La distinzione tra tempi verbali commentativi e narrativi è stata messa a punto dal linguista tedesco Harald Weinrich le cui teorie hanno ottenuto, negli ultimi decenni, sempre maggiore risonanza non solo nella linguistica ma anche nella narratologia, la disciplina che studia i modi e tempi della narrazione, la struttura dei personaggi e il loro modo di esprimersi e le modalità in cui il narratore manifesta più o meno chiaramente la sua presenza nel testo.
Secondo Weinrich i tempi verbali possono avere molteplici funzioni all’interno del testo narrativo, una di queste è l’atteggiamento dello scrittore verso il materiale linguistico: sapere, quindi, se un tempo verbale può essere considerato commentativo oppure narrativo, ci aiuta a comprendere quali sono le intenzioni dello scrittore, l’intento narrativo, o comunicativo, che lo ha mosso nella realizzazione di un testo.
Parimenti saper distinguere tra tempi verbali commentativi e narrativi può essere utile anche per uno scrittore: quando dovrà impostare un periodo, scegliere quale tempo verbale utilizzare e impostare così la consecutio temporum, riuscirà a farlo con maggiore pregnanza, dal momento che potrà dare forma alle sue intenzioni declinando più consapevolmente gli strumenti linguistici di cui si serve.
Come spiega lo stesso Harald Weinrich nella sua opera più celebre, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo (1964) la distinzione tra tempi verbali commentativi e narrativi, i tempi che, d’altra parte, ricorrono con maggiore frequenza nel testo narrativo,
“offrono a chi parla la possibilità di influire in una maniera determinata sull’ascoltatore guidandolo nell’atto ricettivo di un testo. Il parlante infatti, usando i tempi commentativi dà a capire che per lui è opportuno che l’ascoltatore nel recepire quel tal testo assuma un atteggiamento di tensione, mentre coi tempi narrativi dà ad intendere, per opposizione, che il testo può essere recepito in stato di distensione”.
La scelta del tempo, quindi, consente a chi parla, quindi, all’autore del testo narrativo, o di qualunque altro testo, di mettere l’ascoltatore in una precisa condizione, di tensione o di distensione.
Scopriamo allora quali sono i tempi verbali commentativi e narrativi e analizziamo qualche esempio per capire meglio come si usano.
Tempi verbali commentativi e tempi verbali narrativi: quali sono
Per avere un chiaro schema di quelli che sono i tempi verbali commentativi e narrativi possiamo considerare la seguente tabella, tenendo presente che i primi appartengono tutti al modo indicativo e sono:
| Tempi commentativi | Tempi narrativi | ||
| presente | imperfetto | ||
| passato prossimo | passato remoto | ||
| futuro semplice | trapassato prossimo (o, in altre lingue europee, il piuccheperfetto) | ||
| futuro anteriore | condizionale presente | ||
| condizionale passato |
Tempi commentativi e narrativi: esempi e come si usano
In prima battuta possiamo affermare che i tempi commentativi si usano quanto si ritiene opportuno coinvolgere il lettore, o il destinatario del messaggio in modo più diretto: grazie a questi tempi verbali si ingenera nel lettore un atteggiamento di tensione, lo si porta a un maggiore coinvolgimento psicologico con quanto il narratore afferma, quindi, in definitiva, con il narratore stesso.
Di contro i tempi narrativi devono essere preferiti quando si narra un evento o un tema per il quale è richiesto al lettore o all’ascoltatore un atteggiamento di distensione: con questa scelta linguistica si vuole quindi determinare in lui un maggiore distacco psicologico.
Consideriamo due esempi per fare maggiore chiarezza:
Da bambina è caduta mentre si arrampicava sullo scivolo
In questa frase la proposizione principale utilizza un verbo al passato prossimo, quindi un tempo commentativo: qui ci troviamo di fronte a una azione collocata nel passato, il fatto è concluso ma, in qualche modo ha influenza sul presente, quindi crea tensione. L’autore con l’utilizzo di questo tempo verbale produce, dunque un maggiore coinvolgimento del lettore, o del destinatario del messaggio.
Da bambina cadde mentre si arrampicava sullo scivolo
In questa seconda frase ci troviamo di fronte a una proposizione principale dove è impiegato il passato remoto, quindi un tempo narrativo: anche in questo caso l’azione è collocata nel passato e il fatto è concluso, inoltre il fatto descritto non ha influenza sul presente, quindi crea distensione. L’autore, in tal modo, determina un maggiore distacco del destinatario del messaggio.
Altro esempio che possiamo richiamare sono le fiabe, un genere letterario molto indicativo per comprendere meglio la distinzione tra tempi commentativi e tempi narrativi. Consideriamo l’epilogo de I musicanti di Brema, una nota fiaba dei fratelli Grimm:
“Da quel giorno i briganti non si arrischiarono più a ritornare nella casa, ma i quattro musicanti di Brema ci stavano così bene che non vollero andarsene. E a chi per ultimo l’ha raccontata ancor la bocca non s’è freddata”.
Nella penultima proposizione troviamo un passato remoto e un imperfetto, si tratta dei tempi narrativi per eccellenza, che, con la loro distensione, permettono al lettore di immergersi in una dimensione altra, fantastica appunto, quindi lontana dalla realtà in cui si trova, e dalla realtà tout court.
L’ultima proposizione, invece, utilizza il passato prossimo, quindi un tempo commentativo, con il quale i narratori, probabilmente anche senza averne piena contezza, riportano alla “realtà” i piccoli lettori (o ascoltatori) della fiaba ed evitano di lasciarli “intrappolati” nella dimensione fantastica della fiaba. L’ultima proposizione svolge una considerazione che non riguarda la vicenda narrata ma “chi l’ha raccontata”, e con il suo passato prossimo crea una tensione che (ri)avvicina il destinatario (lettore) all’emittente (narratore) del messaggio. Proprio quest’ultima frase, poi, è degna di una maggiore partecipazione emotiva del narratore, dal momento che allude, in qualche modo, ad un effetto che la fiaba produce quando viene riportata oralmente da qualcun altro.
Possiamo, infine, svolgere alcune considerazioni sulla forma del romanzo che possono utilmente essere applicate anche al racconto. In queste forme di scrittura l’alternanza di tempi verbali narrativi e commentativi ci permettere di distinguere il racconto di eventi e stati, ovvero le parti del testo più genuinamente diegetiche (la diegesi è la rappresentazione narrativa di una vicenda, la rappresentazione narrata, quindi indiretta, svolta da un narratore, in opposizione alla rappresentazione diretta – o mimesi – che avviene nel teatro, ad esempio), dalle parti in cui il narratore, con un proprio commento, si cala all’interno del testo, si intromette nella vicenda narrata, per esprimere il proprio personale punto di vista, il suo pensiero e le sue opinioni, da un punto di vista che va oltre la narrazione stessa, quindi da un punto di vista metanarrativo. Questo modus operandi è particolarmente frequente quando il narratore è esterno alla storia: lo troviamo, ad esempio, nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove un narratore onnisciente ci accompagna per tutta la vicenda e non lesina considerazioni di carattere morale e interventi che vanno oltre la narrazione pura e semplice.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tempi verbali commentativi e narrativi: quali sono e come si usano
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