Il nostro pensiero e le nostre azioni sono collegati da un sottile filo invisibile rappresentato dal desiderio di voler prevedere il corso futuro degli eventi; in altre parole, noi desideriamo che le nostre sensazioni diventino realtà a tal punto che spesso ci facciamo portatori di un destino particolare che pensiamo risiedere negli eventi, nei quali tentiamo perciò di rinvenire le tracce del nostro vissuto interiore. Dunque il nostro intelletto rispecchia la realtà, il nostro io ci mette in contatto con la società in cui viviamo?
Società e gruppo: l’io alla ricerca di una comunità
Dipende da cosa intendiamo per società. Dobbiamo cioè chiederci: noi apparteniamo a essa oppure ne siamo lontani? In altre parole: la nostra società rappresenta il grembo materno nel quale la nostra identità si è formata? Sicuramente la società in cui viviamo rappresenta il limite subliminale che ci consente di riconoscerci come parte integrante di un Tutto, senza il quale saremmo solamente l’ombra di noi stessi. La forza della ragione contribuisce a collocare l’uomo in un preciso orizzonte sociale dove è sempre possibile vivere il presente in modo da proiettarsi nel futuro, ma la ragione non preserva l’uomo dai suoi timori riguardanti l’essenza del Sé perché, in tal caso, sono chiamati in causa lo spazio e il tempo, forme a priori dell’intelletto, che a volte sembrano guidate drasticamente dal Fato, ovvero dal flusso degli eventi che scorre senza sosta, non lasciando quasi spazio alle vibrazioni umorali dei sentimenti. Ma per l’uomo il Fato non rappresenta altro che il Sé declinato secondo le aspettative dei propri sentimenti, che per la sua stessa natura non tardano a manifestarsi chiamando necessariamente in causa le analogie tra più persone, ovvero la condivisione di quanto esse hanno in comune; a questo punto è doveroso far presente che il vivere in comunità fa nascere in ognuno di noi l’innata convinzione di essere parte di un Tutto che ci ha generati, al punto che la nostra singola identità ci richiama da vicino quella di coloro che sono sempre vissuti accanto a noi in modo da affermare la nostra dignità di essere umani.
Siamo cioè continuamente alla ricerca di noi stessi man mano che viviamo nuove esperienze che condividiamo con gli altri allo scopo di essere ricambiati sentimentalmente, il che è lo stesso che dire che ci sentiamo soddisfatti per vivere un comune destino di cui troviamo perciò sempre traccia nelle nostre azioni. In tal caso l’unità primigenia del nostro Essere è rappresentata da tutto ciò che ci compone, ovvero dal nostro io mescolato a quello degli altri, il che ci consente di vivere in armonia e solidarietà con i membri della nostra famiglia, della nostra comunità più in generale, considerando comune a ognuno di noi la condivisione di affetti e sentimenti.
La nostra felicità, in quanto noi enti dell’Essere, ci deriva proprio da questo: ciò che è sempre stato, che è e continuerà a essere come tale ha cioè carattere sacrale, non può venire meno neanche con la morte di uno dei membri di un dato nucleo di una comunità perché, in tal caso, il carattere sacrale posseduto da chi viene meno è trasferito, di riflesso, a un altro membro del nucleo della stessa. Questo accade perché noi proiettiamo inconsciamente la percezione che avevamo della persona defunta su un altro membro del nucleo che con la prima possiede, secondo noi, carattere di similarità; in tal senso, in ogni membro del nucleo il sogno della vita non è infranto, anzi continua ad alimentarsi delle proprie speranze per il futuro che gli derivano quindi proprio dal culto della memoria della persona defunta, una memoria che si avvale dell’Essere, ovvero dell’idea del Bene, che alberga in ognuno di noi come tratto distintivo della vita stessa.
La percezione cosciente che di tutto questo a noi deriva ci permette di rimanere ancorati alle nostre radici. Vita associata, contesto sociale, sono queste espressioni sinonimiche atte a denotare un background etnoantropologico di chiara ascendenza junghiana, dove i ricordi del singolo individuo si intrecciano con quelli di un altro arrivando in tal modo a definire l’identità collettiva di un gruppo sociale che, per ragioni ancestrali che si perdono nella sua memoria collettiva, ruota sempre attorno all’io dei suoi membri. Da ciò deriva allora la dimensione etica di ogni membro del gruppo, caratterizzata dalla funzione del ricordo che nobilita ogni sua azione ripagandolo così del proprio contributo dovuto alla necessità del bene comune del gruppo a cui appartiene.
“Vera Verk” di Fulvio Tomizza
La percezione della dimensione sacrale di un gruppo supera di gran lunga quella etica quando uno dei suoi membri manifesta la propria incredulità di fronte al Nulla generato dall’ignoranza la quale però non può mascherare a lungo la verità, poiché la natura umana, in quanto tale, reclama se stessa sempre, sedimentata com’è nella nostra memoria. E ciò accade a Vera, protagonista del dramma Vera Verk di Fulvio Tomizza:
Svaldo - Lo temevamo tutti. E poi come iniziare il discorso? Speravo che almeno qualche estraneo si muovesse, parlasse. Pareva invece che tutti avessero dimenticato, la vecchia compresa, noi compresi; o che questa fosse la soluzione più giusta. Appena ora te ne accorgi, quando tutto s’ingrandisce e i conti tornano precisi. C’è poi qualcosa nell’aria che tiene ferma ogni foglia.
Ciò spinge Vera, vittima dell’ignoranza, a ripercorrere a ritroso la propria vita scavando nei ricordi per cercare una possibile soluzione a uno stato di emarginazione e di incomunicabilità con la gente; ne emerge allora la sua riflessione circa il proprio destino.
Vera, consapevole allora della propria condizione di sradicata dalla propria terra, si affida ai ricordi attraverso cui ricostruire la frattura con il non-io della società alienante ritornando sempre su se stessa per meglio comprendere le ragioni della sua assenza o estraneità, che dir si voglia, a un mondo che, dal suo punto di vista, non rappresenta di certo il Tutto, l’infinito delle sensazioni, a cui anela. Ma, nel fare ciò, Vera attua una commistione degli eventi mettendosi al livello della cruda e inerte realtà, che non la riconosce più perché allontanandola da sé ha perso il proprio carattere sacrale, inteso cioè come nido degli affetti forse mai vissuti appieno dalla protagonista del dramma:
Vera - Finché lui mi sedeva accanto ero la bambina rimasta a casa a lavare la schiena ai fratelli. Avrei tutt’al più desiderato di baciarlo una sola volta sulla bocca per convincermi che potevo restare una ragazza pur avendo una figlia di otto mesi. Sedevamo pomeriggi interi l’uno di fronte all’altra senza dire una parola. Era un’intesa segreta, la nostra; lui veniva quando mi sapeva sola, io gli lasciavo la porta aperta. Tutto questo senza che io avessi mai mosso il labbro, senza che lui avesse detto una sola delle quattro parole che era in grado di pronunciare. E certe volte avrei desiderato che gli facesse difetto anche l’occhio e io potessi cosi trastullarmi ore e ore tra i suoi capelli, liberarli dei fili di fieno, il muschio appiccicati, e lavarlo, lavarlo, dalle dita delle mani a quelle dei piedi, perché fosse anche di fuori una cosa bianca e pulita come doveva esserlo di dentro.
Ne consegue che Vera non riesce ad orientarsi nel marasma dei ricordi che inquinano il presente rendendolo altro dalla sua coscienza e obbligandola perciò ad indossare una maschera per estraniarsi dal pubblico, quasi a voler rimanere momentaneamente nell’oblio, nel tentativo di comprendere la concezione che di sé hanno gli altri, questa come naturale conseguenza dell’appartenenza alle proprie radici.
È evidente che la ricerca della verità condiziona a tal punto Vera che ella vive i propri ricordi, relativi alla propria famiglia, come se gli eventi di cui essi parlano si verificassero per la prima volta; in tal caso la solitudine di Vera alimenta sempre di più, con lo scorrere del tempo, la sua angoscia che, a sua volta, determina il proprio senso di estraneità rispetto alla famiglia e, più in generale, rispetto alla comunità di cui fa parte, rendendo inevitabile la separazione dalle proprie radici, ovvero la perdita di valore del sacro. La percezione che Vera ha allora della realtà coincide con la vanificazione di qualunque suo tentativo di edificare la propria dignità, perché un antefatto orribile - ovvero un omicidio commesso anni prima -, preannunciando una nuova tragedia - ovvero il suicidio di Vera stessa che avverrà tra poco -, minaccia la stabilità emotiva di ogni membro della sua famiglia come dell’intera comunità, anche di quelli che si sentono più al sicuro, facendo in modo che la ricostruzione dell’identità della protagonista suddetta venga meno perché non alimentata da valori umani autentici:
Vera - Schifosi voi tutti, schifosa tu stessa. Tua madre non ha mai cercato di piegare le ginocchia di un uomo e farlo scendere il più possibile a terra; come tu poco fa. È stata assalita un paio di volte come una giovenca legata che deve per di più soffocare ogni lamento per non rovinare il suo aggressore. E per non commettere una sola volta il male di sua volontà; con il cuore e la mente decisi, ha fatto quello che ha fatto, rovinandosi per sempre, condannandosi a un lungo castigo che vuoi dire soprattutto divieto di parlare, perché ogni parola non sarebbe che una goccia d’acqua su un grande incendio. Cara; tu non puoi immaginare quella vita. È difficile parlare per chi si è messo fuori da ogni regola e sa che a nulla si può rimediare per poter riprendere la vita di prima. Ora fa quanto ti ho detto, che il male ripetendosi non continui a raddoppiare di volta in volta, com’è suo costume.
Vera possiede un proprio punto di vista attraverso cui può intendere la sua storia come intrisa di realismo nel momento in cui si avvicina per la prima volta a chi gli sta più a cuore, cioè alla figlia Rosa, e scoprendo in tal modo la distanza che la separa da questa; anche perché Rosa fa parte di un mondo il cui orizzonte risulta chiuso perché lei, a differenza della madre, ha sempre vissuto per gli altri, non conscia della propria identità:
Rosa - Chi vi conosce? Venite a seminare discordie. E la vendetta di lei? Per vendicarsi dì loro vuole danneggiare sua figlia, la seconda volta che si ricorda di lei. Ditelo chiaro a quella schifosa che il mio unico male è quello dì essere figlia sua.
È come se un Fato avverso, caratterizzato da un male atavico, avesse invaso nel profondo la coscienza di Rosa rendendola schiava di una mentalità gretta, che si nutre dei propri misfatti come a volersi ergere paradossalmente a emblema di una giustizia priva di spessore concreto, ovvero senza fondarsi su quei valori di rispetto e comprensione reciproca che dovrebbero caratterizzare i singoli membri di una famiglia e di un’intera comunità. Quando però sarà venuta a conoscenza dell’identità di Vera, sarà la sua stessa natura umana a far nascere in Rosa l’innato amore verso la propria madre:
Rosa - L’avete trattata male; non ne avevate il diritto. Ha rivisto sua figlia dopo vent’anni pronta a morderle la mano.
Vera e il peso della colpa dell’intera comunità
La coscienza di Vera si muove tra i fantasmi di un passato immobile, consistente in ricordi che lei stessa fatica a mettere a fuoco perché sente il peso non solo della propria colpa, dovuta all’omicidio commesso, ma di quello dell’intera comunità che ha preferito ritagliarsi una verità di comodo sul conto della protagonista, perfettamente in linea con la propria senilità psicologica, ovvero con una visione della vita rivolta al passato e perciò in contrasto col nuovo che avanza che, a sua volta, fa fatica a emergere per ragioni di servilismo morale, indotto da un’illogica rassegnazione al Fato da parte dei membri dell’intera comunità, dovuta spesso non solo a ragioni storiche ma anche metafisiche, quindi inspiegabili:
Vera - Sono l’ultima persona al mondo che avrebbe dovuto presentartisi davanti, lo so. Ma qui il male è cresciuto anche senza la mia presenza come un seme già marcio caduto per strada - tu non hai fatto nulla per arrestarlo; sono dovuta venire io, e di corsa.
La connotazione realistica dei personaggi della famiglia di Vera che emerge stenta a essere tale, obbligando così il lettore a uno sforzo immaginifico nel tentativo di individuare il loro spessore psicologico e, allo stesso tempo, di comprendere la sorte della protagonista come parte integrante di un Tutto:
Vera - […] La vita è anche un continuo liberarsi dal male, ora per ora. Della preghiera io dico solo le ultime parole: liberaci dal male e così sia…
Ecco perché Vera tenta in tutti i modi di affrancarsi dalla sua condizione subalterna alla famiglia e alla comunità e tentare di riconquistare, almeno nella propria intimità, il ruolo attivo di chi sa cogliere nelle aspettative della vita la dimensione del sacro, che deriva proprio dalla vita vissuta con pienezza dei propri sentimenti. Ma poiché Vera non riesce in ciò, allora il suicidio diventa per lei inevitabile; con esso rinsalda la frattura con il proprio passato e la percezione del reale da parte degli altri personaggi del dramma non risulta più influenzata da un Fato avverso, ma mitigata da un presente che prefigura il senso di appartenenza alla dimensione collettiva della società e del Tutto, la quale apre le porte a una verità che va vissuta attimo per attimo, come nel caso di chi si è mantenuto vigile per edificare la società del futuro superando ogni forma di barriera spazio-temporale:
Prima Donna - Laviamoci a lungo le bocche che hanno gustato solo maldicenze.
Seconda Donna - Non affatichiamo il capo inutilmente. Ogni frutto ha già dentro la propria semenza.
Prima Donna - Dai roveri nascono i roveri, il grano dal grano.
Terza Donna - Che tu sia sempre profumata come un nostro orto, ragazza.
Terza Donna - Ogni nostro male si purghi nella fatica. La speranza è scarsa, ma già mi sorride in seno.
Prima Donna - Uniamoci agli altri per seguire ognuno la sua strada.
Terza Donna - Da tante scarse speranze apriremo un varco nel cielo.
In altre parole, il sacrificio di Vera appare come condizione imprescindibile perché imposta dal Fato allo scopo di superare le varie incomprensioni tra gli altri personaggi del dramma, aprendo così le porte alla loro riflessione sul rapporto tra le proprie identità e la propria terra, una riflessione che deve essere additata come exemplum anche alle generazioni future. Il fluire dei nostri pensieri alimenta sempre le aspettative del nostro domani, in cui i sentimenti appaiono come il riflesso della nostra condizione di soggetti legati a qualcosa di concreto come, per esempio, l’attaccamento alla propria terra, prova tangibile delle radici della nostra identità. Ma non sempre questa è riconosciuta come tale dai nostri simili, e ciò spesso ci obbliga a fare i conti con il nostro destino, ovvero con il nostro passato che, in tal caso, non è certo espressione del nostro libero arbitrio, ma dell’obbligo al rispetto di tradizioni che, in un mondo proiettato verso il futuro, non possono condurre più da nessuna parte se non accompagnate dalla consapevolezza del rispetto delle diversità. Allora le persone devono vivere la propria diversità come momento in cui il proprio presente e il proprio passato si fondono continuamente lasciandogli prefigurare la trama degli eventi futuri come un et-et anziché come un aut-aut, essendo ciò perfettamente in linea con una forma di progressismo alieno da ogni pretesa di potere del più forte sul più debole. Né tantomeno si deve impedire loro di operare una scelta tenendo presente il vissuto di ognuna come, d’altra parte, la memoria storica che la loro comunità di appartenenza intende tramandare. Ma ciò a patto che la comunità di appartenenza sia ben inserita in un contesto storico-sociale che valorizzi l’etnia e la diversità intese come espressioni di un equilibrio tra le varie componenti della comunità stessa e, più in generale, tra le varie classi sociali in nome di una concordia ordinum che eviti spinte estremiste e rivoluzionarie; perché, in tal caso, si commette una violazione del sacro, inteso come ribellione ad un ordine che garantisca la pace a tutti i costi.
Lo spazio circolare della protagonista
Quindi lo scontro sociale va sempre interpretato come un atto di violenza contro il prossimo che esclude il rispetto reciproco tra le persone e, come conseguenza, genera il sonno della ragione. Altrimenti ci troviamo di fronte alla cieca volontà di potenza, al prevalere cioè delle istanze superegoidi, che non giustificano di fronte a un ordine superiore il proprio operato né esse hanno chiaro lo scopo del proprio agire, se non in relazione a una prospettiva sfuggente, fatta di sensazioni effimere, con le quali si tenta invano di assolutizzare il godimento della violenza inteso come puro principio del piacere. E ciò si riflette sull’identità di Vera Verk, proiettata all’inizio del dramma verso un passato oscuro che lascia presagire l’ombra del male, ovvero del dolore cosmico, perché non è immersa in una dimensione mitica ma storica dell’esistenza, dove l’immobilismo del passato si scontra con lo scorrere lineare del tempo presente; questa opposizione genera il contrasto tra la sorte di Vera e quella degli altri personaggi del dramma, poiché la protagonista si muove nel tempo presente, a differenza degli altri personaggi, il senso delle cui azioni è sempre rivolto al passato. Questo sta a significare che lo spazio in cui si muove Vera ha sempre carattere di circolarità, ovvero di ritorno all’origine, come se nessun avvenimento fosse riconducibile al momento in cui accade. Invece il tempo diventa interiore, quello vissuto da Vera che, in tal caso, rappresenta il punto di vista lungo il quale seguire l’intera vicenda, un punto di vista che inscena la trama concatenata degli avvenimenti dando al lettore la possibilità di riempire i blanks, i vuoti, ovvero le incomprensioni dei personaggi del dramma di fronte alla verità oggettiva. Perciò il lettore viene chiamato in causa per dare senso compiuto al dramma attraverso la propria interpretazione.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La ricerca del divino come senso di appartenenza e cancellazione del male in “Vera Verk” di Fulvio Tomizza
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