Quando ci confrontiamo con amici e colleghi, ma anche quando scambiamo due chiacchiere con qualche sconosciuto, al supermercato o al bar, ci siamo sentiti dire spesso la famosa frase Chi si ferma è perduto, di cui cerchiamo di chiarire qui il significato.
Il popolare modo di dire Chi si ferma è perduto può essere utilizzato in molte situazioni differenti ma viene talvolta preso in prestito anche da esponenti del mondo politico che, in alcuni casi, lo hanno erroneamente attribuito a celebri personaggi storici.
Proprio per questo sarà opportuno anche cercare di scoprire chi ha detto per primo la massima Chi si ferma è perduto o, quanto meno, dove nasce questa locuzione che ha origini antiche e che, nel corso del tempo, è stata riutilizzata e attualizzata anche da poeti e letterati.
Scopriamo allora insieme qual è il significato del motto Chi si ferma è perduto e chi l’ha detto per primo.
Il significato della frase Chi si ferma è perduto
Chi si ferma è perduto è un motto che ci siamo sentiti dire soprattutto in momenti di sconforto e di frustrazione, quando l’arrendevolezza e la rassegnazione stavano per avere la meglio sui nostri progetti e qualcuno è venuto a incoraggiarci e a sostenerci. Il significato più comune del nostro modo di dire è, infatti, proprio questo: non demordere, non mollare la presa, non fermarsi quando si è a un passo dal traguardo, dal raggiungimento dell’obiettivo, dallo scopo che ci eravamo prefissati. Altrimenti tutto andrà in fumo, saranno perduti soprattutto lo sforzo, l’impegno, la dedizione che avevamo profuso nei nostri progetti e nelle nostre attività fino a quel momento.
E di rassegnazione e sconforto, di questi tempi, ce n’è molta in giro, tra giovani e meno giovani: proprio per questo chi si ferma è perduto sembra essere il classico consiglio che ci viene dispensato dall’uomo d’esperienza, da qualcuno che ha spesso più capelli bianchi di noi, può vantare una maggiore esperienza, un più profonda consapevolezza e guardare alla realtà e alla vita con una maggiore obiettività.
Chi si ferma è perduto è, dunque, un’esortazione alla tenacia, alla resilienza, alla pratica della costanza e della regolarità che, nell’esercizio fisico come in qualunque altra azione e attività, alla fine pagano.
Di contro, la stasi sembra essere sinonimo di sconfitta: rimanere immobili, scegliere di non avanzare, quindi, dimostrare un atteggiamento lassista, abbandonarsi alla demotivazione sono i sintomi evidenti della caduta e dell’insuccesso.
Ciò è abbastanza evidente dal punto di vista individuale: quando ci troviamo di fronte a persone dinamiche, se non indaffarate, abbiamo sovente l’impressione di una grande vitalità, se non altro per il solo fatto che corrano; va diversamente, invece, con le persone lente, meditabonde, saturnine, indaffarate con i loro pensieri piuttosto che con le cose del mondo, e per questo, apparentemente più lente, se non ferme o perse.
Che chi si ferma sia perduto, però, è una verità di fatto (sebbene, probabilmente non corroborata da una teoria che possa dirsi tale) anche in ambito imprenditoriale: un’azienda tendenzialmente è virtuosa quando tende ad espandere le proprie quote di mercato o ad specializzarsi in settori che prima non frequentava, reinvestendo i propri utili, mentre le strategie che rivolgono lo sguardo, e le risorse, al proprio interno, che premiano prima di tutto gli investitori, si rivelano, talvolta, votate al fallimento e foriere di crisi sempre maggiori.
Chi si ferma è perduto: chi l’ha detto
Anche se la paternità della celebre frase chi si ferma è perduto viene generalmente attribuita a Benito Mussolini, il Duce ne fu solo lo sponsor migliore: la pronunciò durante un discorso tenuto a Genova, il 14 maggio 1938, nel quale difendeva la legittimità degli accordi stretti con la Germania, pochi giorni dopo la visita ufficiale del Fuhrer in Italia. Mussolini arringava i camerati genovesi sostenendo la necessità di cementare l’Asse per garantire la pace, al contempo, però, si scagliava aspramente verso tutti quei paesi che, nello scenario internazionale, non riconoscevano la grandezza dell’Impero nostrano e cercavano in tutti i modi di affamare l’Italia.
Chi si ferma è perduto, già allora, era un modo di dire diffuso nella lingua italiana, non solo tra i governanti ma anche tra le classi popolari. La sua paternità rimane incerta: di certo non lo si può far risalire a Dante mentre sembra più probabile collegarlo a Gabriele D’Annunzio, comunicatore ante-litteram, grande appassionato di pubblicità, oltre che sommo poeta, che, probabilmente, dopo aver riattualizzato il motto latino memento audere semper, con una brillante trovata retorica, pensò bene di offrirne anche una più orecchiabile versione italiana col proverbio Chi si ferma è perduto. Osare sempre, d’altra parte, è un altro modo per evitare l’immobilismo, l’arretramento o, ancora peggio la resa: gli impavidi di certo avanzano, sempre e comunque.
Al di là delle note di colore è importante considerare anche il sentire comune degli italiani: soprattutto dopo la sonora sconfitta di Caporetto, almeno in una parte della popolazione (quella che ignorava o disconosceva le responsabilità e le incapacità di Cadorna nel conflitto) si era diffusa la convinzione che l’Italia fosse un paese troppo debole per i tanti militari corrotti o per i socialisti che agitavano lo spauracchio della rivoluzione, spesso contadini mandati al fronte, male armati e senza uno straccio di preparazione.
Gli spiriti più indomiti e belligeranti avanzarono, allora, la necessità di correggere l’Italia e le parole forti, distillate in accattivanti modi di dire, iniziarono a farsi strada tra i soldati semplici e un giorno dopo l’altro infiammarono anche le classi più umili. Fu probabilmente così che chi si ferma è perduto divenne un motto utilizzato, a tutti gli effetti anche nel linguaggio corrente.
Chi si ferma è perduto : dalla cultura popolare alle gaffe
Che il nostro motto sia penetrato nella cultura popolare lo dimostrano bene anche il cinema e i fumetti: Chi si ferma è perduto è, infatti, anche il titolo di un film di Sergio Corbucci del 1960 dove compaiono Totò, Luigi e Peppino De Filippo e Mario Castellani. Il ragionier Guardalavecchia, uno dei personaggi del film, convinto che si tratti di un detto ligure, afferma:
«Non mi fermo né al primo, né al secondo, né al terzo ostacolo, perché... come dice quell’antico detto della provincia di Chiavari? "Chi si ferma è perduto!"»
La nostra celebre frase, poi, nella variante
“Chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto”
Compariva anche nella serie a fumetti L’Inferno di Topolino (realizzata tra il 1949 e il 1950 da Angelo Bioletto, su testi di Guido Martina): qui il celebre personaggio creato da Walt Disney vestiva i panni di Dante, fu proprio durante il suo viaggio all’inferno che si ritrovò a leggere la massima citata sopra, incisa su di una stele di pietra.
Deve essere stato per questo che, dopo più di settant’anni che il proverbio veniva citato, richiamato e sicuramente anche distorto non solo dalla cultura popolare ma anche dai media e dal web, l’allora sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Rossano Sasso, lo aveva erroneamente attribuito a Dante in un suo tweet.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Chi si ferma è perduto: significato e chi l’ha detto
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