Abbiamo avuto il piacere di intervistare la scrittrice Angie Kim, autrice del thriller psicologico Io sono qui, edito nel catalogo di Heloola Editore (2025, trad. di Arianna Mandorino). Angie Kim, classe 1969, è nata a Seoul e vive in Virginia, USA.
L’intervista ad Angie Kim
- Raccontaci come ti sei documentata sulla Sindrome di Angelman, la rara patologia di cui è affetto Eugene.
Per documentarmi ho svolto numerose ricerche online, utilizzando database medici e le risorse disponibili presso la Angelman Syndrome Foundation, e poi ho parlato con esperti di ospedali e centri di ricerca medica negli Stati Uniti e in Canada. Infine - e soprattutto - ho fatto telefonate, riunioni su Zoom e visite domiciliari di persona a diverse famiglie di bambini con sindrome di Angelman. Alcune di esse sono state poi così disponibili da leggere una prima bozza del mio libro per fornirmi commenti.
- So che sei madre: ti sei ispirata ai tuoi figli per definire il carattere di Mia, la protagonista del tuo thriller? Vuoi descriverci il rapporto esistente tra i 3 fratelli - Mia, John e Eugene? Parlaci anche della loro “connessione collettiva”, una specie di “rete neurale familiare mistica”.
Sono madre di tre figli che avevano più o meno la stessa età di Mia, John ed Eugene quando stavo lavorando al mio romanzo. Ho sicuramente tenuto conto di molte delle mie osservazioni sulle loro dinamiche tra fratelli nello scrivere la storia.
Sono figlia unica e sono sempre stata affascinata dai rapporti stretti tra fratelli, soprattutto tra gemelli. Ho dei cugini gemelli e avrei tanto voluto anch’io averne uno da bambina. Credo che i fratelli abbiano tutti le stesse dinamiche sarcastiche dei miei figli: si prendono in giro e scherzano molto, e hanno un rapporto di amore-odio. Ma al di là di tutti gli scherzi e le prese in giro, c’è un amore profondo e la sensazione che farebbero qualsiasi cosa l’uno per l’altro.
Non so se i miei figli abbiano il legame “mistico” che Mia, John e Eugene sperimentano tra loro, ma l’ho sicuramente riscontrato in altri fratelli, soprattutto nelle relazioni tra gemelli e anche nelle famiglie di persone che non parlano la stessa lingua delle persone che abitano in quel Paese.
- A mio avviso la grande forza della famiglia protagonista del tuo thriller è l’unione: quali sono le caratteristiche di questa famiglia, che nel romanzo definisci spesso “atipica”?
Penso che questa famiglia sia “atipica” sotto molti aspetti, a causa del suo mix razziale (Mia si presenta come asiatica, John come bianco e Eugene è un mix fra i due), e con tutti e tre i figli che hanno un differente funzionamento neurologico, al di là delle patologie. Eugene è quello che richiede più supporto, quindi ovviamente riceve molta più attenzione dai genitori rispetto a Mia e John, il che causa tensione e gelosia. Mia racconta di come sia lei che John avessero problemi di attenzione e di socializzazione da piccoli - Mia lo esprime chiaramente nel libro. Ma, in definitiva, penso che tutto questo li unisca in un modo insolito.
Come dice Mia, chi altro si lava ancora i denti tutti insieme con il resto della famiglia e fa colazione in famiglia con gli altri ogni giorno, all’età di 20 anni?
- Nel tuo romanzo ci sono molte riflessioni di genere filosofico e citi più volte il linguista del MIT Chomsky: vuoi raccontarci qual è il suo insegnamento principale e la teoria a cui fai riferimento nel romanzo?
Ho studiato Filosofia all’Università di Stanford e considero Avram Noam Chomsky una delle figure più influenti della Linguistica moderna.
La teoria a cui mi riferisco è il nativismo; Chomsky ritiene che gli esseri umani nascano con una capacità innata di apprendere il linguaggio, e che persino i bambini abbiano un senso naturale delle regole grammaticali che costituiscono il fondamento di tutte le lingue umane. Questo è un aspetto che affascina Hannah, la madre di Mia, poiché ha un dottorato di ricerca in Linguistica e vuole credere che Eugene sia capace di parlare, anche se non parla.
- “Tragedie ed emergenze distorcono la percezione del tempo”: parliamo del valore del tempo a partire da questa citazione tratta dalle pagine del tuo libro.
Credo che Mia, che ha un approccio filosofico alla situazione, riconosca che la percezione del tempo dipende dalla situazione. In momenti di emergenza e di intensa emozione, credo che la maggior parte di noi abbia sperimentato quella sensazione di rallentamento drastico del tempo, come quando la vita ti passa davanti agli occhi, tutta in un momento, dopo un incidente d’auto. O quando sei in preda al panico e all’ansia, e tutto – il battito cardiaco, il respiro, le parole e persino il tempo stesso – sembra accelerare.
- “Post hoc, ergo propter hoc – cioè dato che y accade dopo x, allora si ritiene che x abbia causato y” – cito qui un brano dal tuo thriller. Sulla base di questa citazione latina / correlazione xy, parliamo di colpa e responsabilità.
Questa citazione riguarda una “fallacia logica”, cioè qualcosa che non è necessariamente vero: solo perché y è accaduto dopo x, non significa che x abbia causato y. In questo senso, mi chiedo se gran parte dei conflitti tra gli esseri umani nascano dal fatto che diamo la colpa agli altri (forse erroneamente) per cose accadute, senza considerare tutte le possibili cause di qualcosa di negativo che ci sta ora accadendo.
- “Mettere in dubbio e demolire la convinzione profondamente radicata nella nostra società che la capacità di parlare coincida con l’intelligenza”: questo è il senso profondo del tuo romanzo. Quali sono state le tue motivazioni a scrivere questo libro?
Tutto è iniziato con l’esperienza più formativa della mia vita: l’immigrazione negli Stati Uniti a undici anni, da Seoul. Non parlavo inglese e sono passata dal sentirmi una ragazza intelligente, loquace e felice in Corea all’essere vittima di bullismo, sentendomi stupida e in imbarazzo. È stata la prima volta che ho capito: c’è un presupposto radicato secondo cui - credo la maggior parte di noi, me compresa - associamo la fluidità verbale, soprattutto quella orale, all’intelligenza. Quell’esperienza ha avuto un impatto enorme su di me.
E poi, circa dieci anni fa, ho incontrato un gruppo di adolescenti autistici non parlanti, liquidati per tutta la vita come "non verbali" (ovvero, incapaci di comprendere le parole), ma che hanno imparato a comunicare indicando le lettere una per una e sillabando così i loro pensieri. Ho iniziato a insegnare Scrittura Creativa a un gruppo di loro e quell’esperienza mi ha fatto capire chiaramente di cosa sono capaci. Volevo scrivere qualcosa per dire al mondo che solo perché non sai parlare non significa che non sai pensare o capire.
Recensione del libro
Io sono qui
di Angie Kim
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista ad Angie Kim, autrice di “Io sono qui”
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