Nella notte del 9 maggio 1978, in seguito alle sue coraggiose denunce nei confronti dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra, veniva brutalmente assassinato Giuseppe Impastato, detto Peppino. Il delitto, avvenuto lo stesso giorno del ritrovamento del corpo del segretario Aldo Moro, inizialmente non solo passò inosservato, ma venne raccontato dapprima come un incidente e poi come un suicidio. Solamente grazie alle battaglie giudiziarie e alla forte memoria collettiva che la sua morte viene riconosciuta ufficialmente come un omicidio mafioso.
A distanza di quarantotto anni, ricordare Peppino Impastato non significa solamente commemorare una vittima di mafia, ma rappresenta soprattutto una riflessione sul valore della denuncia, sull’importanza della società civile e l’utilizzo della cultura come strumento di resistenza. Proponiamo in sua memoria la lettura e analisi della poesia La matri di Pippinu, spesso condivisa online anche con il titolo Chistu unn’è me figghiu dal suo verso iniziale, che racconta, con un tono intimo e straziante, non solo la morte di un grande attivista anti-mafia, ma di un uomo e di un figlio, ponendo una vicenda personale su un piano universale e di impegno collettivo.
Riportiamo di seguito il testo originale della poesia in siciliano, seguita dalla sua traduzione in italiano, e le informazioni sul suo autore.
La matri di Pippinu: testo in siciliano e traduzione della poesia
Chistu unn’è me figghiu
Chisti un su li so manu
chista unn’è la so facci.
Sti quattro pizzudda di carni
un li fici iu.
Me figghiu era la vuci
chi gridava ’nta chiazza
eru lu rasolu ammulatu
di li so paroli
era la rabbia
era l’amuri
chi vulia nasciri
chi vulia crisciri.
Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti,
omini di panza
ca un vannu mancu un suordu
patri senza figghi
lupi senza pietà.
Parru cu iddu vivu
un sacciu parrari
cu li morti.
L’aspettu iornu e notti,
ora si grapi la porta
trasi, m’abbrazza,
lu chiamu, è nna so stanza
chi studìa, ora nesci,
ora torna, la facci
niura come la notti,
ma si ridi è lu suli
chi spunta pi la prima vota,
lu suli picciriddu.
Chistu unn’è me figghiu.
Stu tabbutu chinu
di pizzudda di carni
unn’è di Pippinu.
Cca dintra ci sunnu
tutti li figghi
chi un puottiru nasciri
di n’autra Sicilia.
Questo non è mio figlio.
Queste non sono le sue mani
questo non è il suo volto.
Questi brandelli di carne
non li ho fatti io.
Mio figlio era la voce
che gridava nella piazza
era il rasoio affilato
delle sue parole
era la rabbia
era l’amore
che voleva nascere
che voleva crescere.
Questo era mio figlio
quand’era vivo,
quando lottava contro tutti:
uomini di panza
che non valgono neppure un soldo
padri senza figli
lupi senza pietà.
Parlo con lui vivo
non so parlare
con i morti.
L’aspetto giorno e notte,
ora si apre la porta
entra, mi abbraccia,
lo chiamo, è nella sua stanza
a studiare, ora esce,
ora torna, il viso
buio come la notte,
ma se ride è il sole
che spunta per la prima volta,
il sole bambino.
Questo non è mio figlio.
Questa bara piena
di brandelli di carne
non è di Peppino.
Qui dentro ci sono
tutti i figli
non nati
di un’altra Sicilia.
La matri di Pippinu: chi è l’autore della poesia
Dato il contenuto del testo, la poesia è stata spesso attribuita sui social erroneamente alla madre di Peppino, Felicia Impastato. Tuttavia la poesia, scritta nel 1979, è in realtà opera di Umberto Santino, fondatore nel 1977 insieme ad Anna Puglisi del Centro siciliano di documentazione di Palermo, il primo centro studi sulla mafia. Santino si è speso per ottenere verità e giustizia per l’omicidio di Impastato, ridenominando il “Centro siciliano di documentazione di Palermo - Giuseppe Impastato” l’anno successivo alla sua morte.
La poesia è inserita all’interno della raccolta Appunti per un libro di versi (Di Girolamo, 2025) curata dallo stesso Santino, già autore di Giuseppe Impastato. Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti.
Commento e analisi della poesia
La poesia, intensa e dolorosa, esprime i sentimenti strazianti di una madre nei confronti della perdita di un figlio, morto per i suoi ideali. Il componimento unisce temi quotidiani in una dimensione di impegno pubblico, senza dimenticare mai l’importanza della propria terra, la Sicilia, che in quegli anni è il teatro proprio dei delitti di mafia.
Il tono struggente, enfatizzato certamente dall’uso del dialetto siciliano, invade sin da subito l’atmosfera con l’affermazione iniziale Chistu unn’è me figghiu. Si tratta di un rifiuto disperato che nega di vedere il corpo esanime del proprio figlio, che viene ridotto a materia senza identità: pizzudda di carni, cioè frammenti di carne che non coincidono più con ciò che era l’uomo. Questo atteggiamento di negazione non rappresenta solo il rifiuto di una madre riguardo la morte del figlio, ma soprattutto l’impossibilità di ridurre un uomo così importante nella semplice essenza fisica della sua morte. Il testo si muove continuamente attraverso la costruzione di un contrasto tra il corpo morto e la memoria del figlio in vita, che viene celebrata attraverso il ricordo delle sue azioni di protesta e di denuncia.
Me figghiu era la vuci
chi gridava ’nta chiazza
[...]
Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti
Nel cuore della poesia emerge un altro tema fondamentale: l’impossibilità di dialogare con la morte e, dunque, la fatica nell’accettazione di essa.
Parru cu iddu vivu, un sacciu parrari cu li morti
La voce narrante riesce a parlare solamente con Peppino vivo, o meglio, con il suo ricordo vivo nella memoria. Ma non riesce a parlare con il corpo del morto, restituendo con estrema forza il trauma del lutto, il vuoto lasciato dalla perdita e allo stesso tempo viene confermata l’esistenza viva di Peppino nel ricordo. Da qui nasce la scena più struggente: l’attesa continua della madre per il ritorno del figlio, svelando un momento domestico e quotidiano, ma non per questo meno toccante. La fantasia di un possibile ritorno di Peppino assume un forte valore simbolico: quello della speranza di una rinascita, possibile grazie alla commemorazione e all’esempio di coloro che si sono sacrificati per il nostro Paese. Dunque, il finale trasforma definitivamente il lutto privato in una dimensione collettiva. La poesia ripete ancora il verso iniziale Chistu unn’è me figghiu, seguito da un verso finale e decisivo:
Cca dintra ci sunnu
tutti li figghi
chi un puottiru nasciri
di n’autra Sicilia
Non si parla solamente di Peppino, ma di tutti quei figli che non hanno potuto costruire una Sicilia diversa. In questo senso La matri di Peppinu non è solo un testo di dolore ma soprattutto di denuncia verso un sistema criminale che soffoca ogni possibilità di rinascita, che, tuttavia, può essere possibile proprio attraverso il ricordo vivo della voce di coloro che hanno combattuto nella speranza di un nuovo Paese.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Chistu unn’è me figghiu”: la struggente poesia per ricordare Peppino Impastato
Lascia il tuo commento