Figura centrale della narrativa popolare italiana tra Ottocento e Novecento, Emilio Salgari nacque a Verona nel 1862 e crebbe tra la città e la Valpolicella, dove lasciò ricordi indelebili delle sue scorribande giovanili. Figlio di una famiglia borghese, sognò fin da ragazzo di diventare capitano di marina e di esplorare gli oceani: frequentò infatti l’Istituto tecnico e nautico “Paolo Sarpi” di Venezia, ma la sua presenza alle lezioni fu irregolare e non ottenne mai il diploma. Abbandonati gli studi, si dedicò al giornalismo e alla letteratura, pubblicando a puntate sui quotidiani racconti e romanzi d’avventura.
Fra Verona, Genova e Torino, città dove risiedette stabilmente fino alla morte, diede vita a un universo narrativo ricchissimo, popolato da pirati, corsari, tigri della giungla e scenari esotici. Prolifico fino all’eccesso, costretto da contratti pressanti e da difficoltà economiche, Salgari scrisse centinaia di opere, molte delle quali entrarono nell’immaginario collettivo: Sandokan, Il Corsaro Nero, Tremal-Naik sono ormai icone della cultura popolare. La sua vita, però, fu segnata da lutti, debiti, responsabilità familiari e un crescente logoramento emotivo, fino al suicidio nel 1911. Nonostante ciò, la sua influenza sulla letteratura per ragazzi – dall’avventura alla proto-fantascienza – è oggi riconosciuta come fondamentale e la sua popolarità, grazie anche alle trasposizioni televisive delle sue opere, non si è mai esaurita.
Ecco cinque curiosità per riscoprire il “papà della Tigre di Mompracem”.
1. Si dice Sàlgari o Salgàri?
Ma si dice Sàlgari o Salgàri? La discussione sulla pronuncia del cognome dello scrittore lo accompagna fin dal primo Novecento. Tuttavia, una pronuncia corretta esiste e ce la spiega l’Accademia della Crusca. Come ricorda Fiorelli (2013), convivono due forme: la pronuncia sdrucciola Sàlgari, nata dall’abitudine dei giovani lettori che vedevano il cognome stampato sulle copertine dei suoi libri (ma senza conoscerne l’accentazione), e quella piana Salgàri, che rispetta invece l’etimologia del nome.
Un caso emblematico di come i cognomi settentrionali cambino accento fuori dalla loro regione era già stato segnalato dallo studioso Alberto Bongioanni nel 1922, che mostrava come vari cognomi friulani venissero pronunciati in modo improprio quando circolavano altrove. L’osservazione vale anche per Salgari: il suo cognome deriva dal veneto salgàro / saligàro (salice), a sua volta legato al latino salicarium (luogo di salici). Alla luce di ciò, quindi, la pronuncia corretta è Salgàri, con l’accento sulla seconda A.
Eppure, la forma Sàlgari, pur anetimologica, è talmente radicata da essere usata ancora oggi, al punto che il DOP (Dizionario d’ortografia e di pronunzia) registra la sua “innegabile diffusione”. Addirittura, vi è chi, per non scontentare nessuno, dice “Sàlgari o Salgàri”. Il risultato è una convivenza curiosa e resistente: Sàlgari e Salgàri continuano a circolare entrambe, ma dal punto di vista linguistico la forma giusta resta la seconda.
2. Scriveva giorno e notte: la letteratura come mestiere (e necessità)
Per Emilio Salgari la scrittura non fu soltanto vocazione, ma soprattutto un mestiere totalizzante, scandito da ritmi che oggi definiremmo disumani. A differenza dell’immagine romantica dello scrittore ispirato, Salgari lavorava come un “artigiano dell’immaginazione”, un vero e proprio “operaio della narrativa” costretto a produrre senza tregua per sostenere la famiglia e onorare contratti editoriali spesso soffocanti. Doveva consegnare diversi romanzi all’anno – almeno tre, talvolta anche quattro o cinque – oltre a racconti, articoli, riedizioni e versioni “corrette” di vecchie storie.
La sua giornata era una marcia forzata: almeno tre pagine al giorno, ogni giorno, anche quando non aveva tempo di rileggerle. Correggere era un lusso che non poteva permettersi, perché gli editori spingevano, i debiti aumentavano e i lettori reclamavano nuove avventure (e infatti non sono poche le incongruenze che si possono rintracciare nei suoi libri). Per sostenersi, Salgari si affidava a due compagni inseparabili: il tabacco e il marsala, consumati in quantità che i biografi non esitano a definire ingenti.
Nel 1909 scriveva così all’amico pittore Gamba:
La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza avere avuto il tempo di rileggere e correggere.
Questa disciplina feroce, insieme a una fantasia instancabile, diede vita a una produzione sterminata: oltre un centinaio di romanzi, migliaia di pagine pubblicate su giornali e riviste, decine di saghe. Ma il prezzo da pagare fu altissimo. Salgari viveva costantemente in bilico tra la popolarità crescente e una condizione economica fragile, che lui stesso definì “una continua semi-miseria”. Il suo talento era celebrato ovunque, eppure il suo lavoro rimaneva sottopagato e invisibile nella sua fatica quotidiana.
3. L’avventuriero che non viaggiò mai
Il paradosso più affascinante di Emilio Salgari è che l’autore che più di tutti ha fatto viaggiare generazioni di lettori… non viaggiò quasi mai! Se si esclude qualche spostamento nel Nord Italia – Verona, Venezia, Genova, Torino –, la sua vita fu lontanissima dalle rotte esotiche che descriveva con tanto realismo (avvolto nella leggenda è un suo ipotetico viaggio per mare fino a Brindisi, di cui però non si hanno riscontri documentari). Non salpò per la Malesia, non attraversò l’India, non esplorò l’Africa centrale o i Caraibi: eppure i suoi romanzi sono così ricchi di dettagli, costumi, flora, fauna e descrizioni geografiche da sembrare quasi il frutto di un’esperienza diretta.
In realtà Salgari era un esploratore da biblioteca, dotato di un metodo di documentazione sorprendentemente moderno. Consultava atlanti geografici, dizionari etnografici, manuali di botanica e zoologia, enciclopedie popolari, resoconti di esploratori come Burton, Wallace, Stanley o De Brazza, articoli di riviste scientifiche e coloniali. Annotava tutto: climi, correnti marine, tipi di imbarcazioni, usi locali, armi tradizionali, animali pericolosi. Sapeva intrecciare nozioni tecniche e invenzione narrativa con un’abilità tale da rendere plausibili perfino gli episodi più romanzeschi.
La sua capacità immaginativa era alimentata anche da un’intensa empatia geografica: studiando una regione, Salgari non si limitava a raccogliere dati, ma cercava di immaginare gli odori, i suoni, la luce, il ritmo della vita locale. È ciò che ha permesso alla Malesia di Sandokan di diventare un luogo concreto, vivido, quasi fotografico nella memoria dei lettori, pur essendo del tutto immaginato.
La mancanza di viaggi reali, paradossalmente, gli permise una libertà creativa assoluta. Non dovendo rendere conto a un’esperienza personale, poteva piegare la realtà all’avventura, esagerare, fondere fonti diverse, inventare isole o ingrandire luoghi veri. Questo spiega perché le sue “terre esotiche” non sono mai semplici ricostruzioni geografiche, ma veri e propri mondi narrativi, luoghi filtrati dalla fantasia e dall’energia del racconto.
Salgari dimostrò così che la distanza non è un limite: con la sola forza della documentazione e dell’immaginazione, poteva viaggiare molto più lontano di quanto gli fosse concesso nella vita reale. E, portando con sé i lettori, trasformò quelle mete impossibili in destinazioni indimenticabili.
Recensione del libro
Le tigri di Mompracem
di Emilio Salgari
4. Fu uno dei padri della fantascienza italiana
Sebbene universalmente ricordato come maestro dell’avventura, Emilio Salgari fu anche uno dei pionieri della fantascienza italiana, molto più prolifico in questo genere di quanto comunemente si creda. Parallelamente ai cicli di Sandokan e del Corsaro Nero, infatti, Salgari sperimentò con sorprendente continuità temi scientifici, invenzioni futuristiche, viaggi cosmici e mondi perduti, spesso anticipando immaginari che solo decenni dopo sarebbero diventati centrali nella narrativa internazionale.
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Tra le sue prime prove spicca Duemila leghe sotto l’America (1888), romanzo avventuroso ambientato in un immenso mondo sotterraneo nascosto nel sottosuolo americano, evidentemente influenzato dall’opera di Verne. Poco dopo, nel 1893, pubblica Alla conquista della Luna, racconto che immagina la costruzione di una navicella spaziale nelle Canarie: il decollo avviene davvero, e benché il viaggio fallisca, l’idea stessa di un tentativo umano di raggiungere il satellite si colloca nel solco di una lunga tradizione di viaggi lunari che ampio spazio hanno avuto nella storia della fantascienza.
Nel nuovo secolo Salgari intensifica l’interesse per l’immaginario tecnologico. Con I figli dell’aria (1904) racconta la storia di due militari russi condannati a morte che vengono provvidenzialmente salvati dall’intervento di una macchina volante. Queste vicende avranno poi un seguito in Il re dell’aria (1907), che racconta le imprese del polacco Ranzoff a bordo dello Sparviero, una macchina volante capace di attraversare continenti, dalla Siberia all’America, sorvolando il Mediterraneo e passando per Atlantide. Vi sono poi vari racconti brevi in cui compaiono calamari giganti, navi attaccate da creature mostruose, città aeree e prodigi meccanici: un repertorio che non sfigurerebbe accanto agli autori europei e americani della protofantascienza.
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Ma l’opera che più di tutte consacra Salgari come visionario del futuro è Le meraviglie del Duemila (1907). Qui l’espediente del viaggio nel tempo – ottenuto grazie a una pianta che sospende le funzioni vitali per un secolo intero – permette ai protagonisti, addormentatisi nel 1903, di risvegliarsi nel 2003. Il mondo che trovano è una vertigine di invenzioni: navi volanti, città sottomarine, metropolitane rapidissime, tecnologie diffuse che hanno reso la vita più comoda e più veloce. È uno dei primi romanzi italiani a immaginare in modo organico la società del futuro, con una modernità sorprendente.
5. Una vita segnata dalla follia e dal suicidio
Dietro i mondi avventurosi e luminosi dei suoi romanzi, Emilio Salgari visse un’esistenza segnata da sofferenze profonde. La famiglia fu colpita ripetutamente dalla tragedia: il padre si suicidò nel 1889, mentre la moglie Ida, afflitta da malattia mentale, fu ricoverata in manicomio. Il lavoro incessante e i debiti schiacciavano Salgari: i contratti lo obbligavano a scrivere tre libri l’anno, costringendolo a produrre in modo incessante, mentre dirigeva anche un periodico di viaggi. Lo stress lo portava a fumare centinaia di sigarette al giorno e a consumare bicchieri di vino marsala a ripetizione. La sua fatica, più che il sottocompenso, erodeva la salute fisica e nervosa, aggravata dalla lontananza della moglie e dall’indifferenza dei circoli letterari dell’epoca.
La depressione lo accompagnò per anni. Nel 1909 tentò il primo suicidio, gettandosi su una spada, ma fu salvato in extremis dalla figlia Fatima. Gli anni successivi furono segnati da crescente isolamento e amarezza, testimoniata anche dall’ultima intervista a un giornalista, Antonio Casulli, che nel dicembre 1910 trovò l’atmosfera della sua casa “triste e malinconica”. Il 25 aprile 1911 Salgari mise in atto il suo estremo gesto. Lasciò sul tavolo lettere di addio indirizzate ai figli e agli editori. A questi ultimi scrisse parole amare:
A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.
Ai figli Omar, Nadir, Romero e Fatima, invece, lasciò istruzioni e piccoli beni materiali, scrivendo:
Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600 che incasserete dalla signora…
Indicò inoltre dove sarebbe stato possibile trovare il suo cadavere, in un bosco collinare di Torino, sopra la chiesetta della Madonna del Pilone, zona che amava frequentare con la famiglia. Il corpo fu scoperto da una lavandaia, Luigia Quirico: Salgari si era tolto la vita con un rasoio, tagliandosi la gola e il ventre.
I funerali si svolsero al Parco del Valentino, ma passarono inosservati a causa delle celebrazioni per l’Esposizione internazionale del cinquantenario dell’Unità d’Italia. La tomba fu successivamente traslata nel cimitero monumentale di Verona.
Ma le tragedie della sua famiglia non si conclusero con la sua morte: nel 1914 la figlia Fatima morì di tubercolosi, la moglie Ida nel 1922 in manicomio, e nel 1931 il figlio Romero si tolse la vita. Nadir morì a causa di un tragico incidente in moto nel 1936. L’ultimogenito Omar, autore anch’egli di romanzi avventurosi, si suicidò nel 1963. L’ultima tragedia familiare riguardò il pronipote Romero Jr. Salgari (1959-2022), ultimo discendente dello scrittore a portare il suo cognome, che fu noto alle cronache per aver ucciso, nel 1984, una pensionata di 72 anni per futili motivi.
Nonostante una vita segnata da lutti, sacrifici e tragedie familiari, Emilio Salgari continua a vivere attraverso le sue storie. I mondi lontani, le avventure impossibili e le invenzioni straordinarie che popolano i suoi romanzi testimoniano un talento capace di trasformare la fantasia in un viaggio senza confini. Salgari non ha navigato gli oceani, ma ha saputo farli solcare da generazioni di lettori, regalando un’avventura eterna che sopravvive ben oltre la sua esistenza terrena.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Emilio Salgari: cinque curiosità che (forse) non sai sul papà di Sandokan
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