Sebbene sia nota come una delle più grandi narratrici del secondo dopoguerra italiano, Elsa Morante non limita la propria penna alla prosa romanzesca, ma include anche la poesia, in cui emerge la stessa dolcezza e intensità tipica del suo stile.
Un esempio piuttosto significativo della poesia morantiana è certamente Alibi, contenuta proprio nell’omonima raccolta, uscita per la prima volta per la casa editrice Longanesi nel 1958 e successivamente, nel 1988, da Garzanti. Nel 2004 la raccolta viene ripubblicata da Einaudi nel 2004 nella collana Supercoralli e nel 2024 nella ET Einaudi.
La poesia, scritta nel 1955 e pubblicata nel 1957 sulla rivista Tempo presente, condensa perfettamente lo stile della raccolta e dei temi caratteristici di Morante. Infatti, il testo ruota attorno al tema dell’amore, ma in particolare sul mondo interiore dell’autrice in relazione ad esso: si tratta di un sentimento vissuto in modo totalizzante, che finisce per essere distruttivo e logorante. Leggiamo il testo della poesia seguito da un commento.
Alibi: il testo della poesia
Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!
Come a sguardi inconsacrati le ostie sante,
comuni e spoglie sono per lui le mille vite.
Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori
e gli si apre la casa dei due misteri:
il mistero doloroso e il mistero gaudioso.
Io t’amo. Beato l’istante
che mi sono innamorata di te.
Qual è il tuo nome? Simile al firmamento
esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora?
ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome
a te serve solo per giocare, come una bautta.
Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.
La tua grazia tramuta
in un vanto lo scandalo che ti cinge.
Tu sei l’ape e sei la rosa.
Tu sei la sorte che fa i colori alle ali
e i riccioli ai capelli.
La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.
Sono i tuoi giorni un prato lucente
dove t’incontri con gli angeli fraterni:
il santo, adulto Chirone,
l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra,
e le fanciulle-delfino dalle fredde armature.
La sera, alla tua povera cameretta ritorni
e miri il tuo destino tramato di figure,
l’oscuro compagno dormiente
dal corpo tatuato.
Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente,
tu eri l’astro gemello figlio di Leda,
eri il più bel marinaio sulla nave fenicia,
eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale.
Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri.
Eri il compagno prode, la grazia del campo,
su cui piange come una madre
il nemico che gli chiude gli occhi.
Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli
purpurei, sull’alto terrazzo, fra duomi e stendardi.
Eri la prima ballerina del lago dei cigni,
eri Briseide, la schiava dal volto di rose.
Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro,
con una dolce voce di contralto.
Eri la principessa cinese dal piede infantile:
il Figlio del Cielo la vide, e s’innamorò.
Come un diamante è il tuo palazzo
che in ogni stanza ha un tesoro
e tutte le finestre accese.
La tua dimora è un’arnia fatata:
narcisi lontani ti mandano i loro mieli.
Per le tue feste, da lontani evi
giungono luci, come al firmamento.
Ma tu in esilio vai, solo e scontento.
Il mio ragazzo non ha casa
né paese.
La bella trama, adorata dal mio cuore,
a te è una gabbia amara.
E in tua salvezza non verrà mai la sposa
regina del labirinto.
Per il sapore strano del bene e del male
la tua bocca è troppo scontrosa.
Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto
cento corimbi d’un unico solitario fiore!
La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi
a te è deserto e impostura.
Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti.
O favolosa domanda, al tuo delirio
non v’è risposta umana.
Riposa un poco vicino a chi t’ama
angelo mio.
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido
e per dormire un lettuccio ti basta.
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro
è grande come le maree.
Sperdi i miei neri futili giorni
come l’uragano la sabbia nera.
Corro gridando i tuoi diversi nomi
lungo il sordo golfo della morte.
Riposa un poco vicino a chi t’ama.
Lascia ch’io ti riguardi. La mia stanza percorri spavaldo
come un galante che passa
in una strage di cuori.
Allo specchio ti miri i lunghi cigli
ridi come un fantino volato al traguardo.
O figlio mio diletto, rosa notturna!
Povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
risplendi come gemma di miniera
cambi diadema ogni sera
ti vesti d’oro come gli autunni.
Passa la cacciatrice lunare coi suoi bianchi alani…
Dormi.
La notte che all’infanzia ci riporta
e come belva difende i suoi diletti
dalle offese del giorno, distende su noi
la sua tenda istoriata.
I tuoi colori, o fanciullesco mattino,
tu ripiegasti.
Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.
Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.
Alibi: commento della poesia
Sin dal primo verso è evidente la centralità del tema amoroso, come nel resto delle opere di Morante: la sentenza iniziale non lascia scampo a chi non vive di amore nella propria vita sottolineando la maniera totalizzante in cui il sentimento è vissuto dall’autrice. L’amore, infatti, sembra essere la chiave di volta per comprendere il senso stesso della vita: chi non riesce ad amare e non ha la fortuna di essere amato è destinato alla miseria interiore (“Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!”).
Probabilmente la poesia è dedicata al ricordo della storia passionale e travagliata tra la poetessa e il regista Luchino Visconti. Nonostante ciò il destinatario della poesia non appare ben chiaro: per Morante non è tanto importante identificare la figura della persona amata, ma descrivere il flusso di emozioni che prova per lui, tra ammirazione, tenerezza e devozione. Tuttavia, l’evanescenza dell’amato viene in qualche modo annullata dalla cristallizzazione nella memoria dell’autrice del loro primo incontro:
Io t’amo. Beato l’istante
che mi sono innamorata di te.
A seguire, la poesia appare come un lungo flusso di immagini, trasformazioni e metamorfosi in cui la figura della persona amata non viene mai definita completamente, bensì tende ad assumere nuove forme e identità, attraverso metafore che rimandano alla mitologia, alla natura e alla magia. La rappresentazione dell’amato passa attraverso la letteratura più classica incarnando Giulietta e il mitico re Artù, oppure ancora figure della mitologia greca come il saggio centauro Chirone, il dio Sileno o addirittura Briseide, l’amata dell’eroe Achille. In questo modo l’io lirico descrive un’entità mutevole, in grado di attraversare epoche e ambienti differenti, conferendo alla poesia un atmosfera onirica e fiabesca. Infatti, anche ogni ruolo di genere sembra essere superfluo e obsoleto, relegando poeta e amato in uno spazio del tutto al di fuori del reale: Morante riesce ad assumere agevolmente il tono di amante devota, ma anche di poeta innamorato, quasi si riferisse ad una musa. Nel ribaltamento finale che chiude la poesia si concentra l’annullamento totale dei ruoli limitanti dei generi, accostando il suo amato ad una delle forme più alte d’amore, da sempre presente in letteratura: il sentimento materno (“Il tuo corpo materno è il mio riposo”)
Tuttavia, l’intensità e la complessità del sentimento amoroso in Morante incontra le proprie criticità intrinseche: in questa atmosfera tra sogno e realtà è evidente anche come l’oggetto del suo amore e del suo desiderio sia al tempo stesso lontano e spesso inaccessibile. Probabilmente, però, proprio questa condizione di lontananza è necessaria per poter vivere in modo passionale e per dare modo all’amore, nonostante il dolore, di rifiorire costantemente e di dargli sempre nuove forme, proprio come succede in Alibi:
Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
[...]
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
L’amore, nell’universo morantiano, non appartiene alla realtà. Per essere vissuto in una maniera così devota e, forse, quasi platonica in senso stretto, ha bisogno proprio di un altrove, di uno spazio iperuranico ideale per cristallizzarsi nello spazio e nel tempo. Alibi, dunque, come sembra indicare la parola stessa, non ricerca delle difese. Considerando l’etimologia del termine (che significa altrove, dall’avverbio latino composto alius e ibi), cerca un nuovo luogo dove relegare un sentimento troppo complesso e intenso per la banalità del reale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Alibi” di Elsa Morante: la poesia sull’amore tra sogno e realtà
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