Il 5 novembre 2025, la luna è alta nel cielo di Milano. Il primo freddo si fa sentire sulla pelle.
Una donna di cinquantacinque anni la guarda, quasi a prendere forza. Poi rientra, e sale sul palco.
"Ho visto la luna, rotonda e bellissima", dice con un filo di voce. E inizia a leggere.
Quella donna è Han Kang, per la prima volta in Italia dopo il Premio Nobel per la Letteratura (2024).
Nel vederla si ha l’impressione di conoscerla da sempre – come si conosce qualcuno che è già entrato nei nostri silenzi più profondi.
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Legge dal suo ultimo libro pubblicato in Italia da Adelphi Il libro bianco. Un libro non definibile, senza trama né rima, ma con un unico respiro: quello di una donna che attraverso la propria anima racconta la storia di una bambina – sua sorella – vissuta solo due ore, e in parallelo quella di Varsavia, città ricostruita sulle proprie macerie.
A unire queste due storie, un colore che non è colore: il bianco, che attraversa la morte per tornare alla vita.
"Scrivere è stato un modo per prestare il mio corpo a mia sorella."
In queste pagine, tra le più autobiografiche tra quelle da lei scritte, Han Kang intreccia la propria voce con quella di sua madre ventiduenne che, sola in una casa di campagna, cuce un minuscolo camicino di stoffa bianca, sterilizza le forbici, si piega sul pavimento, per partorire da sola. A quella della bambina, sua sorella, che apre gli occhi neri, poi si spegne. Da quella ferita nasce la lingua del bianco, che in coreano non è una sola parola, ma due:
"In coreano esistono due parole per il bianco. Hayan è il candore assoluto; Hin contiene insieme luce e buio, vita e morte."
Il bianco diventa il colore dell’intervallo, dell’unione: tra il visibile e l’invisibile, tra la sorella e chi resta. Ma anche con la città di Varsavia. Vista dall’alto, dopo la guerra, Tutta bianca, non di neve, ma è cenere.
"Questa città è risorta dalla guerra. Ho capito che la sua ricreazione somigliava al processo con cui riportavo in vita mia sorella. Avrei dato la vita, per riportarla in vita."
Camminando per le strade di quella città straniera, Han Kang vede la linea che unisce i muri antichi alle pietre nuove, la cicatrice della rinascita. In quel punto di contatto – dove la distruzione si ricuce alla speranza – decide di scrivere per "prestare il corpo" alla sorella, di darle ancora voce, ancora respiro.
Un respiro che è preghiera, perchè
"La preghiera è un’azione soprannaturale che gli uomini possono fare. Ci mettiamo tutto il nostro cuore: è un gesto che l’umanità condivide."
Le immagini lette ad alta voce sono, infatti, fragili come fili d’aria: una tenda di merletto che muove la luce, un fazzoletto che cade lento come uno spirito esitante, una farfalla bianca che la costringe a cambiare direzione.
"Quando la pelle nuda sfiora le lenzuola bianche, sembra che il cotone dica: ’Tu sei preziosa. Il tuo sonno è immacolato. Essere vivi non è una vergogna.”
Ascoltarla è come essere sospesi tra veglia e sogno, dove la parola diventa tatto.
Han Kang racconta di lettori che, dopo l’uscita del libro, le hanno scritto lettere piene di dolore e gratitudine. "A volte ci abbracciamo, e piangiamo insieme", dice.
Poi, quasi come una confessione, aggiunge che questo prestare il corpo non è iniziato con Il libro bianco. È il modo stesso in cui scrive, da sempre.
In La vegetariana aveva dato voce al corpo come atto di resistenza. In Atti umani aveva allargato lo sguardo alla tragedia di Gwangju prestando il suo corpo, le sue sensazioni, le sue emozioni, i suoi respiri ai morti. Ogni suo libro, dice,
“è un atto di reincarnazione, il corpo come spazio di memoria, la lingua come terra nuova. La letteratura immagina ciò che è nascosto sotto la superficie e gli dà lingua. È un modo per incontrare l’anima degli altri. Senza libri, non sopravvivo."
E prosegue
"ogni libro trova da sé la sua forma, e che nessuno può somigliare all’altro: Ogni volta cerco la struttura giusta per quell’opera. Dopo Il libro bianco desidero forme diverse, magari in rima segreta con questa."
Nel mondo della realtà aumentata e delle intelligenze artificiali, non serve alcun visore per attraversare un’anima: basta un romanzo, una voce che si apre.
"Non abbiamo bisogno di occhiali speciali. Aprendo un libro, possiamo incontrare gli spiriti degli altri."
Han Kang non offre risposte: custodisce soglie. Tra luce e oscurità, vita e morte, corpo e assenza. La sua letteratura è un gesto di cura – una forma di preghiera laica che illumina, come la luna bianca nel cielo nella sua prima notte italiana.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Il libro bianco”: il libro più intimo del Premio Nobel Han Kang presentato a Milano
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