Tra contenuti online, notizie e politica, è scontato dire che oggi il tema della violenza di genere è, fortunatamente, ampiamente conosciuto e diffuso, così da identificare questo fenomeno e cercare di arginarlo, per quanto possibile.
Il femminismo ha sempre cercato di scardinare i rapporti di forza tra uomo e donna e Sibilla Aleramo è stata una straordinaria precorritrice nel denunciare fenomeni che fino a quel momento erano considerati normali, come la violenza domestica.
Nella sua celebre poesia Rose calpestava (scritta a Sorrento l’8 dicembre 1916 e inserita nella raccolta riedita nel 2023 dal Saggiatore con il titolo Tutte le poesie), emerge il dolore per un amore malato e violento, emblema problematico anche nei giorni nostri e descritto con uno stile delicato, ma non per questo meno brutale nei contenuti.
Proponiamo di seguito il testo con un breve commento.
Rose calpestava: il testo della poesia
Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo invano di creatura!
Rose calpestava,
s’abbatteva il pugno
e folle lo sputo
sulla fronte che adorava.
Feroce il suo male
più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita,
ch’io muoia,
muoia del suo male!
Rose calpestava: commento alla poesia
Nonostante il carattere breve e apparentemente sintetico della poesia, la densità e l’intensità del verseggiare di Aleramo non svaniscono nel nulla, anzi, è evidente sin dal primo verso, altamente simbolico. Le rose di cui parla l’autrice, infatti, rappresentano lei stessa e, in ottica femminista, anche le donne che subiscono o hanno subito violenza. Viene utilizzato il tempo imperfetto, rievocando così un ricordo che scatena una serie di immagini molto dure rispetto alla delicatezza delle rose, a partire dall’utilizzo del verbo calpestare, che richiama proprio il senso di sottomissione e oppressione tipiche delle dinamiche di violenza domestica. Tuttavia, la poesia annulla il senso di impotenza dell’autrice, che compie un atto assai significativo utilizzando un lessico ben specifico e soprattutto concreto che definisce semanticamente la violenza. Lividura, pugno, sputo sono le parole di cui Aleramo si appropria per non rimanere una semplice vittima, mostrandosi tutt’altro che spaventata o remissiva rispetto alla sua condizione.
Benché emerga l’evidente denuncia nei confronti della violenza di genere, che certamente è frutto di questa mia lettura critica, Aleramo, com’è comprensibile, non si sente poi così forte e pronta nel reagire alle violenze, che il più delle volte finiscono per lasciare danni morali e psicologici piuttosto che meramente fisici. L’autrice, infatti, sente di lasciarsi morire nonostante abbia finalmente allontanato il suo male. Il pessimismo è evidente, ma, al tempo stesso i due versi finali sembrano espressione di una certa amarezza, espressa elegantemente secondo la penna di Aleramo, che denuncia proprio quel male come causa delle sue sofferenze e della sua morte figurata.
Ma, or che son fuggita,
ch’io muoia,
muoia del suo male!
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Rose calpestava”: la poesia di Sibilla Aleramo che grida la violenza di genere
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