Quando si pensa al Decameron, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle novelle più celebri, sull’ingegno dei protagonisti o sulla cornice della peste di Firenze che fa da sfondo alla narrazione. Eppure, prima ancora di raccontare tutto ciò, Giovanni Boccaccio sente il bisogno di spiegare il motivo per cui ha scritto la sua opera e soprattutto a chi intende dedicarla.
Infatti, per introdurre le cento novelle del Decameron, Boccaccio inserisce un proemio iniziale in cui vengono presentate le innovazioni più incisive dell’autore fiorentino: il pubblico di riferimento e le finalità.
A differenza della tradizione tipicamente medievale, maggiormente legata all’insegnamento morale e religioso della letteratura, Boccaccio gli attribuisce una funzione del tutto nuova e destinata a rimanere nei secoli. Infatti, i suoi racconti non servono soltanto ad educare o a trasmettere precetti, ma anche a offrire diletto, conforto e compagnia a chi legge. Così, la lettura diventa uno strumento capace di alleviare le sofferenze dell’animo e di rendere più sopportabili le difficoltà dell’esistenza. Vediamo nel dettaglio gli elementi principali del proemio del Decameron.
I destinatari e la dedica del Decameron
Le novità portate da Boccaccio si evidenziano a partire dalla scelta del suo pubblico di riferimento, strettamente legato agli intenti dell’opera stessa. Egli, infatti, decide di dedicare la sua opera a coloro che sono preda del dolore:
Umana cosa è avere compassione degli afflitti.
Quando Boccaccio parla di afflitti, guarda a una specifica categoria, che è particolarmente cara all’autore: Boccaccio si riferisce infatti agli afflitti a causa di quella passione amorosa che li sovrasta. Dal canto suo, l’autore fiorentino conosce molto bene questo sentimento, di cui ancora una volta si fa portavoce e difensore parlando delle sue stesse pene d’amore giovanili:
Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d’altissimo e nobile amore [...], nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire: certo non per crudeltà della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito, il quale, per ciò che a niun convenevole termine mi lasciava contento stare, piú di noia che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea.
Questo passaggio intimo apre la strada a un’ulteriore riflessione, giungendo a individuare un pubblico ancor più mirato: le donne. Quella di Boccaccio non è una scelta mossa da un moderno intento femminista, bensì una lucida intuizione d’autore e “di mercato”. Le donne del ceto borghese, vincolate dai doveri familiari e costrette a trascorrere molto tempo nelle loro camere, non avevano accesso ai passatempi maschili o alla letteratura dotta in latino. Rappresentavano quindi il pubblico perfetto, affamato di storie e dotato del tempo necessario per dedicarsi a una lettura di puro diletto.
E quantunque il mio sostenimento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi, quello doversi piú tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sì perché piú utilità vi farà e sí ancora perché piú vi fia caro avuto. E chi negherá, questo, quantunque egli si sia, non molto piú alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto piú di forza abbian che le palesi, coloro il sanno che l’hanno provato e pruovano: ed oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il piú del tempo nel piccolo circúito delle loro camere racchiuse dimorano, e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgono diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri.
Gli uomini e Boccaccio stesso, infatti, sono sopravvissuti ai dolori passionali soprattutto grazie al conforto di amici, viaggi e lavoro, mentre le donne sono costrette a rimanere sommerse dalle pene d’amore senza alcuna speranza di sollievo.
Essi (gli uomini), se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare o pescare, cavalcare, giucare e mercatare, de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, o in un modo o in uno altro, o consolazion sopravviene o diventa la noia minore.
La finalità del Decameron
Come in ogni proemio che si rispetti, accanto all’individuazione del pubblico di riferimento, Boccaccio esprime gli intenti e le finalità della propria opera, mostrandosi ancora come un vero innovatore. Dedicando l’opera alle donne afflitte per amore, egli delinea una determinata funzione del suo Decameron, cioè quella edonistica. In questo senso, la lettura e la letteratura, essendo proposti come antidoti per sopravvivere al dolore per amore, diventano fonte di diletto e di svago.
Io intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo [...], delle quali le già dette donne che quelle leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate ed utile consiglio potranno pigliare, e conoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire.
Così Boccaccio aggiunge alla tipica e fondamentale funzione didascalica della letteratura (l’utile consiglio), una funzione prettamente edonistica, proponendo racconti piacevoli e di svago. In questo modo il Decameron ottiene una duplice finalità: le cento novelle diventano al tempo stesso una guida utile per superare i mali d’amore e un antidoto per alleviarne il dolore.
In particolare, lo spirito innovativo di Boccaccio è reso possibile solamente grazie al genere e alla lingua a cui egli sceglie di affidarsi: alla lingua fiorentina volgare e alla narrativa breve (cioè alla novella). A metà del Trecento, infatti, la letteratura alta veniva scritta principalmente in latino o codificata in versi. Il rifiuto di questi dogmi ha permesso a Boccaccio di allontanarsi dai temi strettamente religiosi e moraleggianti della tradizione precedente, abbracciando quella dimensione laica e di intrattenimento della letteratura che al giorno d’oggi risulta irrinunciabile. È con Boccaccio che l’atto stesso di leggere finisce di essere relegato esclusivamente ad un contesto collettivo, tipico della poesia moralistico-religiosa in latino, collocandosi in una dimensione privata e personale. Non dimentichiamo, infatti, che in un’epoca fiorente e vivace come il Trecento fiorentino nascono nuovi bisogni e nuove abitudini derivanti dalla nascita di un primo nucleo della nuova classe borghese di tipo mercantile. L’individuazione del pubblico femminile, strettamente legato alla lettura personale e di diletto, rende evidente come la letteratura si allontani dai luoghi esclusivamente ecclesiastici o aristocratici, spostandosi in direzione di un processo di laicizzazione che vede le classi intermedie, la gente comune, al centro di determinati bisogni, come leggere per il semplice gusto di farlo, per trascorrere il tempo libero o per non essere afflitti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il Proemio del Decameron: come Boccaccio legittimò la lettura per diletto
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