Siamo davvero sicuri di conoscere cosa si nasconde nella Rete? Possiamo dirci al sicuro vietando ai nostri figli di utilizzare gli smartphone, controllando e spiando le loro attività digitali?
Un thriller psicologico, un’indagine sociologica sulla Rete e sui problemi che il mondo adulto incontra ogni giorno e che ribalta costantemente le certezze del lettore: questo fa Cuore capovolto (Neri Pozza, 2025) di Paola Barbato. Perché, come dice l’autrice,
nessuna delle cose che ho raccontato è vera, ma ciascuna delle cose che ho raccontato, in un’altra maniera è accaduta.
È la nostra contemporaneità che esce dalle pagine di questo avvincente romanzo e ci spinge a chiederci: cosa siamo disposti a fare per ottenere ciò che vogliamo?
L’intervista a Paola Barbato
- Che storia è “Cuore capovolto”?
È molto difficile raccontare tutto questo libro, perché è molto denso. Cuore capovolto ruota attorno ad Alberto Danini, una figura che mi interessava approfondire: spesso si sente nei fatti di cronaca di un poliziotto infiltrato, un agente sotto copertura, un agente nella Rete. Ecco, grazie all’aiuto di una Sovraintendente di Polizia ho avuto modo di documentarmi e di capire chi sono queste figure. Innanzitutto sono degli informatici, prima di essere poliziotti, che fingono di essere altre persone. Seguono addestramenti, un percorso per essere idonei al fine di essere credibili perché faranno da esca in situazioni che si vengono a creare in Rete ogniqualvolta c’è un ipotetico predatore. Il predatore può essere un truffatore, un pedofilo, un adescatore.
Il protagonista fa questo nella vita: si finge qualcun altro, cerca di agganciare il predatore e lo fa utilizzando gli stessi metodi del predatore. Anticipa le mosse osservando, ascoltando, fingendosi un amico, insomma mettendo a sua volta in campo una forma di predazione che lo porta poi a scomparire una volta terminata l’indagine. In sintesi, fanno del male per fare del bene e soffrono per questo. Restano in equilibrio fino a quando l’indagine non li tocca nel profondo. Ecco: il protagonista viene toccato dall’indagine che sta seguendo, commette un errore che vuole subito riparare innescando così una catena di errori. Ed è qui che entra in gioco la sua parte umana.
- Racconti infatti della crisi di Alberto Danini, che non sa più distinguere il bene dal male e capisce la propria fallibilità, come professionista, ma soprattutto come uomo…
Questo è il suo punto di forza, paradossalmente. Infatti, conclusa ogni indagine piange, si ammala perché sfoga tutta la propria emotività che invece durante l’indagine era riuscito a tenere sotto controllo. Lavora nella rete, in un mondo che non è propriamente reale e tangibile, e quando esce dall’ufficio si scontra col fatto di non avere una pistola, un’auto con la sirena, di non essere cioè un “vero” poliziotto. Nella Rete è un pesce che si muove sicuro, ma nella realtà diventa un rospo che si muove nella melma. Deve inventarsi come persona nuova.
- Il romanzo prende avvio con un ragazzino e ci illude che sia un romanzo dedicato ai problemi e ai rischi che gli adolescenti corrono nella rete: in realtà si tratta di una storia che ha per protagonista il mondo degli adulti. Che figura ci fanno e qual è il ruolo degli adulti in questa storia?
Noi adulti sappiamo mediamente utilizzare soltanto il 5 per cento delle potenzialità di uno smartphone: gli adolescenti di dodici anni lo sanno usare meglio di noi. Nella Rete stessa entriamo senza un manuale delle istruzioni, senza conoscere veramente ciò che lì avviene. La nostra incoscienza, il nostro non renderci conto che dare in mano uno strumento così potente senza conoscerlo a un ragazzino è la parte più drammatica.
- Il Salone del Libro, che si è da poco concluso, aveva come motto il titolo del libro di Elsa Morante, “Il mondo salvato dai ragazzini”. Questo libro è in sintonia col messaggio che il Salone ha voluto mandare?
Io non penso affatto che gli adolescenti siano degli incapaci come oggi si legge e si sente più o meno ovunque. Secondo me il fatto che esibiscano sé stessi e si espongano così tanto sui social è un sintomo positivo: ciò che è esposto è visibile e può essere preso come una richiesta di aiuto, uno strumento per loro per cercare di fermare qualcosa che non piace loro oppure per alimentare qualcosa di bello che sanno fare. Questa è una capacità di reazione che è nuova, e come tutte le cose nuove ha un potenziale di pericolosità notevole perché, appunto, li espone, ma non dimentichiamo che il 98 per cento dei leoni da tastiera ha più di vent’anni.
Non ci si fida per definizione dell’adolescente: l’adulto sospetta, controlla, sorveglia, ma non guarda davvero ciò che fa. Noi adulti non ci fidiamo.
- In questa storia c’è spazio anche per la storia d’amore tra il protagonista e suo marito: due uomini diversissimi, opposti. Che tipo di amore hai voluto rappresentare?
Ho voluto un po’ difendere, in un’epoca in cui sta tornando il mélo che racconta l’amore come tragico, drammatico, esagerato, assoluto oppure fragilissimo, mutevole e manipolatorio, l’amore se vogliamo, un po’ “terra a terra”, che è forse quello dei nostri nonni. Credo che quel tipo di amore concreto e autentico vada rivalutato: la persona che dona la propria presenza, che resta, è l’idea dell’amore.
- Il romanzo unisce diversi tipi di scrittura: trascrizioni di podcast, verbali di polizia, interrogatori, articoli di giornale che spostano la linea del tempo della narrazione. Come mai questa scelta?
Mi piace giocare con le diverse verità: quando si racconta una storia lo si fa in modo lineare e questa linearità racconta una versione dei fatti, ma sappiamo che non c’è mai un unico punto di vista, una sola angolazione da cui vedere le cose. Grazie a tutti questi brani vediamo un’altra verità, un altro punto di vista, che spesso è antitetico a ciò che ci è appena stato raccontato. Infatti dello stesso evento si possono spesso avere due narrazioni differenti, e i casi di cronaca ce lo mostrano.
- Nella tua scrittura usi dei brevi corsivi che rappresentano un po’ la coscienza del personaggio…
Sono i cosiddetti pensieri intrusivi che abbiamo un po’ tutti, e che raccontano ciò che veramente il personaggio pensa rispetto a ciò che si sta raccontando: a volte sono sfumature che durano un attimo, ma che raccontano autenticamente quel che pensa.
- Ci racconti la scelta di questo titolo, “Cuore capovolto”?
È quando si deve fare il male necessario e si è consapevoli di questo: Alberto, il protagonista, fa consapevolmente cose sbagliate per motivi giusti, e questa dicotomia è estremamente faticosa da reggere. I poliziotti informatici vivono questo, una zona d’ombra in cui sono costretti a mentire, sia pur a fin di bene. In origine avrebbe dovuto essere Istinto inverso, ma sarebbe stato un pessimo titolo e allora l’ho modificato.
- C’è una domanda che ti ha guidato mentre scrivevi questo romanzo?
La domanda è: cosa siamo disposti a fare per ottenere quello che vogliamo? Tanta gente è disposta a perdere molto di sé, pur di ottenere qualcosa che può essere l’obiettivo o il sogno.
Recensione del libro
Cuore capovolto
di Paola Barbato
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Paola Barbato, autrice di “Cuore capovolto”
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