Tra i tanti modi di dire della lingua italiana, “ambasciator non porta pena” è uno di quelli che ha attraversato secoli, mode e contesti senza perdere la sua freschezza.
Presente sia in conversazioni informali che in film, libri o addirittura discorsi seri quando ci si vuole far portavoce di qualcosa di cui non si è in alcun modo diretti responsabili, questo modo di dire è ancor oggi largamente diffuso. Ma qual è il suo significato preciso e da dove trae origine questa frase curiosa? Scopriamolo insieme.
“Ambasciator non porta pena”: significato e origine
Utilizzato spesso in forma preventiva, per evitare spiacevoli incomprensioni, chi pronuncia l’espressione “ambasciator non porta pena” sta spesso per dare al suo interlocutore un messaggio scomodo da parte di altri. Con questa espressione, dunque, chi parla desidera non essere in alcun modo ritenuto responsabile del contenuto del messaggio che porta, evitando che le responsabilità possano ricadere su di lui. Questo modo di dire è quindi spesso utilizzato quando è necessario riferire un messaggio spiacevole al quale si immagina che l’altra persona possa reagire male. Si tratta di una sorta di “scudo linguistico” utilizzato per evitare di confondere il messaggio col suo semplice messaggero.
La figura dell’ambasciatore come personaggio quasi sacro ha origini molto antiche. Già ai tempi dei Greci e dei Romani l’araldo, altro modo per definire un ambasciatore che porta notizie da un popolo a un altro, era considerato una figura praticamente intoccabile, anche se i messaggi riportati erano ostili. Questo profondo rispetto nei confronti dell’ambasciatore derivava dalla volontà di mantenere dei rapporti, seppur minimi, di civiltà anche tra potenze nemiche, fondamentale soprattutto in caso di negoziazioni o per trattare condizioni di pace. In un episodio narrato da Erodoto, per i persiani l’uccisione di un ambasciatore era addirittura considerato un sacrilegio, a dimostrazione dell’importanza che questa figura ricopriva nel suo ruolo istituzionale inteso come super partes.
Nonostante la gran considerazione nella quale gli ambasciatori erano tenuti, però, non mancarono nella storia episodi documentati di minacce, prigionia o addirittura uccisione di questi personaggi, soprattutto in contesti politici di altissima tensione. Durante epoche più recenti, come Medioevo e Rinascimento, durante le quali il concetto di diplomazia assunse forme più strutturate, la figura dell’ambasciatore ed il suo ruolo divennero quasi un principio giuridico. L’ambasciatore si faceva portavoce di un pensiero e un messaggio che non gli appartenevano direttamente ma che erano stati dettati da un’autorità superiore. Proprio per questo il suo ruolo di messaggero andava sempre scisso dal contenuto stesso del messaggio portato.
“Ambasciator non porta pena” ai giorni nostri
Come spesso accade con i modi di dire, anche nel caso di “ambasciator non porta pena” il passaggio dall’ambito storico a quello culturale è stato un processo assolutamente naturale. Nella sua forma più arcaica, il modo di dire era “l’ambasciatore non porta pena”. In questo modo l’espressione suonava ancora più solenne. L’omissione dell’articolo ha reso il modo di dire più immediato e colloquiale.
Curiosamente il concetto che sta dietro a questo modo di dire è presente anche in altre lingue. Per gli anglosassoni, infatti, l’espressione utilizzata è “don’t shoot the pianist”, ovverosia “non si spara al pianista”. Anche in questo caso il senso è quello di non prendersela con chi sta svolgendo semplicemente il suo lavoro. Qui l’origine del modo di dire deriverebbe dal Far West statunitense del 1800 e dal fatto che spesso i pianisti dei saloon venissero minacciati dai clienti alterati. In un senso più lato, anche nella cultura anglosassone questo modo di dire è passato dal non prendersela con chi fa il proprio lavoro di pianista a tutti coloro che riportano semplicemente un messaggio, anche se poco gradito.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Ambasciator non porta pena”: significato e origine del modo di dire
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