Una disputa tra filosofi dell’antica Grecia, pur a distanza di alcuni secoli, è stata quella tra Dione Crisostomo (40-120 d.C.) e Sinesio (370-415 d.C) sul tema, alquanto singolare, del valore – non solo estetico ma anche morale e intellettuale - di una folta capigliatura o, piuttosto, di una generosa calvizie come ornamento del capo maschile e femminile.
Dione scrisse l’Elogio della Chioma, opera perduta, di cui alcuni brani sono noti grazie proprio all‘Elogio della calvizie di Sinesio di Cirene.
Ambedue filosofi e storici, pur appartenendo a epoche diverse, professavano l’arte di parlare in pubblico – la retorica – al fine di persuadere l’ascoltatore (e l’allievo) con l’abilità del linguaggio e del metodo dialettico su una vastità di questioni di natura spirituale e morale, ma pure su questioni leggere e di intrattenimento. Infatti, i due “elogi” si iscrivono a quel virtuosismo oratorio indicato con la parola paignia, il cui significato è “gioco e divertimento”.
Il simbolismo dei capelli nella storia e in letteratura
In tutte le culture del mondo i capelli sempre hanno avuto un forte valore simbolico – polisemico – e hanno rappresentato non solo gli attributi fisici del benessere e della bellezza maschile e femminile, ma pure forti caratteri identitari, razziali e spirituali. Esiste una vasta letteratura, già presente nella mitologia e nella tradizione greca, sui significati della chioma (lunga, corta, rasata, a riccioli, corvina, bionda, rossa) che attengono al potere, alla forza, alla colpa, al lutto, all’innocenza, a rituali magici, ai riti di passaggio.
Le chiome possono essere arricchite con fermagli, fiori, perline o copricapi, trasformate in treccine, in code di cavallo, in chignon (crocchia) o con lunghe ciocche ricciute sui lati (peyot) come le portano gli ebrei ultra ortodossi. Le chiome possono essere rasate in segno di lutto, di penitenza, di sconfitta, di purificazione e di dono. Le chiome e i lunghi capelli sono simbolo di forza e, citando Sansone, del potere che deriva da Dio. O di rinuncia al mondo da parte del laico, attraverso il rito della tonsura, per l’ingresso allo stato clericale o della chierica monastica a forma di disco come quella dei frati francescani.
Nell’iconografia religiosa Gesù ha lunghi capelli castani, seppure questa sia un’immagine falsa per un giudeo dell’epoca.
Vasta è pure la letteratura psicanalitica sui capelli: ne hanno trattato Freud e Jung, in particolare rispetto ai significati dell’inconscio, della sessualità, dei sogni e degli archetipi.
Poi c’è pure il tema della ribellione e dell’anticonformismo caratterizzato anche dalla lunghezza e dal disordine dei capelli, interpretato nella seconda metà del 1800 dal movimento artistico e letterario della Scapigliatura, il cui nome deriva dal titolo del romanzo di Carlo Righetti (1828-1906) La scapigliatura e il 6 Febbraio (1862). In soldoni, lo scapigliato, il maledetto, l’inquieto non si pettinava, non si curava della propria chioma, avendo simbolicamente gettato via pettine e forbici come provocazione verso i borghesi benpensanti.
Capelli lunghi come simbolo del rifiuto: beat generation e Pasolini
La lunghezza dei capelli diventa un segno del rifiuto e della protesta a partire dalla fine degli anni ’50 del Novecento. Negli Stati Uniti è il tempo dei beatnik e della beat generation, di Jack Kerouac e di Allen Ginsberg. E dei Beatles e dei Rolling Stones in Inghilterra. Le chiome si allungano e in Italia nascono i capelloni. È il tempo della contestazione, ma anche degli stereotipi culturali, della deriva consumistica e paradossalmente borghese che trasforma i precetti della protesta in una moda pret-à-porter, confezionando “abiti mentali” standardizzati. Con pochi soldi e facendosi crescere i capelli una persona si può comprare un’anima ribelle.
Pier Paolo Pasolini fa una schietta e disarmante analisi sulla “moda” dei capelloni, utilizzando i concetti politici di Destra, Sinistra, di sottocultura e di consumismo con un articolo sul “Corriere della Sera” del 7 gennaio 1973, Contro i capelli lunghi, in cui scrive:
I capelloni diventarono abbastanza numerosi — come i primi cristiani: ma continuavano a essere misteriosamente silenziosi; i loro capelli lunghi erano il loro solo e vero linguaggio, e poco importava aggiungervi altro. Il loro parlare coincideva col loro essere. L’ineffabilità era l’ars retorica della loro protesta.
Cosa dicevano, col linguaggio inarticolato consistente nel segno monolitico dei capelli, i capelloni nel ’66-’67? Dicevano questo: «La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. […] Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, «cose» di Destra: quelle della televisione o delle «réclames» dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: ciò, oggi, sarebbe scandaloso per il potere.
L’elogio della chioma di Dione Crisostomo
Con la sua opera, Dione Crisostomo scrive un elogio degli amanti del bello, infatti è la dimensione estetica il valore principale del suo paignia o divertimento da far arrossire i calvi:
[…] gli amanti della chioma […] da puri cultori del bello, tengono in grandissima considerazione la capigliatura e la curano scrupolosamente; tant’è vero che portano sempre un calamo fra i capelli […] Sono infatti convinti che una chioma ben curata li renda belli e affascinanti […] Mi risulta poi che anche Omero considerasse la chioma degna di grandissima cura: nel lodare i belli egli solo di rado menziona gli occhi, non giudicando di dover rappresentare la bellezza attraverso quest’unico particolare.
Omero, secondo Diode Crisostomo, elogia Achille: “Per la fulva chioma afferrò il Pelide”; Ettore: “...E i bruni capelli tutt’intorno venivano trascinati”; il guerriero troiano Euforbo: “La chioma, bella come le Cariti, e i riccioli, ornati d’oro e d’argento”; Odisseo: “Bruni gli divennero i capelli”; di Zeus, Omero, loda la chioma: “Si scompigliò tutta la divina chioma del re”.
L’elogio della calvizie di Sinesio
Sinesio, figura complessa di pensatore, discepolo ad Alessandria della scuola neoplatonica di Ipazia, diventa il vescovo di Tolemaide ancor prima di essere battezzato. Fu autore di inni religiosi e saggi, tra cui un importante trattato sui sogni, De somniis (vedi: Sinesio di Cirene, Tutte le opere, a cura di Francesco Monticini. Bompiani, 2024).
Nell’incipit della sua opera dedicata ai calvi Sinesio scrive:
L’elogio della chioma di Dione è un’opera così efficace che un calvo non può fare a meno di arrossire di fronte alle sue argomentazioni. L’intera dissertazione si fonda su questo principio universale: tutti, per una disposizione naturale, vogliamo essere belli; e nel nostro aspetto gioca un ruolo decisivo la chioma […] Ma a me è toccata la sventura di perdere i capelli, cosa che mi ferì nel più profondo del cuore […] E poi, che ho fatto di male per non dover più piacere alle donne?
Sappiamo che Sinesio soffriva di una incipiente calvizie, anzi il suo cranio era simile ad una boccia, “ad una testa perfettamente sgusciata” ed è per questa ragione che, anche per consolarsi, scrisse l’Elogio della calvizie contro le argomentazioni di Dione, quell’abile demiurgo della parola capace ora di affascinarci, ora di disorientarci. Scrive Sinesio:
Il mio discorso vuol dimostrare che l’uomo calvo deve provare vergogna molto meno di chiunque altro. Perché infatti dovrebbe, se ha la testa glabra ma la mente fitta di pensieri.
Ma Sinesio non scrive Calvitii encomium per consolarsi della perdita dei capelli ma, anzi, lancia una sfida a Dione cercando di dimostrare che la calvizie è segno di saggezza, di integrità morale e di buona salute. Gli irsuti e i possessori di lunghe chiome sono esseri ferini, dunque sono simili agli animali:
Fra gli animali i più sciocchi sono completamente coperti di peli […] il genere umano è tanto più distante dalla natura ferina quanto più è privo di peli. E se è vero, come è vero, che l’uomo è fra tutte le creature la più divina, fra gli uomini che hanno avuto la fortuna di perdere i capelli l’individuo completamente calvo è in assoluto l’essere più divino sulla terra.
Dunque, un’incipiente calvizie non è vergognosa ma è un dono, il segno distintivo della sapienza. Calvo e sapiente fu Socrate:
Socrate, pur così moderato e restio a tributare lodi a se stesso, non poté non vantarsi della sua somiglianza con Sileno. Perché egli aveva un solo obiettivo: fare della sua testa nient’altro che il recipiente dell’intelletto.
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Perdere i capelli è pure segno di maturità e di saggezza. Sileno domanda al lettore:
E che cosa pensi del fatto che il rigoglio della chioma sia proprio dell’infanzia, di quel periodo della vita, cioè, nel quale non siamo ancora autonomi e responsabili? O del fatto che la chioma, diradandosi con l’avanzare degli anni, scompaia nella vecchiaia, l’età che infonde assennatezza e temperanza negli animi? […] Se poi uno ha tutti i capelli in testa anche da vecchio, allora vuol dire che anche un vecchio può essere privo di senno […] senno e chioma non possono aspettarsi a vicenda, ma l’una subentra all’altra, come la luce al buio.
Il calvo, per Sinesio, è vicino alle Divinità e all’Universo:
Una testa perfettamente sgusciata […] considera quella testa come un tempio di Dio. […] i sacerdoti egizi non tollerano neppure le ciglia […] Perciò, se è pio chi si rade a zero con le proprie mani, è tutt’uno con il divino […] Il sole, la luna, gli astri, le stelle fisse e i pianeti hanno tutti la stessa forma […] e cosa c’è di più calvo di una sfera? Che cosa, anzi, di più divino? […] l’intero cosmo si configura come una sfera […] Per noi la calvizie evoca la sfera celeste, e perciò, chiunque lodi il cosmo loderà, in fondo, anche la calvizie.
Sileno opera un’ulteriore distinzione, anche sul piano della moralità e del malaffare delle relazioni affettive, tra gli uomini elogiati da Dione e i calvi:
Alla categoria degli amanti della chioma appartengono certamente gli adulteri. Omero rappresenta il seduttore come un uomo orgoglioso della chioma, sempre perfettamente acconciata per corrompere le donne […] È una genìa, quella degli adulteri che ha rovinato numerose famiglie […] Ma vi è un’altra perversione […] è il vizio di tutti coloro che sfruttano la loro avvenenza a fini di lucro – e se non lo fanno per denaro, lo faranno per il loro perverso piacere. […] Ebbene costoro, gli effeminati, hanno tutti la mania dei capelli. Vi sono di quelli che senza alcun pudore alloggiano nelle case di malaffare.
Le conclusioni dell’Elogio della calvizie
Sinesio conclude il suo breve elogio, ma incisivo sul piano dialettico, rivolgendosi sempre al lettore:
Chi abbiamo lodato noi? Quelli che vivono nei recinti consacrati agli dei, e cioè i sacerdoti, i profeti, i ministri del culto; e quelli che operano nelle nostre scuola, ossia i maestri e i pedagoghi, ma anche gli appartenenti alle forze armate come i strateghi e i tribuni militari.
Per dare maggiore concretezza alle sue argomentazioni, Sinesio offre un’ulteriore suggestione:
Anche i pittori offrono una prova convincente al nostro discorso quando, pur non dipingendo l’originale, non dubitano di avere il modello adatto alle loro esigenze. […] se gli vien chiesto di ritrarre un filosofo o un ministro del culto, dipingono un calvo dall’aria autorevole.
L’Elogio termina con un auspicio, nella speranza che riscuoterà il consenso dei lettori facendo sì che i capelluti
scornati per benino si adeguino a un taglio di capelli più misurato e si congratulino con chi non ha necessità alcuna di ricorrere al barbiere.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Elogio della calvizie”: l’opera di Sinesio di Cirene in risposta all’Elogio della Chioma
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