Centodieci anni fa, sul Carso, una granata diventava mille granate. Lo scoppio spaccava le rocce di calcare in tantissime pietre assassine, letali quanto le schegge di metallo delle ogive di artiglieria. Ogni esplosione moltiplicava la pericolosità: alla vampa e allo spostamento d’aria si sommava la proiezione di micidiali shrapnel naturali contro i poveri fanti italiani, sempre all’assalto in quel settore. È anche questo su cui si deve riflettere, nel leggere i testi e sfogliare le pagine fittamente corredate d’immagini, cartine e documenti a colori e bianconero, dell’album n. 8 della collana “La guerra raccontata e illustrata”, altro gioiello delle edizioni Gaspari di Udine: Le battaglie del Carso. Doline in fiamme, le «spallate» dell’agosto-novembre 1916 (gennaio 2014, 26x21 cm, 176 pagine).
Facciamoci aiutare dai curatori, per inquadrare il teatro geografico dei combattimenti, conservando dove possibile la doppia dizione dei toponimi, italiana e slovena, nel territorio giuliano allora sotto la sovranità dell’Impero austro-ungarico.
Il Carso-Krs è un vasto altopiano roccioso-calcareo che dalla sinistra del fiume Isonzo-Soca arriva dalle estreme Alpi orientali fino al Golfo di Trieste, spingendosi a oriente in Slovenia. Il perimetro di questo territorio di pietre aspre è chiuso su tre lati dalle acque: a nord la Vipava, il fiume Vipacco dei Bollettini italiani, a sud l’Adriatico del Golfo di Trieste, a ovest e a meridione di Gorizia il corso dell’Isonzo.
Ai primi di agosto del 1916, quattordici mesi di offensive erano costati all’Esercito italiano decine di migliaia di morti e feriti, per avanzate che si contavano soltanto nell’ordine delle centinaia di metri, in una lenta erosione della linea rafforzata dal nemico e difesa strenuamente, secondo gli ordini del feldmaresciallo Borojevic. Le truppe grigioverdi della III Armata erano riuscite con le cinque “spallate” sanguinose del 1915 ad attestarsi ostinatamente sulla fascia marginale del Carso di Doberdò-Dobrodan, sulle alture del San Michele e su alcune quote a nord di Monfalcone. Gli austriaci già cominciavano i primi lavori per la difesa campale del Carso di Comeno-Komen, a est, ancora fuori portata dell’artiglieria italiana. Simili fisicamente, i due altopiani differiscono per l’altitudine dei rilievi. Mentre nella zona di Doberdò solo poche cime superano i 200 metri, nell’altro il Veliki Vrh sale a 464 metri. La più alta delle quote del San Michele-Debela Griza si eleva a 275, solo 208 il monte Olmeto-Brestovec.
Le rocce calcaree assorbono l’acqua piovana, che filtra nel sottosuolo, lasciando brulla e butterata la superficie. In più, tra le manifestazioni del carsismo quella che è caratteristica dei paesaggi ondulati e tormentati del Carso è la dolina. Il nome deriva dalla parola dol, che nella lingua slovena traduce valle. È una conca naturale chiusa, un piccolo avvallamento a forma d’imbuto. Sono disseminate a centinaia nei due altopiani: superfici poco inclinate, crateri rocciosi di diversa grandezza e profondità. Un territorio lunare, oggi mascherato da una vegetazione lussureggiante. Durante la guerra si rivelarono provvidenziali per entrambi gli eserciti. Permisero alle forze opposte di combattere e stazionare a lungo, in un ambiente di roccia nuda, ostile, arido, rado, privo di ripari. Nelle doline i soldati aprirono caverne, costruirono ricoveri e baracche, apprestarono postazioni e scavarono camminamenti di collegamento. Ognuna ebbe un nome, per poterle identificare anche di notte, nel labirinto di pietra.
Il mondo delle doline si manifestò agli occhi italiani solo nell’agosto del 1916. Scavalcando finalmente le alture sul Carso di Doberdò, l’imponente sistema logistico delle retrovie austro-ungariche si rivelò in tutta l’efficiente organizzazione, basata sul sapiente impiego delle doline adattate militarmente. È del resto la sorpresa tattica di Gorizia la prima battaglia in esame nel volume. Nella primavera 1916, l’attacco dal Trentino dell’imperial-regio esercito del feldmaresciallo Conrad aveva minacciato alle spalle lo schieramento carnico-carsico, ma era stata rintuzzato dagli italiani, complice anche il tracollo austriaco in Galizia, sul fronte russo investito dalle Armate di Brussilov. Eppure, proprio la convinzione che gli Italiani si stessero leccando le ferite della dura lezione nel saliente di Rovereto, sul Pasubio e sull’Altopiano di Asiago finì per tradire i Comandi austroungarici, che peccarono di eccesso di sicurezza, credendo Cadorna alle corde.
Il 6 agosto 1916, cinquanta giorni dopo la fine dell’offensiva austriaca di primavera conosciuta come Strafexpedition (spedizione punitiva), l’esercito italiano diede inizio da Tolmino al mare alla sesta battaglia dell’Isonzo. Dopo oltre un anno di progressi modesti e offensive pagate con un enorme dispendio di sangue, questa fu coronata dal successo, perchè inattesa. Le truppe di Cadorna attaccarono il basso Isonzo con una netta superiorità di uomini e artiglierie, cogliendo impreparati gli austro-ungarici. L’imponente concentrazione di bocche da fuoco e di truppe, davanti alla testa di ponte di Gorizia e alle falde del Carso, derivava da un arrocco veloce e ben riuscito, operato sul fronte interno. In poco più di un mese, gran parte delle artiglierie di medio e grosso calibro era stata trasferita via rotaia dall’Altopiano di Asiago al fronte isontino. La vera entità dell’offensiva italiana saltò agli occhi dei comandi austriaci troppo tardi per porvi rimedio.
Scavalcato in poche ore il tremendo baluardo del Sabotino, preso finalmente il San Michele, Gorizia risultò indifendibile. Il baricentro delle operazioni si spostò a oriente della conca goriziana, sui monti San Gabriele, San Marco, Santa Caterina, il Sober e il Carso di Comeno, tragica arena delle nuove battaglie.
- Autori: Mitja Juren - Nicola Persegati e Paolo Pizzamus
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le battaglie del Carso. Doline in fiamme, le «spallate» dell’agosto-novembre 1916
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