Ghedo. Non ho fretta ma vado veloce
- Autore: Kristian Ghedina e Lorenzo Fabiano
- Genere: Sport
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Tredici vittorie, la prima nella sua Cortina d’Ampezzo, undici secondi posti, nove terzi, tre medaglie mondiali, in una carriera ai massimi livelli nello sci alpino dal 1990 al 2006. Kristian Ghedina non riesce mai a stare fermo, deve avere sempre qualcosa da fare, vuole arrivare davanti, primeggiare. Ghedo. Non ho fretta ma vado veloce, “la mia vita raccontata a Lorenzo Fabiano”, non è un libro autocelebrativo, ma propone il profilo vero, privato e pubblico, autobiografico, di un campione vero e di un uomo sincero, leale, cordiale. Per i tipi della casa editrice bolognese Minerva (Argelato, ottobre 2025, 272 pagine), è un bel volume, di formato inusuale, 22.7x15 cm, diviso in tre parti: neve, asfalto, anima. Si sofferma sulla sua sfida ai più ripidi pendii innevati e ghiacciati, soprattutto in Europa, sulle esperienze come pilota da corsa in Formula 3000 e su cosa dicono di lui papà Angelo, la compagna Patrizia Auer e il coautore Lorenzo Fabiano, giornalista e scrittore corregionale, firma anche del recente docufilm sulla mitica “Valanga azzurra”, per la regia di Giovanni Veronesi.
Un’appendice di pareri di colleghi, avversari, tecnici (“Hanno detto di lui”) e due inserti in coda di grandi fotografie a colori e in bianconero completano il libro, introdotto da Paolo Di Chiesa, telecronista televisivo Rai super competente, già compagno di squadra di Gustavo Thoeni e Piero Gros, negli anni indimenticabili dei campioni di Paolo Cotelli.
La prima introduzione è a firma Veronesi. Il regista pratese non è capitato a caso tra gli scapestrati che si buttano a precipizio fuori dai cancelletti, sfidando la gravità, la velocità, le curve e le reti di protezione, per lasciare a debita distanza tronchi e abetaie. Da ragazzo è stato anche lui un discesista e ha sempre benvisto chi “va dritto e tira una riga”, deciso a “risolvere prima degli altri ciò che va fatto”. Dice di avere tifato per Ghedina (quanto per Tomba) perché incarnava lo spirito più libero del discesista. Come prendere una curva? La risposta era sempre la stessa: a tutta!
Il cineasta con gli sci è il primo a citare un gesto tecnico perfino folle di Kristian, che ricorre in tanti ricordi di sciatori e addetti ai lavori, perché straordinario, in una discesa libera tra le più rischiose al mondo. Sulla Streif di Kitzbuhel, aprì le gambe durante il salto per aria alla fine del muro. Una spaccata, per scommessa, a 130 km all’ora, il 24 gennaio 2004. “Come Nureyey e Carla Fracci”, loro però al sicuro sopra il tavolato di un palcoscenico.
Lo slalomista piemontese De Chiesa - dodici podi, cinquanta volte tra i primi dieci in speciale - si sofferma sulla passione di Ghedo per la neve, che pure lo aveva tradito, portandogli via l’affetto più caro quand’era solo quindicenne. La mamma, Adriana, perse la vita nel 1985 per una scivolata fuoripista, sul monte Cristallo, precipitando per 600 metri. Era stata lei, maestra di sci a Cortina, a mettere sugli sci il piccolo ampezzano (classe 1969), a trasmettergli la passione per la competizione, il gusto della sfida, lo sprezzo del pericolo.
In equilibrio su due sci lunghi due metri e poco più larghi di uno scarpone, Kristian si è gettato giù per le piste montane più difficili e pericolose del pianeta.
Da bimbo voleva diventare un campione, da grande c’è riuscito inseguendo la velocità, l’istinto più forte che sentiva dentro di sé e che nemmeno il papà ha potuto frenare, pur preoccupato per la sua incolumità dopo quel tragico evento.
Tecnicamente, aveva doti innate di grande scivolatore: sul piano, una sensibilità di piedi fuori dal comune e la posizione aerodinamica schiacciata sul terreno gli consentivano di sviluppare velocità; in curva lasciava sfogare lo sci senza quasi frenare, riducendo gli attriti. Non temeva i salti e non si scomponeva in volo. È Kristian stesso ad aprire il racconto di sé, idealmente dalla pista svedese di Are, dove agganciò per l’ultima volta gli sci nel marzo 2006. La chiamano proprio come l’Olimpia delle Tofane, a Cortina, dove strappò il primo successo in Coppa del Mondo, il 3 febbraio 1990. “Davanti alla mia gente e alle mie montagne, indimenticabile”.
Centrò la seconda vittoria sull’altra Olympia, che scende da un panettone in una landa gelata nel cuore della Svezia ad Are, il 15 marzo successivo, davanti a due mostri sacri della velocità come Franz Heinzer e Helmut Höflehner. Era l’ultima gara del grande Pirmin Zurbriggen, che gli predisse la possibilità di diventare il suo erede. “Brividi”. Alle Olimpiadi invece non è mai andato bene. Nemmeno nel 2006, in Italia, a Torino. Le ha sempre sofferte, troppo stress, tanti obblighi, zero libertà. E la Coppa del Mondo? Quella di specialità gli è fuggita per un nulla almeno tre volte.
La gara di Are: ultima discesa nel Circo Bianco, la sua centosessantaseiesima. “Se non sbaglio, sono quello che ne ha fatte di più”. Sulla neve avvertiva la ruggine, ma pensava di restare nel mondo della velocità, al volante di un’auto da corsa, sull’asfalto, nel rombo dei motori, l’altra grande passione.
Le testimonianze riflettono gli aspetti caratteriali. Patrizia, la compagna di vita (gli ha dato due figli, Nathan e Brian), sottolinea la spontaneità, l’allegria, la bontà, a volte fin troppa. Fatica a rispettare le regole ed è leggendaria la sfida costante col serbatoio della benzina. Ha la fissa di arrivare ai limiti estremi. In riserva, non fa rifornimento per vedere se raggiunge il distributore successivo. É rimasto a piedi più di una volta. Gli ex compagni di camera in Nazionale sorridono ancora per la sua precisione assoluta. Era tanto pignolo, da sapere quanti biscotti avesse lasciato nella scatola e guai a prendergli qualcosa e non rimetterla esattamente come l’aveva posata. Il campione lussemburghese Marc Girardelli sottolinea la solare lealtà di Ghedo: era sinceramente contento anche per i successi degli altri e si complimentava sapendosi esprimere in quattro lingue!
Ghedo. Non ho fretta ma vado veloce
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