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È morto ieri, 11 febbraio 2026, Cees Nooteboom (nato ad Amsterdam nel 1933), a Minorca, Spagna, una delle voci più raffinate e originali della letteratura europea contemporanea. Scrittore, poeta, saggista, autore di cronache di viaggio che hanno ridefinito il genere, Nooteboom ha vissuto intensamente la propria esistenza, trasformando ogni esperienza in pensiero e ogni spostamento in forma narrativa.
Il successo arrivò presto. A soli ventidue anni pubblicò Philip e gli altri (1955), romanzo che lo impose all’attenzione della critica e dei lettori. Più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura, non lo ha mai ricevuto, ma la sua autorevolezza, europea e cosmopolita, alla fine non ha avuto bisogno di consacrazioni ufficiali.
Nooteboom può vantare di aver vissuto almeno due vite tra Amsterdam e Minorca, se non molte di più. Per lui viaggiare non era accumulare destinazioni, ma abitare esistenze parallele. Ogni città, ogni lingua, ogni paesaggio apriva una possibilità diversa del Sé. Era un modo di moltiplicare il tempo, di sottrarsi alla linearità biografica.
La sua doppia appartenenza all’Olanda e alla Spagna lo rendeva un migrante perenne, un pendolare annuale tra nord e sud. Dalla sua Amsterdam, con la luce bassa sui canali alla sua isola, Minorca, con la luce e il vento mediterraneo e la sua pioggia rossa. Una tensione costante e feconda: sull’isola si ritirava per scrivere, per riordinare le idee raccolte durante l’anno di viaggi e di esperienze e regalarle al mondo in una forma originale e filosofica.
A Minorca ritrovava il contatto con una natura ciclica, essenziale, che conteneva insieme vita e morte. Le stagioni gli offrivano l’immagine concreta di ciò che la sua opera ha sempre meditato: la fine come parte di un ritmo ciclico.
La morte, infatti, attraversa molti dei suoi libri. In Rituali (1982) e La storia seguente (1991) ad esempio ci regala riflessioni sull’aldilà e sulla morte. In Pioggia rossa (Iperborea, 2007, trad. di Claudia Di Palermo) ricorda come uomini e animali siano di passaggio su questa terra.
Ma alla fine di quell’estate Willy era morto, e quella dopo anche Tibet (due cani, NdR). Ancora me li vedo davanti, tutti e due, come anche Pipistrello (il gatto, NdR). Sono gli unici momenti in cui credo nell’aldilà.
L’aldilà, per Nooteboom, inteso come un lampo della memoria. Una fede del tutto privata, la sua, che nasce dalla consapevolezza dell’appartenenza e della perdita.
Viaggiatore instancabile, uomo coltissimo, nel suo ultimo viaggio lo accompagnano le sue stesse parole:
Il punto è scomparire ed esserci al tempo stesso. Pur mantenendo la tua vita […] puoi scomparire.
Essere, contemporaneamente con l’anima, ad Amsterdam e a Minorca, nel nord e nel sud, nella luce e nell’ombra. Ma per uno scrittore che ha fatto della presenza e dell’assenza un esercizio quotidiano, la scomparsa non è mai un gesto definitivo. Nei suoi libri continua quel pendolarismo sottile tra mondi, tra lingue, tra stati dell’essere.
Se è vero che ha vissuto almeno due vite, è altrettanto vero che la letteratura gliene ha concesse molte di più. E in quelle vite, ora, continua a esserci.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Addio a Cees Nooteboom, lo scrittore che ha abitato più vite
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