La creatività è uno dei temi più indagati dalla psicologia del Novecento e anche Karl Duncker con il suo problema della candela offre, a tal proposito un interessante contributo che ci permettere di comprendere anche cosa sia la fissità funzionale.
Allievo prediletto di Wolfgang Köhler e Max Wertheimer, Karl Duncker (2 Febbraio 1903 – 23 Febbraio 1940) appartiene alla seconda generazione degli psicologi della Gestalt berlinesi: non si occupò solo di esperimenti di problem solving, come il problema della candela, ma si interessò anche di tematiche filosofiche e gnoseologiche quali la coscienza e il solipsismo, le immagini mentali, le illusioni e i sogni, con un approccio fenomenologico che assegnava grande importanza ai fenomeni.
Al di là del problema della candela di Duncker sarà opportuno anche riflettere sul concetto di fissità funzionale: il nostro esperimento, infatti, oltre a poter essere generalizzato, chiama in causa altre tematiche psicologiche di grande interesse – il funzionamento della mente umana, l’abitudine, l’insight – sulle quali si è concentrata la psicologia della Gestalt.
Analizziamo, allora, insieme il problema della candela di Duncker, cercando di comprenderne la soluzione e individuando il suo significato e i legami con altri concetti della psicologia cognitiva.
Analisi e soluzione del problema di Duncker
Karl Duncker coinvolse un gruppo di partecipanti nel suo esperimento e, innanzitutto, fornì loro una serie di oggetti che posizionò su un tavolo; gli mise a disposizione:
- una candela;
- dei fiammiferi;
- delle puntine da disegno in una scatoletta;
Poi assegnò ai partecipanti coinvolti nell’esperimento il compito ovvero il problema da risolvere: chiese loro di trovare un modo per collocare la candela sul muro, tale che la candela quando fosse stata accesa non sgocciolasse a terra.
Quasi tutti i partecipanti andarono incontro a un insuccesso perché tentarono in vari modi di fissare la candela al muro con le puntine oppure utilizzarono la cera sciolta con i fiammiferi per raggiungere il loro obiettivo: in entrambi i casi l’esperimento terminò con un misero nulla di fatto perché non solo la cera cadeva a terra quando la candela era accesa ma, spesso, finiva a terra anche la stessa candela che, evidentemente, era fissata al muro in modo posticcio.
Solo pochissimi partecipanti riuscirono ad individuare l’unica soluzione possibile al rompicapo: svuotarono la scatola che conteneva le puntine e utilizzarono queste ultime per fissare la scatola sul muro, imprimendo le puntine su un dei suoi lati; in questo modo la base della scatola era diventata un piano parallelo al pavimento sul quale avrebbero, poi, adagiato la candela che, una volta accesa, avrebbe depositato la cera liquida proprio sulla base della scatoletta, senza farla cadere a terra.
Di fronte al quasi totale insuccesso dell’esperimento Karl Duncker decise di ripeterlo con un nuovo gruppo di persone e con una variante, di poco conto ma incredibilmente significativa. All’inizio dell’esperimento, infatti, lo psicologo tedesco dispose sul tavolo la candela e i fiammiferi ma separò le puntine dalla loro scatoletta, tirandole fuori da essa.
L’esito fu, allora, diverso, perché nel secondo gruppo di partecipanti all’esperimento ci fu un numero maggiore di persone che arrivarono alla soluzione, utilizzando la scatola delle puntine come portacandele, e lo fecero in tempo minore rispetto ai loro omologhi del primo gruppo.
A questo punto c’è da chiedersi perché, nelle due differenti varianti, lo stesso esperimento ha avuto un esito tanto diverso?
Il significato del problema della candela di Duncker e la fissità funzionale
La risposta la fornisce lo stesso Karl Duncker: nel testo che dedica a La psicologia del pensiero produttivo (1935) egli spiega che lo scarso successo riscontrato durante la prima sessione dell’esperimento è da attribuire alla fissità funzionale, che definiva come quell’
“atteggiamento mentale che ci rende in grado di vedere soltanto le soluzioni che implicano l’impiego di oggetti nel modo più abituale o consueto”.
In altri termini la fissità funzionale è una capacità percettiva e cognitiva utile ad interagire in modo più rapido ed efficace con l’ambiente circostante ma che, in alcuni casi, può diventare anche un evidente limite nella soluzione di problemi inconsueti. Per comprendere ripercorriamo quel che succede nella mente dei partecipanti alla prima sessione dell’esperimento: Duncker gli offre una scatola piena di puntine, il cervello dei partecipanti attribuisce immediatamente alla scatoletta una funzione – quella di contenere le puntine – che in qualche modo rimane fissata ad essa. Ciò impedisce di vedere la scatoletta come un potenziale contenitore di altri oggetti come, ad esempio, la candela.
Il problema della candela di Duncker, allora, insegna che la fissità funzionale è un limite dell’essere umano? Non esattamente, perché il nostro cervello è solito applicare dei principi di economia, regole di condotta simili a quel rasoio di Ockham che tanto efficace si rivela nel ragionamento e nell’indagine scientifica.
Proprio per pensare più rapidamente, per interagire con l’ambiente in modo più efficace e per assicurarsi un minore dispendio di energia, la nostra mente associa uno specifico oggetto a una determinata funzione e, soprattutto nell’età adulta, tende a privilegiare un ristretto ventaglio di strategie, di metodi e di approcci risolutivi di fronte alle avversità che la vita gli pone di fronte.
Se da un lato ciò garantisce il successo in tutto ciò che è ordinario e che, in qualche modo, riguarda la nostra confort zone, poi, quando ci troviamo coinvolti in una situazione inedita, potrebbe improvvisamente diventare un limite.
La fissità funzionale, d’altra parte, se esacerbata può avere anche dei risvolti patologici: una eccessiva rigidità di pensiero, oltre ad essere sintomo di bassa autostima, di inesperienza o di ansia, può portare a scarsa flessibilità e, quindi, a una ridotta capacità di adattamento all’ambiente, a una rigidità sul versante emotivo e a evidenti difficoltà nella gestione e nella risoluzione di situazioni di stress.
Dal problema della candela di Duncker al problem solving
Come anticipato, creatività e problem solving sono diventati nella seconda metà del Novecento due degli oggetti di studio preferiti non solo dalla scuola gestaltista ma anche da molti altri psicologi di orientamento differente.
Al di là della curiosità dei biografi che hanno notato come personalità geniali (come ad esempio Leonardo, grande risolutore di problemi) conducessero spesso una vita molto regolare e ripetitiva, per non dire ossessiva, è importante richiamare qui il concetto di insight, elaborato sempre nell’ambito della psicologia della Gestalt e strettamente connesso alla risoluzione di problemi.
Pensiamo, per un momento, a un esercizio di matematica, dove magari compaiono delle figure geometriche: mentre lo svolgiamo, a un certo punto ci pare di essere bloccati, non sappiamo cosa fare per andare avanti e iniziamo a osservare la figura, le linee, i segmenti, le intersezioni. All’improvviso la soluzione diviene improvvisamente chiara e riusciamo a intravedere quali sono i passaggi che ci porteranno alla soluzione.
Cosa è successo in questo esempio? L’ignaro studente alle prese con problema geometrico ha vissuto un processo di insight, ovvero di illuminazione, di intuizione.
In un lasso di tempo molto ridotto, infatti, è riuscito a riconfigurare il problema e a guardare in modo nuovo ai singoli elementi in gioco nel problema e alle relazioni tra essi.
Proprio questa riconfigurazione, questo improvviso cambio di assetto, che è anche un processo di riorganizzazione, si realizza nell’insight conducendo improvvisamente alla soluzione. Basta riflettere un po’ sulla soluzione del problema della candela di Duncker per rendersi conto che, anche in quel caso, è bastato guardare ai singoli elementi con occhi nuovi e ridefinirne le funzioni e i rapporti per riuscire nell’obiettivo assegnato dallo sperimentatore.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il problema della candela di Duncker: analisi, soluzione e significato

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