- Autore: Vigdis Hjorth
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2026
C’è un’estate, nell’infanzia di tutti noi, in cui il tempo sembra non dover finire mai. Le domeniche sono noiose, ogni giorno uguale a se stesso, la casa dei nonni sempre identica e tutto lascia credere che debba restare così ancora per molti, moltissimi anni. Poi, d’un tratto, un evento inaspettato cambia ogni piccolo particolare che sembrava immutabile. È su questa emozione condivisa che Vigdis Hjorth costruisce Quindici anni (Fazi Editore, luglio 2026, trad. di Margherita Podestà Heir): la promessa che tutto resterà sempre uguale che, dispiegandosi, si sgretola, mostrando la fragilità della vita, delle persone e degli eventi.
Siamo in Norvegia, tra la periferia anonima di una città di provincia e Rødøy, un’isola del Nord dove il tempo sembra scorrere più lentamente che altrove. È qui che cresce Paula: dodici anni all’inizio della storia, quindici alla fine, età così centrale da dare il titolo al romanzo. La sua unica colpa, se di colpa si può parlare, è quella di non avere ancora imparato a modulare ciò che sente: la morte, l’ingiustizia, le bugie di famiglia, persino la gioia. In mezzo, tre anni nella vita di un’adolescente che sta diventando donna.
Attorno a lei un padre risucchiato dall’invidia per un capoufficio che non lo apprezza mai abbastanza. Una madre che scrive lettere "bugiarde" alla propria madre pur di non deluderla, edulcorando ogni fallimento familiare in un piccolo trionfo di carta. Una sorella maggiore bocciata in matematica, un fallimento vissuto quasi come un lutto dalla famiglia. Un fratellino ancora capace di vivere e trasmettere una gioia pura in tutto ciò che fa. E un’amica, Karen, che di Dio e delle sue regole non ha mai avuto timore.
È attraverso gli occhi e il sentire di Paula che Hjorth osserva tutto: un unico flusso di pensiero che non si concede quasi mai una pausa e che accompagna il tempo della storia, scandito da riti apparentemente innocui. Le domeniche a sciare. Il 17 maggio, festa nazionale norvegese, con le sue bande e i suoi cortei. La preparazione alla cresima. Dietro tutti questi riti cresce, inesorabile, una domanda nella testa di Paula: ci si può ancora fidare degli adulti, una volta scoperto che mentono, seppur per amore? A questa domanda, nelle pagine del romanzo, non troviamo risposte facili né definitive.
L’equilibrio comincia a incrinarsi quando Paula scopre che il mondo degli adulti non è così coerente come aveva creduto, a partire dalla madre. Ma soprattutto quando quella fede cristiana profondamente radicata, che da sempre scandisce la sua vita e i riti della famiglia, comincia ad apparirle più come una consuetudine da rispettare che come qualcosa da vivere realmente.
In questo percorso Karen occupa un posto particolare. È l’amica con cui Paula è cresciuta, ma anche il termine di confronto attraverso cui comincia a vedere diversamente la propria famiglia e, inevitabilmente, anche se stessa. La famiglia di Karen è più libera rispetto alla sua. Meno convenzionale e soprattutto molto più rumorosa rispetto al silenzio che attraversa le stanze della famiglia di Paula. Un silenzio fatto di cose non dette, tensioni e isolamento che destabilizzano la giovane. Due quotidianità opposte, anche nel modo di mettere in discussione regole e adulti. Karen possiede già una libertà di pensiero e di parola. Paula no. Ed è quando l’amica si trasferisce a Bergen che Paula, per la prima volta, cerca davvero delle risposte. Si rivolge a Dio, senza però ricevere quella che sperava.
Il romanzo dell’autrice norvegese è certamente collocabile nella tradizione del romanzo di formazione, ma Vigdis Hjorth ne sposta il punto di osservazione. Il focus non è tanto sulla ribellione adolescenziale quanto sulla solitudine che può accompagnare la crescita quando vengono meno punti di riferimento adulti capaci di ascoltare, prima ancora che di educare. Paula ha una famiglia, delle regole, una fede nella quale è stata cresciuta e un sistema di valori ben definito: ciò che progressivamente le manca è qualcuno disposto ad accorgersi che lei sta cambiando. Ed è forse proprio qui che Quindici anni diventa un romanzo profondamente contemporaneo. Hjorth racconta una famiglia presente ma incapace di vedere e ascoltare davvero. I genitori ci sono e amano Paula, ma sono più impegnati a preservare l’ordine familiare e ciò che ritengono giusto per i figli che a interrogarsi su ciò che quei figli stanno diventando. La solitudine di Paula nasce proprio da questa contraddizione: essere amata senza sentirsi realmente ascoltata.
Intorno a Paula, Hjorth riesce a costruire personaggi che si definiscono attraverso abitudini, silenzi, frasi ripetute e piccoli gesti quotidiani. Comprimari della narrazione che non restano semplici figure di contorno, ma contribuiscono a dare corpo e forma al mondo della protagonista e al modo in cui lei, progressivamente, lo mette in discussione. Lo stesso accade con i luoghi: la casa, sempre più segnata dal silenzio e dalle tensioni, si contrappone al bosco, al lago e a Rødøy, spazi in cui Paula riesce, almeno per qualche momento, a sottrarsi alle aspettative degli adulti e ad ascoltare se stessa. È osservando la natura che Paula sembra trovare finalmente una risposta dentro di sé. "Ogni forma di crescita procedeva lentamente e a fatica", sintetizza Hjorth, sottolineando una consapevolezza che inizia appena a delinearsi: il confronto con gli adulti, anche quando è doloroso o deludente, non basta a cambiare immediatamente le cose.
Ed è forse qui che il romanzo affida il suo messaggio più forte: crescere non significa necessariamente riuscire a cambiare chi ci sta intorno, quanto imparare lentamente a riconoscere ciò che vogliamo e trovare il coraggio di scegliere per noi stessi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Quindici anni
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