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Il Laelius seu de amicitia, noto come De Amicitia (Sull’Amicizia), viene scritto da Marco Tullio Cicerone tra l’estate e l’autunno del 44 a.C., data emblematica nella storia romana. Infatti, è da poco avvenuta l’uccisione di Giulio Cesare per mano dei senatori guidati dai congiurati Gaio Cassio, Marco Bruto e Decimo Bruto. L’opera si inserisce in un contesto di profonda crisi e cambiamento della società romana, di cui Cicerone, nonostante si trovi in piena vecchiaia e sia ormai escluso dalla vita pubblica, rimane ancora un grande osservatore. Alla luce degli eventi, l’autore intuisce brillantemente la debolezza della classe politica dirigente, caratterizzata da avidità e corruzione e individua in una nuova concezione dei rapporti sociali e personali, ossia nell’amicizia, la chiave per una possibile rinascita della Repubblica.
Attraverso il suo genere prediletto, ossia il trattato dialogico, Cicerone tenta di delineare ogni sfumatura dell’amicitia, attraverso la propria concezione filosofica, che, come è noto, tende sempre all’eclettismo, che vede intrecciate la filosofia epicurea, stoica e aristotelica, fornendo una visione del tutto nuova per l’epoca.
De Amicitia: struttura e caratteristiche dell’opera
Il De Amicitia, a differenza di molte altre opere scritte dall’autore latino, è composto da un solo libro diviso in 104 paragrafi, di cui il primo soltanto funge come da proemio, in cui Cicerone si riferisce direttamente all’amico Tito Pomponio Attico, a cui è dedicato il trattato e a cui introduce le ragioni che lo hanno spinto a scrivere riguardo al tema dell’amicizia. A partire dal secondo paragrafo, infatti, prende vita il vero e proprio dialogo ciceroniano, che l’autore immagina sia avvenuto nel 129 a.C., tra tre personalità di spicco nella vita politica dell’epoca: Quinto Muzio Scevola, Gaio Fannio Strabone e Gaio Lelio Sapiente. Non a caso si tratta di figure maestre per lo stesso Cicerone, che si rifà direttamente ad un periodo florido per la Repubblica romana, guidata da uomini virtuosi e onesti, a differenza del contesto critico in cui il De Amicitia viene concepito.
La struttura dialogica, che viene evidentemente ripresa dai precedenti autori greci, primo tra tutti Platone, è tipica della poetica di Cicerone, ma in questo caso non si tratta di un dialogo totalmente fittizio. A differenza di altre opere, infatti, l’autore, come espediente letterario, sostiene di basarsi su una fonte autorevole, come esplicita nella dedica: è proprio Muzio Scevola a riferirgli la conversazione avvenuta tra lui, il suocero e il genero Fannio poco dopo la morte del caro amico Publio Cornelio Scipione Emiliano, altra figura molto nota in quel periodo storico ed estremamente legata alla formazione politica del giovane Cicerone di allora.
La concezione dell’amicitia secondo Cicerone
Cumque plurimas et maximas commoditates amicitia contineat, tum illa nimirum praestat omnibus, quod bonam spem praelucet in posterum nec debilitari animos aut cadere patitur. Verum enim amicum qui intuetur, tamquam exemplar aliquod intuetur sui. Quocirca et absentes adsunt et egentes abundant et imbecilli valent et, quod difficilius dictu est, mortui vivunt; tantus eos honos, memoria, desiderium prosequitur amicorum. Ex quo illorum beata mors videtur, horum vita laudabilis. Quod si exemeris ex rerum natura benevolentiae coniunctionem, nec domus ulla nec urbs stare poterit, ne agri quidem cultus permanebit. Id si minus intellegitur, quanta vis amicitiae concordiaeque sit, ex dissensionibus atque ex discordiis percipi potest. Quae enim domus tam stabilis, quae tam firma civitas est, quae non odiis et discidiis funditus possit everti? Ex quo quantum boni sit in amicitia iudicari potest.
- Laelius De Amicitia, 23 -
Trad. Pur racchiudendo l’amicizia molti ed enormi vantaggi, tuttavia essa certamente è superiore a tutte le cose, poiché ci fa brillare innanzi una lieta speranza per l’avvenire e non permette che gli animi si scoraggino o si abbattano. Infatti, chi guarda un vero amico, in realtà, è come se si guardasse in uno specchio. Perciò gli assenti sono presenti, i poveri ricchi, gli incapaci validi e, cosa più difficile a dirsi, i morti sono vivi, tanto li accompagna l’onore, il ricordo, il rimpianto degli amici. Perciò di quelli sembra beata la morte, di questi degna di lode la vita. E se poi toglierai alla natura delle cose il vincolo dell’affetto, non potrebbe esistere nessuna casa né alcuna città, e non sopravviverebbe neppure l’agricoltura. Se non si comprende ciò, quanto grande sia la forza dell’amicizia e della concordia, lo si può capire dai dissidi e dalle discordie, Infatti quale casa è così stabile, quale città è così salda da non poter essere sconvolta dalle fondamenta dagli odi e dalle discordie? Da ciò si può giudicare quanto di buono ci sia nell’amicizia.
A partire dalla rievocazione e celebrazione del ricordo di Scipione l’Emiliano, viene altrettanto elogiato il sentimento dell’amicitia, o ancor meglio della philía, poiché risulta evidente come, attraverso la voce di Lelio, risalti l’ideale ellenistico che vede come fondamento delle relazioni amicali anzitutto la condivisione dei medesimi ideali politici, in un’ottica di civilizzazione filantropica. Nella società romana, dunque, l’amicizia appare mossa da necessità di natura politica, che tuttavia Cicerone tenta di soverchiare nel corso del trattato, individuando ulteriori elementi etici alla base della philía.
L’autore, infatti, allarga gli orizzonti su cui si basa l’amicizia individuando due principi essenziali: la virtus e la probitas. Il primo termine non riguarda la virtù nobiliare, bensì la bontà d’animo e la rettitudine morale; il secondo si riferisce alle qualità di lealtà e onestà. In questo modo, il concetto di amicizia si sposta nettamente dalla concezione utilitaristica (quindi basata sull’utilitas) che vede gli uomini legati tra di loro solamente in base alla nobiltà di nascita, dal ceto sociale e dagli ideali politici; con Cicerone viene finalmente espressa la concezione dell’amicizia più autentica e più profonda, possibile solamente grazie a sentimenti autentici e alla fiducia sincera reciproca, mettendo da parte la vita pubblica.
Ut enim benefici liberalesque sumus, non ut exigamus gratiam (neque enim beneficium faeneramur sed natura propensi ad liberalitatem sumus), sic amicitiam non spe mercedis adducti sed quod omnis eius fructus in ipso amore inest, expetendam putamus.
- Laelius De Amicitia, 31 -
Trad. Come infatti noi siamo generosi e liberali, non per ricavarne gratitudine (e infatti non prestiamo ad usura i nostri benefici, ma siamo per natura propensi alla generosità) così riteniamo che si debba ricercare l’amicizia spinti non da speranza di ricompensa, ma perché ogni suo frutto risiede proprio nell’amore.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “De Amicitia”: la concezione dell’amicizia secondo Cicerone
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