizioni, in cui circola un sacco di energia emanata dai ragazzi. Il compito di noi docenti non è quello di imbrigliare questa energia - non sono mai stato uno di quelli che pretende il silenzio assoluto in classe, tutt’altro -, bensì di provare a incanalarla nella "giusta" direzione.
- Ha scelto i preadolescenti, invece dei liceali e degli adolescenti degli istituti tecnici. Come sono, come reagiscono in un momento così importante della loro vita?
In realtà non li ho scelti. La verità è che le cattedre nella scuola secondaria di primo grado - le vecchie medie - sono in numero maggiore e non mi hanno mai chiamato a fare supplenze alle superiori.
Insegnare ai preadolescenti è un lavoro faticosissimo, in cui le materie diventano il contenitore per tanto altro e le spiegazioni un dialogo ininterrotto con gli alunni, che sentono la necessità di infilare la loro vita da tutte le parti. Quella delle medie è un’età complessa, in cui ci si confronta con ragazze e ragazzi che stanno cambiando, che faticano a capire chi sono e che cosa stanno diventando. Tutta questa confusione emotiva la riversano ovviamente in classe, che si trasforma in una specie di agorà di cui vanno ridefiniti quotidianamente i limiti. Ogni giorno, poi, è un po’ come ricominciare tutto daccapo; difatti uso spesso come esempio il mito di Sisifo.
Quella delle medie è un’età in cui si è chiamati spesso a rispondere a domande esistenziali, la più frequente delle quali riguarda l’utilità di studiare questa o quest’altra materia. Ed è proprio questo l’aspetto che mi piace di più del mio lavoro, perché sento di avere la grande responsabilità di gettare quei famosi semi che forse germoglieranno, anche se personalmente non ne vedrò mai i frutti.
- Lei aveva altri sogni, come fare lo scrittore e vivere della propria opera. Gli scrittori che vivono solo dei propri sono sul palmo di una mano. È d’accordo?
Ho ancora il sogno di fare lo scrittore, in realtà lo faccio. Ho abbandonato l’idea di fare soltanto quello, come capita alla stragrande maggioranza delle persone che scrivono, a meno che non abbiano la fortuna di poter vivere senza fare altri lavori. Ci sono giorni in cui non riesco a scrivere neanche una riga e questo mi fa sentire frustrato. Non ho continuità, ed è il motivo che mi ha spinto per anni a scrivere soltanto racconti. Col tempo sono però riuscito a trasformare questa frammentazione del tempo, diviso tra tutte le cose da fare, in una specie di cifra stilistica.
- Rachele è una preadolescente che forse si perderà nelle scelte di vita che l’aspettano. O lei è più ottimista?
Non sono un ottimista, anche se cerco di non darlo troppo a vedere. Con gli studenti non posso permettermi di fare il pessimista, perciò cerco di sempre di incoraggiarli a trovare la loro strada a pensare con la loro testa. Una cosa che ripeto sempre loro, e che ripete anche Lucio nel corso del romanzo, è che devono sforzarsi di imparare a cambiare il proprio punto di vista. Anche quando usiamo il libro di testo non smetto di sottolineare con loro il fatto che le informazioni che ci trovano scritte sono il risultato di scelte precise. Il punto di vista e il montaggio sono tutto. Ecco perché Renato, il collega di Lucio, è ossessionato dall’opera di Sergej Ejzenstein.
Recensione del libro
Il professore è mancato
di Simone Ghelli
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Simone Ghelli, autore di “Il professore è mancato”
Lascia il tuo commento