Nel primo Novecento le trattorie alla buona, le locande, le osterie dove la gente comune aveva la possibilità di mangiare un pasto caldo si chiamavano "cucine". Una di loro dà il titolo a una celebre poesia di Umberto Saba (1883-1957), Cucina economica, che vi presentiamo in lettura.
In questo luogo, coerentemente con la tecnica associativa promossa da Weiss, allievo diretto di Freud che ebbe in cura Saba dal 1929 al 1931, oggetti e ricordi vengono messi in relazione. Infatti la psicanalisi freudiana porta il poeta a rimuovere il velo di amnesia che nasconde la sua infanzia e rivela lo sgomento di un periodo tormentato, dove il complesso edipico si intreccia con i ricordi.
“Cucina economica”: testo della poesia
Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!
In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell’umano possibile sentire.
Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento
se non erro, ad un mio luogo tornato;al popolo in cui muoio, onde sono nato.
“Cucina economica”: analisi e significato della poesia
L’incipit esclamativo, raggruppato in tre versi, sprigiona con enfasi la gratitudine alla vita, che concede a Saba di rievocare il passato dopo essere tornato in una vecchia locanda, spinto da un istinto indecifrabile. A seguire, dopo una pausa coincidente con uno spazio bianco, entriamo nel vivo dello scenario che fa scattare memoria e immaginazione, per un totale di diciannove versi. È una trattoria alla buona chiamata "cucina" dove lavoratori e persone comuni avevano la possibilità di mangiare un pasto caldo a prezzi contenuti. L’io lirico si meraviglia alla scoperta che nulla è cambiato e ciò lo rassicura. La polenta, che per antonomasia è il cibo della nostalgia, gli fa venire le lacrime agli occhi, poi i ricordi scivolano su sensazioni più occulte e sottili. E la pace è così profonda che quasi vorrebbe morire.
All’improvviso il luogo si popola di personaggi familiari all’infanzia del poeta. Chi sono? Due muratori che cenano accanto a lui; un anziano che ha mangiato senza bere vino. Questa è la figura centrale, perché prima viene paragonato a un nascituro e poi al padre. Possiamo leggervi le tre età della vita. Oppure questo vecchietto bisognoso di protezione è riconducibile al padre, maledetto dalla madre per essere stata abbandonata durante la gravidanza. Questo è uno dei momenti più intensi: la maledizione della madre contro il consorte si trasmette al figlio ancora nel grembo materno.
Questo viaggio nel pozzo del passato fino alla regressione alle radici dell’essere termina con un riferimento al popolo ebraico, cui è affidato il verso finale che sintatticamente fa parte del blocco di cui sopra ma che viene isolato graficamente. Il messaggio è forte: la sofferenza del poeta è la stessa del popolo ebraico, il suo popolo d’origine.
Il componimento si configura quale trasposizione poetica della profonda attenzione sabiana nei confronti della semplicità della vita, di cui vengono celebrati gli aspetti quotidiani e umili come fonte di significato e di bellezza. È il senso profondo della “poesia onesta” di cui Saba parla all’interno dell’articolo Quello che resta da fare ai poeti, respinto dalla “Voce” nel 1911 e pubblicato postumo nel 1959.
In questo testo formato da 22 endecasillabi sciolti si alternano due stati d’animo che danno un respiro binario: lo stupore e la ricerca di senso. C’è l’esaltazione della scoperta che rassicura. C’è l’esigenza di capire che inquieta. Ma come abbiamo visto, il ritmo binario deriva anche dall’intreccio tra dimensione psicologica e dimensione storica, suggellata dall’ultimo verso che supera ogni forma di individualismo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Cucina economica”: la poesia dimenticata di Umberto Saba che svela il suo lato più fragile
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