Il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere azioni concrete per contrastare la violenza di genere, considerata una grave violazione dei diritti umani.
Abbiamo intervistato la scrittrice e storica Marina Migliavacca Marazza, specializzata in tematiche di storia, società e costume, che collabora con diverse riviste tra cui “Io Donna”.
L’intervista a Marina Migliavacca Marazza
- Perché è importante celebrare il 25 novembre?
Il 25 novembre del 1960 le sorelle dominicane Mirabal, soprannominate le mariposas, cioè le farfalle, venivano massacrate a bastonate in una piantagione di canna da zucchero a Salcedo dalla polizia politica di regime del feroce dittatore Trujillo, del quale erano grandi oppositrici. Nel 1999 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha scelto proprio la data del 25 novembre per celebrare la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in ricordo di questo episodio fortemente simbolico.
Le mariposas sono state vittime politiche e la scelta di questo giorno sottolinea in qualche modo come il singolo gesto femminicida nasca sempre da una storia e da un contesto sociale e politico che lo rende possibile. Celebrare la ricorrenza è un modo per stimolare una riflessione profonda che dovrebbe generare comportamenti quotidiani di prevenzione e di reazione e difesa, e non risolversi in gesti di esclusivo impatto spettacolare e mediatico, che ci mettono simpaticamente a posto la coscienza, ma rimangono assolutamente inutili.
- Anno dopo anno le donne uccise sono aumentate, nel 2025 sono state quasi 100 le vittime di femminicidio. Che cosa sta accadendo?
La violenza contro le donne viene da lontano, affonda le sue radici nella lunga storia della disparità tra individui di sesso maschile e individui di sesso femminile. Oggi è il modo in cui alcuni maschi cercano di conservare o ripristinare questa storica diseguaglianza. La violenza contro le donne è antica quanto il mondo e se oggi ci sembra aumentata, o peggiorata, è anche perché è cambiato il nostro modo di sentire, e nelle società contemporanee di crisi e squilibri economici, fanatismi religiosi, degrado sociale, associati in stridente contrasto a digitalizzazione e globalizzazione, gli episodi brutali che vedono soccombere le donne gridano più forte alla nostra coscienza, non più supportate, almeno alle nostre latitudini, da leggi civili e religiose, che questa violenza l’hanno permessa e legittimata per secoli e secoli.
La violenza di genere è un mostro inossidabile. È assolutamente trasversale, attraversa epoche, culture e paesi, non è prerogativa di singole classi sociali, anche se l’ignoranza la favorisce, e assume forme diversissime. Il nostro pensiero si è evoluto: basti pensare alla concezione di stupro, che solo alla fine degli anni Novanta è diventato reato contro la persona e non contro la morale. Per secoli sono state le vittime a vergognarsi, a ritenersi “segnate” da uno stigma sociale, e il crimine si riteneva compiuto contro l’ordine sociale, la famiglia, il buon costume, non contro la donna che aveva effettivamente subito la violenza. Fino a poco tempo fa lo ius corrigendi del pater familias rendeva legittima la violenza operata su moglie e figli, sanzionandola solo (e non sempre) quando diventava omicida, fatto salvo il delitto d’onore.
Sono abbastanza vecchia da ricordare come, quand’ero piccola, i buoni padri confessori raccomandassero alle mogli di aver pazienza e di assecondare i loro mariti, perché il vincolo del matrimonio è sacro e in tutte le religioni si adombra la sottomissione femminile, specchio della società dell’epoca che ha generato i vari testi ritenuti sacri. Uno schiaffo, uno spintone, che cosa vuoi che sia. Ricordo molto bene una signora, amica e coetanea di mia nonna, che minimizzava i lividi che spesso aveva sul volto e sulle braccia: “Il mio Prospero dipinge di azzurro le corriere, deve bere qualcosa di forte per contrastare gli effetti della vernice che respira tutto il giorno e dopo non sa più bene quel che si fa, ma mi vuole tanto bene”. Povera Pina, sempre con un occhio blu. Forse è stata una fortuna che la vernice respirata, e di certo l’alcol non serviva a neutralizzare, si sia portata via il suo Prospero prima che esagerasse e che un pugno di troppo le fosse fatale. Questa era la mentalità, legittimante di comportamenti inaccettabili, cinquanta o sessanta anni fa. Questo è ancora spesso il comportamento delle donne abusate, che giustificano dei comportamenti dei loro partner che niente può giustificare, e che sono pericolosissimi e soggetti a degenerare, come una malattia progressiva, un cancro che di giorno in giorno peggiora.
- Secondo lei, per quale motivo gli uomini non accettano di essere lasciati?
Dentro la violenza di genere credo ci sia molto di più della non accettazione dell’abbandono, legata alla fragilità di reggere i fallimenti che è tipica della nostra epoca. C’è la determinazione a conservare i modelli sociali, che si appoggiano a una società che ha storiche divisioni di ruoli, ha a che fare con la libertà sessuale, la divisione dei compiti, le gerarchie all’interno della famiglia, l’autonomia delle donne, l’indipendenza economica: ecco, quella indipendenza che è la chiave e che in molti casi ha fatto la differenza tra vivere e morire. Se dipendi da chi ti abusa non te ne libererai.
- Come prevenire la violenza di genere?
So di dire una cosa molto scomoda, ma temo che moltissimo dipenda dalle donne. Agli uomini violenti non importano le fiaccolate, le scarpette rosse e la spettacolarizzazione dei fatti cruenti di cronaca. Non leggono saggi sull’argomento, non partecipano a dibattiti televisivi, dove altri uomini, per fortuna diversi da loro, hanno ben chiaro il problema. Nell’attesa che una diversa cultura superi millenni di abitudine consolidata (e legittimata da religione e da stato a considerare la donna una proprietà o in ogni caso una persona inferiore a te), nell’attesa che le nuove leggi vengano davvero capite e introiettate e magari applicate (per esempio con braccialetti elettronici funzionanti!), nell’attesa che venga quel giorno in cui a nessuno verrà in mente di ammazzarti perché ti sei innamorata di un altro o perché non ti senti più a tuo agio al suo fianco o perché la pasta era scotta o perché stai camminando da sola in strada buia, non basta certo una nuova normativa a cambiare comportamenti millenari: le donne devono fare da sole.
Visto che la stragrande maggioranza dei femminicidi avviene nell’ambito del rapporto di coppia, devono capire con chi hanno a che fare, da subito. Devono usare la testa e non solo il cuore. Devono cogliere i segnali, immediatamente. Devono considerare indispensabile e assolutamente irrinunciabile la loro indipendenza economica. Devono capire che i rapporti evolvono e cambiano, e la persona che oggi ti adora potrebbe un domani adorarti di meno e quindi gli equilibri nella vita di coppia potrebbero cambiare radicalmente. Niente è per sempre. Non devono accettare i famosi tragici appuntamenti dell’ex per un ultimo chiarimento in posti sperduti, perché lui poverino soffre tanto. Non devono lasciare che il loro cervello, spesso più smart di quello del compagno, venga obnubilato da quel marasma di sentimento, senso di colpa, fiducia malriposta, speranza nel potere salvifico dell’amore e illusione di poter cambiare la testa alle persone che ha portato molte vittime a mettersi nelle mani dei loro assassini.
L’unica prevenzione possibile è delle donne per le donne. Bisogna imparare a tenere a bada in tutti i modi le persone pericolose. Anche applicando la legittima difesa in tutte le sue forme. Bisogna evitare di esporsi inutilmente a situazioni rischiose e per favore non mi si venga a dire che così si limita la libertà delle persone. Se sai che in una foresta ci sono dei lupi non ci mandi cappuccetto rosso. Le donne devono essere furbe, sveglie, attente, sapersi tutelare, non fidarsi, usare il loro grande intuito nel modo giusto.
- Il femminicidio non è un fenomeno recente ma una ferita antica, stratificata nel tempo, sedimentata nella cultura, nella psiche collettiva e nelle strutture sociali. Possiamo parlare di archeologia della violenza?
La storia di genere è relativamente recente, ma gli storici hanno cercato di ricostruire in qualche modo questa archeologia della violenza. Lo ius corrigendi si lega alla giurisdizione domestica, alla necessità di garantire al pater familias la sua autorità. Lui può esercitare questa coercizione, battendo, frustando, rinchiudendo, affamando, castigando, per educare la moglie, per indurla a comportamenti che ritiene adeguati. Se di questo strumento si abusa provocando danni gravi o la morte, fin dal Medioevo era possibile ricorrere alle istituzioni secolari o ecclesiastiche (che legittimavano questo status) per denunciare l’eccesso. Nella maggior parte dei casi il giudice cercava di riportare la pace e di conservare il vincolo coniugale, ammonendo il marito. Qualche volta la donna veniva allontanata, inserita in qualche struttura conventuale o da parenti. In casi rarissimi di omicidio il colpevole veniva condannato.
È facile capire che questo tipo di “giustizia” è molto poco oggettivo. Già stabilire quale sia il limite tra la “forza” e la degenerazione in “violenza” dello ius corrigendi è difficilissimo: quando scatta l’abuso, dopo quante frustate, con quale veemenza inferte e con quale frequenza? Si configura solo quando si riscontrano danni permanenti? In età medievale e moderna il fatto che la donna avesse un ruolo subalterno era accettato e la somministrazione di punizioni corporali era considerato normale ovunque, a scuola, sul lavoro, nell’esercito, in marina, come punizione per piccoli reati. L’arbitrio del giudice è altissimo e negli incartamenti molte cause che vengono istruite non vedono sentenza, forse perché si arriva prima a un accordo o forse perché la vittima ritira la denuncia. Senza contare che denunciando la donna si sarebbe potuta trovare in una situazione ancora peggiore, finire in un convento o dover tornarsene a casa con un marito pieno di rancore. E il marito non negava, di solito, ma spiegava la ragionevolezza del suo operato su base emozionale, e questo è molto interessante: il “macho” del passato si dichiarava sconvolto da comportamenti della moglie, che gli aveva provocato vergogna e sofferenza, e quindi per questo aveva reagito con violenza. È il meccanismo che sta alla base del delitto d’onore, che ci siamo portati dietro fin quasi ai giorni nostri. Uomini duri ma anche molto molto sensibili, poverini, e questa pretesa sensibilità diventa un’attenuante giuridica riconosciuta da altri sensibilissimi giudici maschi…
- Cosa ne pensa della recente bagarre alla Camera sull’educazione sessuale?
L’educazione sessuale nasce storicamente per motivi igienici e poi evolve nel tempo a educazione sentimentale e affettiva. In quasi tutti i paesi d’Europa, fin dalle prime classi, è materia obbligatoria. Quella italiana è una bagarre che dimostra come l’applicazione di questo insegnamento rifletta i cambiamenti sociali e culturali di una società, nelle sue evoluzioni e nelle sue involuzioni. La diatriba se di sesso debba parlare ai figli la scuola o la famiglia è anacronistica, da commedia all’italiana. Quello che si può dire senza tema di smentite è che l’approccio raccomandato da organizzazioni come l’OMS e l’UNESCO è orientato a un’educazione sessuale completa, quella che viene chiamata Comprehensive Sexuality Education, che ovviamente dovrebbe coprire non solo gli aspetti biologici, ma anche le relazioni affettive, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e tutte le sfumature del rapporto. Certo è che qualsivoglia materia andrebbe insegnata da docenti qualificati e preparati, e qui si apre un altro sofferto capitolo.
- Tra le tante figure femminili da lei ritratte, qual è stata quella che più l’ha colpita?
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Le donne sono state vittime di violenza in tutti i ruoli, non solo come mogli o compagne, ma come figlie, sorelle, madri. Costrette a sposarsi o costrette a monacarsi da padri o fratelli, picchiate e abusate in famiglia, se in condizione servile costrette a tollerare le attenzioni sessuali dei padroni, se vedove soggette a pressioni da parte di figli e parenti vari, spesso per motivazioni economiche legate all’accaparramento dei beni. Nei miei libri si raccontano molte di queste casistiche, dalla madre di Leonardo di Vinci sedotta dal padrone e costretta a un matrimonio riparatore (L’ombra di Caterina) a Caterina da Broni violentata fanciulla dal suo feudatario e poi costretta alla prostituzione dal marito lenone (Io sono la strega) alla Monaca di Monza costretta al velo (Il segreto della Monaca di Monza) alle carcerate di cui Giulia di Barolo si prende cura, la storia di ciascuna delle quali è romanzo nel romanzo (Sangue delle Langhe). Ci sono poi violenze più sfumate e non considerate tali, in quanto le donne non se ne sentivano affatto vittime, come il caso di Enrichetta Blondel Manzoni, che muore a poco più di quarant’anni dopo quindici gravidanze imposte a un fisico già malato di tisi (Le due mogli di Manzoni). Mi è difficile dire quale mi abbia più colpita, leggendo le carte è ogni volta una stretta al cuore.
E nello stesso tempo, raccontando queste vicende, si accende la speranza dello scrittore di indurre a una riflessione che trasformi la consapevolezza in volontà di cambiamento seria e determinata.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’intervista a Marina Migliavacca Marazza sulla Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne
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Mi soffermo solo sulla cosiddetta educazione sessuale perchè sul resto ci sarebbe troppo da dire e comunque non condivido alcuni aspetti della sua analisi. Mi chiedo che cosa voglia dire educazione sessuale e anche perchè dovrebbe essere solo la scuola a farla caricandola di tutto. Forse ci sono anche le famiglie o sbaglio? Se per ed sessuale s’ intende insegnare la fisiologia e l’ anatomia,va bene, ci sono i docenti di scienze ma per il resto? Penso che si dovrebbe tornare alla realtà e cioè che educare all’ affettività, all’ emotività e quant’ altro sia solo retorica dato che riguardano la sfera intima, personale. Cosa vuol dire insegnare ad essere emotivi, o affettivi? Uno è in un modo, un altro è diverso, ognuno le vive per com’è. Sono le famiglie, poi, in primis ad educare al rispetto, questo sì, con il comportamento, non a chiacchiere.