Giacinta di Luigi Capuana: un omaggio al metodo naturalistico dell’Ottocento o un caso di psicopatologia femminile? Nel variegato e affascinante panorama letterario di fine secolo, sono molti i profili di donne narrati tra drammi nervosi e sentimenti distruttivi. In questo complesso contesto, lo stesso autore Capuana, animato da una palese ammirazione per la sua eroina naturalista, descrive la protagonista in modo da confermare e, al contempo, sovvertire implicitamente questo noto archetipo.
La Giacinta cova fin dalle primissime pagine il profondo trauma infantile che colpisce, non così raramente, le donne — o meglio, le bambine: la violenza sessuale. Capuana ci guida nel frammentario e doloroso viaggio interiore di distruzione psicologica e fisica della protagonista senza lasciare nulla al caso. Ogni sua scelta di vita appare profondamente e inesorabilmente condizionata: i drammi intimi con se stessa, la lacerante conflittualità con una figura materna anaffettiva e in costante cerca di affermazione sociale, l’obbligo di contrarre un matrimonio di facciata palesemente indesiderato e l’amore ossessivo, quasi punitivo, per l’amante Andrea sono tutti snodi esistenziali inevitabilmente riconducibili a quell’atrocità segreta iniziale. In lei prende così corpo un pervasivo e ossessivo sentimento della morte, tra desideri febbrili, orgoglio femminile, rabbia e silenzi punitivi, che finisce per intridere ogni singola parola, gesto e decisione della sua vita.
La protagonista e il suo cieco risentimento verso l’intero genere maschile schiacciano sotto il proprio peso tutte le altre figure della vicenda, le quali appaiono deliberatamente piatte, deboli e del tutto incapaci di comprenderne l’abisso emotivo. Lei, al contrario, analizzata con impersonalità scientifica attraverso lo sguardo clinico del Dottor Follini, sembra accumulare progressivamente tutti i sintomi di una profonda patologia morale. Quest’ultima viene tuttavia liquidata superficialmente dalla società borghese dell’epoca sotto la comoda e generica etichetta di "isteria", una diagnosi cieca e riduttiva che finirà per avvolgere ogni singolo aspetto del suo animo e del suo corpo, conducendola inesorabilmente verso la sua tragica fine.
L’atto estremo del suicidio non rappresenta soltanto la resa finale di una mente irrimediabilmente malata, ma si configura come l’ultimo e disperato tentativo di riappropriarsi del controllo sulla propria vita e sul proprio destino, almeno negli ultimi secondi della sua esistenza. Attraverso questa complessa e tormentata parabola umana, Capuana oscilla costantemente tra il rigore scientifico del documento umano di stampo zoliano e l’esplorazione profonda di una psiche oscura, la quale sfugge inevitabilmente alle semplici e rigide leggi del determinismo sociale e biologico dell’epoca.
Ci si chiede, quindi: Giacinta è soltanto una vittima inerme, irrimediabilmente sopraffatta dalla disperazione, dal devastante senso di colpa e dal crudele isolamento a cui la condanna l’ipocrisia borghese, oppure è una protagonista pienamente consapevole del proprio agire, capace di trasformare il proprio atroce dolore in un lucido e terribile strumento di autodistruzione e di rivalsa contro l’intero mondo che la circonda?
- Autore: Luigi Capuana
- Genere: Classici
- Categoria: Narrativa Italiana
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