Claudia Graziani è nata a Firenze, dove attualmente abita e insegna alla scuola primaria. È appassionata di musica corale, di culture lontane e di molto altro, ma la lettura e la scrittura per lei sono una fonte primaria di ispirazione, comunicazione e osservazione all’interno della sua didattica e della sua azione educativa.
Dopo aver pubblicato Ruga dopo ruga e Nella tana della volpe con Porto Seguro, e Dorme Nera nel Buio (menzione speciale 7° classificato al premio letterario internazionale Città di Latina) nella preziosa collana Narrazioni Clandestine, il 15 giugno è uscito con la casa editrice Santelli un libro dal titolo La corsa delle gocce.
Con questa storia l’autrice ha trasformato in un romanzo le proprie osservazioni, la propria esperienza umana e la sua formazione professionale sul tema dei bambini adottati. La storia di Carole e Céline, gemelle identiche nate in Russia e adottate in Francia in tenera età, vuole dare voce a tutti quei bambini che, pur crescendo in una famiglia amorevole e accogliente, non sanno comunicare il loro sentire fatto sì di gioia, ma anche di tante paure e difficoltà.
L’intervista a Claudia Graziani
- Come è nata questa nuova vicenda?
Per rispondere cito le dediche che ho scritto nella prima pagina del libro:
A Marco,
il mio quasi fratello gemello.
A Valter e Alessandra Brugiolo,
i migliori genitori adottivi
che abbia mai incontrato.
Ai bambini adottati che ho avuto a scuola,
che mi hanno aperto il loro cuore.
Al prof. Gianfranco Bandini,
che mi ha permesso di aprire una finestrella
sul loro mondo ricco e misterioso.
Ai miei cugini Ludovica e Massimo,
che conoscono bene il loro ruolo.
Le occasioni che ho avuto nella mia carriera e nella mia vita privata di conoscere l’universo interiore dei bambini adottati e dei loro genitori adottivi sono state molteplici, tutte ricche e appassionanti. Ho avuto anche modo di rendermi conto che su questo argomento molte persone non hanno le idee chiare: io stessa, come docente, ho dovuto approfondire e ampliare le mie competenze, per essere all’altezza di accogliere certi alunni, di cui inizialmente non coglievo sfumature importanti e per i quali ho avuto bisogno di imparare nuove strategie. Ne è valsa la pena, perché ho potuto instaurare rapporti umani intensi e duraturi. Per questo ho sentito il bisogno di far sentire la voce di chi non sa raccontarsi, ma che ha molto bisogno di essere capito.
- Carole e Céline sono il ritratto di due bambine della sua classe?
Ovviamente no, sono personaggi di fantasia, ma hanno alcune caratteristiche che ho riscontrato in diversi bambini adottati che ho avuto a scuola o che ho conosciuto altrove. Il mio mestiere è una fonte di ispirazione fortissima, perché mi offre un ampio panorama di esperienze umane da raccontare in maniera credibile; e sono convinta che sia l’unico modo di far arrivare al pubblico delle emozioni che diversamente sarebbero difficili da esprimere.
- Perché ha ambientato la storia sulle Alpi francesi?
Sono luoghi bellissimi che conosco abbastanza bene. Volevo creare un ambiente sereno, pieno di natura e di paesaggi mozzafiato, per dare alle piccole protagoniste un’accoglienza invidiabile e poter mostrare così il contrasto tra la loro vita quotidiana e la loro difficoltà a gestire la ferita interiore che tutti i bimbi adottati si portano dentro.
- Ritiene dunque che l’esperienza di accogliere un bambino che ha perso la sua famiglia sia molto difficile?
No, non è questo il messaggio che voglio far arrivare, tutt’altro. In fondo in qualsiasi famiglia ci sono difficoltà e tutti i figli, specialmente da adolescenti, mettono alla prova i loro genitori. Sono convinta però che sia necessario, al momento di questa scelta, essere coscienti che si accoglie un bambino che ha bisogno di conoscere e di vedere riconosciuto il proprio dolore, per poter imparare a gestirlo. In tal modo l’esperienza diventa profonda e gratificante.
Nella mia storia, Carole e Céline affrontano un percorso a ostacoli, perché vivono comunque chiuse a riccio; il fatto di essere due e di essere uguali le chiude ancora di più tra loro e non le aiuta ad aprirsi al mondo esterno. Riusciranno a trovare, ognuna a modo suo, il loro equilibrio solo quando capiranno che i genitori che le hanno accolte sono pronti ad aiutarle a “portare la loro croce”, e che solo lasciandosi amare davvero potranno superare i loro conflitti interiori.
- Come mai ha scelto questo titolo? Si parla di una competizione?
Il titolo che io avevo scelto in realtà era Gocce d’acqua sullo specchio. Le due gemelle, uguali come due gocce d’acqua e per questo abituate a destare la curiosità di tutti, in realtà sanno di non essere perfettamente identiche e di avere una loro individualità, malgrado tendano a chiudersi e a fondersi in una persona sola. Del resto nemmeno le gocce d’acqua sono davvero identiche: ciascuna ha la sua forma, anche se differiscono di poco tra loro, e via via che scorrono su un vetro si inglobano l’una nell’altra. Carole, che parla in prima persona, racconta che, guardandosi allo specchio, credeva di vedere la sorella e che preferiva specchiarsi in Céline piuttosto che su una fredda lastra di vetro. L’editore però mi ha suggerito un titolo più dinamico, che richiamasse proprio questa metafora delle gocce che scorrono.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Claudia Graziani, in libreria con “La corsa delle gocce”
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