Tutto inutile, tutto vano. Giugno 1915-ottobre 1917, migliaia di caduti, ancora più mutilati e feriti, pochi ettari di territorio strappato facendo breccia con i petti nei reticolati, come chiedeva l’ottusa retorica di guerra dell’epoca: risultati cancellati dalla rotta di Caporetto, con l’arretramento del fronte dall’Isonzo al Veneto. Ventotto mesi di combattimenti e sacrifici vanificati dalle nuove tattiche delle sturmtruppen austro-tedesche. Annullati anche i già sterili sforzi di nostre truppe scelte, descritti con la competenza appassionata che gli è propria dallo storico goriziano Mitja Juren, esperto del primo conflitto mondiale nel suo Carso. Il saggio, Plezzo/Bovec 1915. Javoršček e Vršič. Le battaglie dei bersaglieri, è pubblicato da Gaspari Editore e ampiamente illustrato con immagini anche a colori e cartine (Udine, maggio 2025, collana “La nuova Storia militare”, 256 pagine).
Quasi tutti i toponimi dei luoghi, Ravelnik, Jablenka, Čezsoča, Humčič, Slatenik, oltre a Javoršček e Vršič, ricorrono in una lingua non latina, piena di consonanti e di accenti inconsueti, lo sloveno, segno che si combatté in territorio nemico lungo il corso fluviale isontino. Una pressione ostinata, da fine maggio 1915: gli italiani si accanirono sanguinosamente contro le posizioni più difendibili, rese baluardi inespugnabili dagli austroungarici.
Fallirono gli assalti dei Reggimenti di fanti piumati alle postazioni fortificate nell’Alto Isonzo, aspri scontri senza successo per scavalcare la forra dello Slatenik. Il nemico era trincerato a sbarramento in alta quota, sul massiccio dello Javoršček (l’alfiere silenzioso alle spalle di Caporetto) e sul monte Vršič. Enormi le difficoltà tattiche e logistiche riscontrate dal Regio Esercito nella conca di Plezzo (Bovec), all’inizio della guerra. Ripetute ondate offensive, altrettanti cruenti fallimenti: agli ostacoli naturali del terreno montano proibitivo, si aggiungevano la saldezza delle difese nemiche, l’insufficienza della nostra artiglieria e l’inesperienza bellica. Incideva anche l’arretratezza dottrinale: si concepiva solo l’attacco frontale, anche perchè tentare aggiramenti attraverso boscaglie e canaloni voleva dire venire falcidiati dal fuoco di saldi reparti scelti avversari. Anche truppe celeri come i bersaglieri finivano per perdere le caratteristiche di agilità, costrette ad assalti sempre verticali verso trincee sovrastanti.
Ardui i rifornimenti in montagna. Senza teleferiche e strade camionabili, la logistica stentava nell’assicurare linee di comunicazione efficienti, dovendo superare dislivelli impressionanti. Le infrastrutture vennero man mano sviluppate solo con gli anni. Sicchè agli approvvigionamenti di cibo, munizioni e acqua potevano provvedere solo le braccia dei soldati. Al più, si faceva ricordo al trasporto a dorso di quadrupedi, lungo mulattiere costantemente esposte al tiro. Mancavano anche baraccamenti, caverne, ripari e appostamenti. Fino all’autunno inoltrato del 1915, i soldati operarono allo scoperto.
La geografia era quanto mai ostile, la profonda forra dello Slatenik potok era una barriera naturale che isolava i reparti avanzati dalla sponda dell’Isonzo. Invece, gli austriaci godevano di una visuale perfetta e del controllo totale delle vie d’accesso tutte sottostanti, dalle creste dello Javoršček, del Vršič e del Rombon, trasformate in fortezze di roccia. Agli italiani, ai bersaglieri, mancò tutto, tranne l’ostinazione e le perdite; difettavano l’organizzazione, la copertura, la preparazione, l’artiglieria, la parità di quota col nemico, sempre avvantaggiato da posizioni elevate.
Riusciti o meno gli sforzi, la notte del fatidico 24 ottobre 1917 bastarono poche ore di cannoneggiamento di distruzione e a gas sulle trincee italiane ad aprire la strada all’infiltrazione di reparti ben armati a Plezzo e nella testa di ponte di Tolmino. Aggirando le valli sottostanti le difese grigioverdi arroccate sulle cime di rilievi anche considerevoli, le armate del kaiser e dell’imperatore dilagarono alle spalle di tutte le linee predisposte dall’esercito di Cadorna. In fumo i risultati conseguiti dalle sanguinose spallate, le undici offensive sull’Isonzo, di cui solo due effettivamente efficaci; la sesta, nell’agosto 1916, con la caduta dei Monti Sabotino, Podgora-Calvarija e San Michele che fruttarono la presa di Gorizia e l’undicesima, con l’avanzata insolitamente profonda nell’altipiano sloveno della Bainsizza.
Una curiosità nelle pagine di Juren: il valido storico ricorda l’arrivo di Vladimir Putin su questi monti, per commemorare i prigionieri russi impegnati 110 anni fa come manodopera dagli austriaci. Il 30 luglio 2016, in visita di Stato in Slovenia, il presidente russo ha raggiunto per una cerimonia la Cappella ortodossa eretta sul passo di Vršič, non lontano da Kranjska Gora, sopra la valle di Plezzo. La chiesetta, edificata dagli stessi prigionieri, sorge a quota 1611. La facciata in legno attira l’attenzione, affiancata dai campanili gemelli con le croci ortodosse. Ricorreva il centenario di quella costruzione, in onore dei prigionieri di guerra dell’esercito zarista deceduti durante la prima guerra mondiale.
La cappella sul Vršič rappresenta una delle poche testimonianze rimastei della massiccia presenza sul fronte isontino di soldati russi. Si stimano in 20-30mila i militari della Russkaja imperatorskaja armija catturati sul fronte orientale e trasferiti sull’Isonzo come braccia per le esigenze logistiche dell’esercito austro-ungarico. Mancano dati precisi di questi protagonisti loro malgrado della Grande Guerra tra il Rombon e il Carso: l’enorme quantità di militari stranieri finiti nei campi di concentramento non favorì la contabilità precisa da parte delle pur capaci amministrazioni asburgiche. Vienna si trovò a gestire da 1,8 a 2,3 milioni di prigionieri russi, serbi, italiani, francesi, britannici, americani, rumeni e montenegrini. “Un compito al quale non si poteva essere preparati”.
- Autore: Mitja Juren
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Plezzo/Bovec 1915. Javoršček e Vršič. Le battaglie dei bersaglieri
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