Capitoline Museums, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Animula vagula blandula è un poema estremamente breve composto dall’imperatore Adriano poco prima della sua morte, orientativamente collocato attorno al 138 d.C.
Si tratta di un testo tanto breve quanto profondo, nel quale un uomo forte e potente come un imperatore si interroga, con timore e grande incertezza, su quale sia il destino della propria anima una volta lasciato il corpo fisico. Non stupisce, quindi, che l’imperatore Adriano abbia composto questo poema poco prima della sua dipartita: in un momento in cui la vita è prossima a finire, l’uomo perde tutta la sua imperiosità e si ritrova, piccolo e impotente, di fronte alla grandezza di temi che, allora come ora, non trovano una risposta certa.
“Animula vagula blandula”: testo e traduzione
Il poema breve Animula vagula blandula non fa parte di una raccolta dell’imperatore. Si tratta di un testo isolato che oggi conosciamo perché citato da un autore successivo, Elio Sparziano, che riporta il componimento nella biografia di Adriano, contenuta nell’opera Historia Augusta.
Il testo del poema recita così:
Animula vagula blandula
hospes comesque corporis,
quae nunc abibis in loca
pallidula rigida nudula,
nec, ut soles, dabis iocos.
La traduzione letterale dei versi è:
Piccola anima smarrita e soave,
ospite e compagna del corpo,
ora in quali luoghi andrai?
palliducci, rigidi e spogli,
e non farai più, come eri solita, i tuoi scherzi.
“Animula vagula blandula”: spiegazione dei versi
Il poema di Adriano si apre rivolgendosi direttamente alla destinataria delle sue parole, la sua anima. Il termine animula, ovverosia “piccola anima”, viene utilizzato per conferire tenerezza al discorso immaginario dell’imperatore verso la parte più profonda e intangibile del suo essere.
All’interno del breve componimento i diminutivi rappresentano una costante: vengono utilizzati per amplificare non solo la tenerezza, ma anche la debolezza e la precarietà nei confronti della morte, vista come unica personalità grande e potente, in grado di far cessare tutte le certezze terrene, aprendo il campo a domande che restano irrisolte.
Il fulcro del testo è infatti proprio nelle parole “quae nunc abibis in loca”, ovverosia “ora in quale luogo andrai”. Adriano si interroga, preoccupato, su cosa possa attenderlo dopo la fine della vita terrena. Lo scenario che apre dinanzi al suo sguardo non è però rassicurante: vedendo la morte come la fine della vita e degli “scherzi” di cui parla nell’ultimo verso, l’aldilà viene percepito come un luogo freddo, pallido e rigido, quasi a voler utilizzare questi termini per associarli a ciò che avviene al corpo umano dopo il trapasso.
La ripetizione dei diminutivi, che vengono usati sia per parlare alla propria anima che per descrivere i luoghi desolati verso i quali presumibilmente questa si muoverà dopo la morte, conferisce all’intero componimento un tono dolce e quasi infantile che accosta la dolcezza alla drammaticità della fine. Il risultato è notevole: in poche righe l’imperatore riesce a restituirci un poema estremamente umano, assolutamente lontano dalla retorica solenne tipica della poesia latina ufficiale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Animula vagula blandula”: testo e spiegazione dei versi più famosi dell’imperatore Adriano
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