Spenti i festeggiamenti di Jane Austen, si possono studiare e leggere le grandi signore della letteratura italiana, alcune dimenticate come Livia De Stefani, ricca e bella siciliana di origine nobiliare, che si dedicò alla letteratura dopo il matrimonio a Roma.
Nel 1953 pubblicò il romanzo La vigna di uve nere, una cupa storia di patriarcato e mafia salutata con entusiasmo da Carlo Levi. Livia De Stefani fu la prima scrittrice siciliana a parlare di mafia e di come essa, nella vita delle persone, fosse un modo di pensare prima di essere un modo di vivere e di agire.
“La vigna di uve nere”: il capolavoro di Livia De Stefani
L’opera, da cui fu tratto uno sceneggiato televisivo nel 1984, ha una architettura semplice e potente.
È la storia di Casimiro Badalamenti, aspirante uomo di mafia e perciò disposto a ogni compromesso e ad acquisire una patente di rispettabilità per poter agire da "uomo d’onore". Convinta Concetta, meretrice ormai al tramonto, a convivere con lui e a condurre una vita da prigioniera in nome dell’amore, l’uomo acquisisce sempre più potere nella zona tra Cinisi e Giardinello, paesi in provincia di Palermo. I primi capitoli sono densi di descrizioni in cui si contrappongono il primo, paese aperto al mare, e Giardinello, accoccolato sulla montagna, dove si trova la vigna di uve nere, simbolo di morte e oppressione.
L’atmosfera è claustrofobica: Casimiro è il padrone di Concetta, eppure quest’ultima riesce a fare leva sulla scarsa autostima dell’uomo che è ossessionato dall’idea di avere dei figli. E ne ha quattro dalla compagna, che è sinceramente devota e addirittura accetta di separarsene per evitare le chiacchere della gente. L’amore di Casimiro e Concetta è fatto di folle gelosia, di possesso e di schiavitù, basato su una rigida contrapposizione tra uomo e donna.
Una volta ricco, lui fa tornare a casa i figli già grandi e i maggiori, non essendosi conosciuti prima, si amano, un fatto proibito dalla legge umana e divina. Rosaria rimane incinta e Nicola viene allontanato dal padre, che prova per il figlio sentimenti di odio e amore allo stesso tempo.
La frattura tra uomini e donne è profonda : Casimiro rinnega la figlia e la condanna alla morte causando la rovina della sua casa.
Recensione del libro
La vigna di uve nere
di Livia De Stefani
Una tragedia greca che parla di mafia e patriarcato
La vigna di uve nere è un romanzo potente che somiglia più a una tragedia greca che a un’opera moderna: il fato ha deciso nonostante la forza di volontà di Casimiro. E il paesaggio domina su tutto, fatto di un’estate crudele e lunga e di una vigna di uve nere dove sembra che gli esseri umani diventino prigionieri, incapaci di fuggirne. La casa, la vigna, le stanze sono luoghi chiusi, tanto che ogni riferimento all’esterno è proibito: l’uomo rappresenta la legge, la donna i sentimenti, ma entrambi sono vittime di una società fondata sull’onore e dove la ricchezza giustifica la crudeltà.
Casimiro è il personaggio più riuscito dell’opera; è addirittura grottesco nella sua ascesa nel mondo della mafia, un’organizzazione criminale ammantata di virtù. Livia De Stefani ne parla in modo solenne, tragico, come un qualcosa da conoscere, ma non ci sono ancora segni di ribellione o cambiamento e, d’altro canto, i tempi non erano ancora maturi per una tale impresa. Il patriarcato invece, ancora oggi, non sembra declinare nella sua idea di sottomissione delle donne.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Perché leggere Livia De Stefani, a 35 anni dalla morte
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