Semiotica della fine. Saggi sul capitalismo e l’apocalisse
- Autore: Alessandro Sbordoni
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Siamo stati sordi al monito di Nietzsche: abbiamo fissato talmente a lungo l’abisso che l’abisso (del capitalismo) ci ha fissati a sua volta, rendendoci progenie del nulla. L’apocalisse appariscente degli apocalypse movies sarebbe da assumere a segno del depotenziamento del terrore della fine. In ambiti di crisi parcellizzate, senza effettive eco cognitive, difficile approdare ad altro che le espressioni subdole del tecno-capitalismo. Gli si appiccicano addosso - speranzose? tardive? utopistiche? illusorie? - particelle lessicali come “tardo” o “post” che suonano di fatto come flatus vocis. Il futuro del mondo è un loop dispercettivo: non c’è nulla che deve finire perché la fine è già avvenuta. L’abisso ci ha convocati al suo interno, ci siamo dentro come in una malabolgia post-dantesca. Qualcuno inconsapevole, qualcuno ignavo, nessuno reattivo, qualcuno profeta di un’apocalisse fuori tempo massimo, in quanto l’apocalisse è già accaduta nelle forme di anedonia e di alienazione globali.
Nei tredici saggi sull’intrinsecità che corre tra il capitalismo e la sua degenerazione apocalittica ( Semiotica della fine. Saggi sul capitalismo e l’apocalisse, Machina libri, 2025) Alessandro Sbordoni ne srotola le coniugazioni: una sorta di manifesto teorico per ipotesi di futuro senza futuro. Sostenuto dallo studio di classici del pensiero sociale contemporaneo (Byung-Chul-Han, Jean Braudrillard, Eugenme Tacker, Mark Fisher) Sbordoni (es)tende il proprio filo rosso a partire da un interrogativo quasi pleonastico: cosa (d’altro) può succedere alla fine del mondo che abbiamo immaginato sin qui? Nell’ambito della pop culture, per esempio, il terreno a cui risale in primo luogo questa indagine. Che sotto la cappa pervasiva del capitale, interseca filosofia, cinema, musica, linguaggi artistici, e tecnologia. Che chiama in causa - funzionalmente al discorso - Avangers e Donnie Darko, la musica di Arca e Britney Spears, come del resto i meme popolarissimi delle Brackrooms.
Il saggio è politico, e segnatamente speculativo: già le parole spese per le prime righe suonano da vangelo di forma aforistica.
I sogni della fine del mondo non sono più soltanto i frutti della disperazione e della paura. Sono anche la ricreazione della noia. Non è solo quando il mondo è terribile o crudele ma quando non importa più che il mondo esista o meno che la devastazione riaffiora dalle profondità in un sogno febbrile. E tra gli sbadigli, piuttosto che tra lamenti e grida, che il mondo ha fine.
Un’apatia [dal prefisso privativo a-(senza) e pathos (passioni, emozioni)], discendente da una noia senza fine. Un tedio che ha soppiantato il terrore della fine dei secoli scorsi. La popolazione alienata del pianeta si limita a concettualizzare l’argomento apocalittico, la noia risulta un movente inerte, non distruttivo, non bastante all’azione di evitare la fine.
Ancora Alessandro Sbordoni, poco più avanti:
Una nuova sorta di nichilismo sta prendendo forma dalla noia che descrive il tardo capitalismo. È il nichilismo secondo cui la fine ha perso la propria finalità. In un articolo pubblicato il 13 gennaio 2007, Mark Fisher afferma che “abbiamo smesso di immaginare la fine del mondo così come abbiamo perso la capacità di immaginare la fine del capitalismo. Strano a dirsi, ma il timore di un’apocalisse incombente – dilagante durante la guerra fredda – sembra essere stato cancellato dall’inconscio popolare. Se è sempre più difficile immaginare alternative al capitalismo, è perché il mondo è già finito”.
Semiotica della fine è un saggio intelligente e serio, da prendere molto sul serio.
Semiotica della fine. Saggi sul capitalismo e l'apocalisse
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